Arte politica e artisti impegnati. Il nuovo libro di Vincenzo Trione

Nel nuovo volume edito da Einaudi, Vincenzo Trione propone una mappatura degli artisti impegnati politicamente tra XX e XXI secolo. Qui una lunga intervista

Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti, 2004. Milano, HangarBicocca
Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti, 2004. Milano, HangarBicocca

Una tendenza che è sempre esistita (perfino a partire dal Medioevo) ma che in questi ultimi anni – senza trascurare il biennio pandemico – ha visto una evoluzione. La tendenza degli artisti che si impegnano in politica, che fanno dell’attivismo parte della loro pratica, che non trascurano la cronaca o i grandi temi. Con espressioni che spaziano dalla performance alla street art. Vincenzo Trione – preside della Facoltà di Arti e Turismo allo IULM di Milano e presidente della Scuola dei Beni e delle Attività Culturali – aggiunge un altro tassello al mosaico di saggi con cui rilegge l’arte degli ultimi decenni.

Un nuovo libro sull’arte politica e sugli artisti impegnati. Come si colloca in relazione agli altri tuoi saggi usciti in questi anni?
L’opera interminabile, pubblicato da Einaudi nel 2019, si concludeva con un capitolo dedicato a Carne y Arena di Alejandro Iñárritu. Artivismo, idealmente, parte da lì: vuole approfondire tematiche e questioni che erano già presenti nella riflessione dedicata a Carne y Arena. Al tempo stesso, negli ultimi anni, sulle pagine del Corriere della Sera e de la Lettura, mi è capitato in diverse occasioni di ritornare sul nodo arte-politica-impegno. Artivismo è stato pensato come un ulteriore pannello di quel polittico sull’arte del XXI secolo che ho iniziato a tracciare con L’opera interminabile.

Vincenzo Trione
Vincenzo Trione

Con Artivismo individui e tracci i confini di una tendenza. Una tendenza che c’è, c’è sempre stata, e sempre ci sarà. In questo momento storico la leggi come tendenza in crescita, stabile o in declino? E perché.
La vocazione politica è una tendenza che ha attraversato la storia dell’arte. Tuttavia, nel XXI secolo, si è affermata con forza maggiore: come reazione agli indirizzi concettuali e alle diverse forme di postmodernismo. Nei disomogenei paesaggi dell’arte contemporanea, è affiorato un indirizzo prevalente: l’arte politica, appunto. Si tratta di un fenomeno stabile, almeno dagli inizi del Duemila: è quel che emerge dalle grandi esposizioni internazionali (come la documenta di Kassel e la Biennale di Venezia) e dalle grandi fiere internazionali.

Come hanno impattato due anni di grande emergenza sanitaria su tutto ciò?
Ritornerei all’epilogo del libro in cui parlo del “silenzio del testimone”. Lì cerco di riflettere anche su alcuni momenti drammatici come, ad esempio, la fase della emergenza sanitaria. I mesi del primo lockdown hanno profondamente scosso gli artisti, molti dei quali hanno scoperto la propria incapacità nel trovare immagini capaci di pronunciare quello che stava accadendo. Riprendendo un’idea di Giorgio Agamben, hanno preferito sigillare le proprie labbra: piuttosto che parlare, hanno risposto all’inattestabile con il silenzio.

Vincenzo Trione – Artivismo. Arte, politica, impegno (Einaudi, Torino 2022)
Vincenzo Trione – Artivismo. Arte, politica, impegno (Einaudi, Torino 2022)

ARTISTI, POLITICA E ATTIVISMO

Assegni patenti di “artivista” ad Ambrogio Lorenzetti fino a Maurizio Cattelan passando per Banksy, Zerocalcare e Vanessa Beecroft. Ma allora tutti gli artisti possono essere artivisti?
Hai colto il nodo cruciale del libro. Non senza un certo azzardo, ho compiuto un deciso slittamento semantico e concettuale. A differenza di quel che lascerebbe intendere il titolo, non mi sono limitato a commentare alcune esperienze “corporali” e sociali maturate dagli inizi del Duemila (come quelle di Tania Bruguera e di Regina José Galindo). Invece, ho utilizzato il termine “artivismo” per descrivere la vocazione politica sottesa ad ampie regioni dell’arte del XXI secolo. Inoltre, ho cercato di dimostrare come la vocazione politica, in alcuni artisti, rappresenti l’elemento centrale. Per altri, è una necessità che emerge in rare occasioni. Banksy o Zerocalcare sono artisti “sempre” politici. Maurizio Cattelan o Vanessa Beecroft solo in alcune opere hanno rivelato una sensibilità civile.

In molti passaggi del libro transiti con disinvoltura orizzontale tra arte e cinema. Considerando artisti e cineasti alla stessa stregua. Approccio che stava già nel titolo del tuo Effetto Città. Arte, cinema, modernità del lontano 2014. Ritieni la convergenza definitivamente compiuta?
Ti ringrazio per il riferimento a Effetto Città. Guardo con interesse al cinema politico. Intenti a sottrarsi a ogni formalismo estetizzante, pur con accenti diversi e attraverso strade non contigue, alcuni registi contemporanei propongono un discorso politico indiretto, costruendo epiche che si situano sulla soglia tra fiction, testimonianza e poesia, al di là di ogni tentazione didascalica. Nelle loro opere forti, sofferte e vere, si immergono dentro l’imprevedibile contingenza della realtà interrogandosi sull’intensificazione della pratica documentaria, con rimandi al giornalismo d’inchiesta (Vicari e Quatriglio), al reportage (Rosi, Marcello, D’Innocenzo, di Costanzo, Savona), alla tragedia greca (Amelio e Crialese) e alla pittura barocca, grandiosa e disperata, di Caravaggio e Ribera (Ciprì e Maresco). Decisiva la ripresa delle lezioni di Ken Loach, Lav Diaz e Amos Gitai, In Artivismo ho cercato di mostrare come la vocazione politica all’arte sia non una prerogativa delle arti visive ma uno spazio condiviso con altri linguaggi. Non solo il cinema, ma anche il graphic novel, la letteratura, fino ad arrivare alla filosofia. Artisti che si servono di pratiche e di linguaggi diversi, oggi, condividono le stesse urgenze e le stesse necessità. E qui mi piace ricordare una riflessione di Antonio Tabucchi: c’è una fase della storia, scriveva, in cui gli artisti non contemplano più il cielo e le stelle, ma guardano il pozzo che è sotto i loro piedi.

Se c’è una robusta tendenza in atto, possiamo provare ad applicarci sull’individuarne il padre nobile. Chiaramente si tratterà di più di una figura. Ma volendo esercitarci a indicare un nome? Su chi ti sbilanceresti? Da chi è partito tutto, stando al Dopoguerra? Forse da Joseph Beuys, secondo te “un Pasolini dell’Arte”? O forse Anselm Kiefer, che hai posizionato nella prima sala del tuo immaginario museo dell’arte politica.
Condivido i due nomi che proponi: suggeriscono due approcci differenti. Da un lato, Joseph Beuys, lo sciamano dell’arte o il “Pasolini dell’arte” come lo definisco nel libro, il quale è ancora un convinto sostenitore della dimensione utopistica del gesto artistico e richiama al valore della responsabilità di ciascun individuo. Dall’altra parte, Kiefer, che sostituisce all’utopia il senso del tragico. Tuttavia, l’utopia e il senso del tragico si allacciano in maniera indissolubile e descrivono quelli che sono, a parer mio, i due grandi indirizzi dell’arte del nostro tempo: la testimonianza e l’interpretazione poetica.

Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993 Valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno (cm. 400x400x60) © Opera: Fabio Mauri con citazione di parte di fotografia “Ebrea”, 1971 di Elisabetta Catalano relativa all'opera di Fabio Mauri “Ebrea” XLV Biennale di Venezia foto: Graziano Arici Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth
Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993 Valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno (cm. 400x400x60) © Opera: Fabio Mauri con citazione di parte di fotografia “Ebrea”, 1971 di Elisabetta Catalano relativa all’opera di Fabio Mauri “Ebrea” XLV Biennale di Venezia foto: Graziano Arici Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

MUSEI, MOSTRE E ARTIVISMO

A proposito del “museo immaginario sull’arte politica”. Sbaglio o non hai inserito neppure un artista italiano?
Hai ragione, nel mio museo immaginario sull’arte politica non ho inserito artisti italiani. E, tuttavia, l’arte italiana è molto presente nella mia cartografia. L’apertura del libro è interamente dedicata a Fabio Mauri e al rapporto tra lo stesso Mauri e Pasolini. In non pochi emergono altre esperienze italiane. In particolare, posso citarti quelle di Cattelan, della Beecroft, di Zerocalcare, ma anche di tanti street artist come Blu e dei writer che hanno lavorato in realtà periferiche di città come Bari e Palermo.

Proporre un museo dell’arte politica e degli artisti impegnati forse è più una speculazione intellettuale che un qualcosa di concretamente realizzabile, ma la tua idea potrebbe atterrare su un progetto di mostra. Ci hai pensato?
Un amico mi ha ricordato che, un po’ come George Steiner, autore di un bellissimo libro sui libri da lui mai scritti, anche io, da qualche anno, mi dedico a costruire progetti di mostre mai realizzati. Perdonami l’analogia irriverente. Non ti nascondo che sarebbe molto affascinante, ma molto complesso e impegnativo, curare una mostra sull’arte politica del XXI secolo. Sono convinto che prima o poi qualcuno si misurerà con questa impresa.

Stando sempre sulle mostre, quali consideri più importanti per l’affermazione dell’artivismo? E quale curatore, sempre nel Dopoguerra, ritieni decisivo per questa tendenza?
Farei coincidere le due questioni che poni con un’unica risposta. Ti citerei come curatore Okwui Enwezor e come mostre la sua documenta del 2002 e la sua Biennale del 2015. La presenza di Enwezor, che ho conosciuto piuttosto bene nel 2015, attraversa la prima parte del libro. Che, idealmente, è un omaggio alla sua memoria.

In un importante convegno sull’arte pubblica organizzato dalla Fondazione Scuola del Patrimonio (di cui sei presidente) e dal Ministero della Cultura non più tardi di qualche giorno fa Lorenzo Giusti, direttore della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, ha spiegato tutte le attività che il suo museo ha compiuto durante la pandemia: una radio, una serie di incontri su Clubhouse, le dirette su Instagram. “Abbiamo lavorato e ci siamo interfacciati con tutti”, ha detto Giusti, “gli unici a essere un po’ mancati sono gli artisti”.
La sensazione è un po’ questa: gli artisti sembrano non aver grande voglia di prendere posizione sui grandi temi del mondo e sulle grandi faccende dell’attualità (la pandemia, le vaccinazioni di massa, le crisi internazionali). Nel tuo libro invece si respira una atmosfera di grande impegno e generosità politica da parte degli artisti ed effettivamente citi esempi inoppugnabili. Come si spiega tutto questo? Forse con il fatto che molti silenzi siano, come dici nel libro, dei silenzi voluti? Dei silenzi politici?

Condivido la tua analisi. Mi piace anche la tua definizione di silenzio politico. Ma, nel libro, ho cercato di studiare e di analizzare alcune esperienze particolarmente significative dell’arte del nostro tempo che dimostrano come sia forse troppo pessimistica l’analisi proposta da Lorenzo Giusti. In particolare, mi piace citare alcuni artisti che operano al di fuori dei contesti dei musei, delle gallerie e delle fiere. Penso ovviamente alla street art che, a parer mio, forse rappresenta il momento più alto dell’arte politica di oggi.

Regina José Galindo, La Sombra, 2017 Palais Bellevue ©ReginaJoséGalindo
Regina José Galindo, La Sombra, 2017 Palais Bellevue ©ReginaJoséGalindo

ATTUALITÀ, POLITICA E MERCATO DELL’ARTE

Parlare di Artivismo significa parlare di contenuti. Oltre a quelli che ci potremmo aspettare da parte di questa tipologia di artisti (il tema dei migranti, le condizioni dei Paesi poveri, il clima e l’ambiente, i diritti delle minoranze), ci sono tematiche più peculiari, verticali, di nicchia che hai riscontrato?
Partirei dalla questione dei contenuti. L’arte politica contemporanea riafferma con grande forza la questione dei contenuti: l’arte come lingua vivente della realtà, avrebbe detto Pasolini. Il rischio è quello di indulgere in un’estetizzazione talvolta addirittura pornografica dei contenuti e dei drammi. A questo rischio riescono a sottrarsi quegli artisti che non inciampano negli errori dell’arte sociologica e non pensano le proprie azioni come se fossero manifestazioni ONG, ma cercano di saldare l’attenzione ai temi offerti dalla cronaca con una profonda sensibilità per le questioni del linguaggio. Per dirla con Claudio Magris, la scrittura diurna con quella notturna: la testimonianza di alcune emergenze del mondo e l’esigenza di filtrarle attraverso lo stile. Nel libro cerco di procedere per grandi temi ricorrenti nel lavoro degli artisti: il dramma dei migranti, l’apocalisse ecologica, l’emarginazione delle periferie urbane.

Nel libro non parli quasi per nulla di mercato dell’arte…
Hai ragione. Un po’ per una mia naturale diffidenza nei confronti delle pressioni del mercato, un po’ perché un’arte politica che venga mercificata è condannata a vedere indebolito il proprio senso. Tuttavia, gli artisti che analizzo nel libro sono profondamente radicati nel sistema dell’arte. Anzi, devo confessarti che una delle grandi contraddizioni di molti artivisti consiste proprio in questo: da un lato, figure come Galindo e Bruguera operano come contestartici fuori dal sistema; dall’altro lato, sono profondamente radicate dentro l’artsystem, di cui conoscono e accettano le ritualità e le consuetudini.

Infine quali sono secondo te le derive, le trappole, gli eccessi e i rischi che un artista impegnato si trova davanti?
Molti artisti politici contemporanei sembrano immaginare che l’arte non basti più a sé stessa e si limitano a prendere atto di quella che Adorno chiamava la “fatticità”. I rischi principali sono il pedagogismo, il puritanesimo, l’impegno prêt-à-porter, il politically correct, ma soprattutto il moralismo e l’estetizzazione del male. Devo dirti che non amo particolarmente tante proposte dell’arte politica contemporanea. Preferisco le visioni civili di artisti come Anselm Kiefer, William Kentridge, Christian Boltanski, Shirin Neshat, Menashe Kadishman, Harun Farocki, che provano a coniugare indissolubilmente verità e arbitrio, realismo e simbolismo, distinguendo l’arte in maniera netta dal giornalismo e dal documentarismo. Forse, è un paradosso critico: ritengo che la forma più alta di arte politica sia quella proposta dagli artisti “impolitici”, che sostituiscono alla politica con la “p” minuscola una sorta di metapolitica. La meta più alta: mettere in scena la cronaca mai frontalmente, ma sempre di scorcio. Kiefer, la vetta più alta dell’arte metapolitica.

Massimiliano Tonelli

Vincenzo Trione – Artivismo. Arte, politica, impegno
Einaudi, Torino 2022
Pagg. 232, € 13
ISBN 9788806248925
https://www.einaudi.it

Dati correlati
AutoriAnselm Kiefer, Joseph Beuys, Regina José Galindo, Tania Bruguera, Zerocalcare, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft
CuratoreVincenzo Trione
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune.