Ultima tappa del tour tra i grandi maestri della storia dell’arte. Si torna al passato per guardare al futuro con l’Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena.

L’Allegoria del Buon Governo è l’affresco più noto dipinto da Ambrogio Lorenzetti all’interno del Salone della Pace del Palazzo Pubblico di Siena, realizzato tra il 1338 e il 1339. E, a distanza di ben 682 anni dalla sua realizzazione, è proprio con questa raffigurazione meravigliosa che concludiamo il nostro viaggio interiore attraverso le grandi opere della storia dell’arte, srotolatosi negli ultimi mesi su queste pagine, che ci ha consentito, a nostro piacimento, di viaggiare con l’immaginazione negli scenari delle città del mondo, dipinte dai grandi artisti, in un momento traumatico come questo in cui è tecnicamente impossibile spostarsi fisicamente. Scoprendo insieme come si possa pensare di farlo, nonostante la mummificazione delle cose del mondo imposta dalle stringenti e severe istanze del Covid, grazie all’eredità donataci dai più grandi artisti che ci hanno preceduto e, oltretutto, osservando come, soprattutto quelli del passato, spesso, siano così fortemente attuali e si siano rivelati, in conclusione, così risolutamente anticipatori e visionari di configurazioni sociali, politiche, emotive ed estetiche mai ipotizzate prima.
Anche se spesso, a causa del caos che contraddistingue le nostre vite, non ci è dato accorgercene, è proprio facendo una quantità sterminata di passi indietro che, talvolta, si può giungere alla piena comprensione di ciò che è avanti: laddove, per avanti, è da intendersi non soltanto qualcosa che si manifesta, come un’opera d’arte può fare, davanti ai nostri occhi o nella nostra immaginazione in un preciso momento ma, anche, un futuro incerto, prossimo e venturo, ancora tutto da progettare e, tuttavia, per quanto fino a ora osservato con la presunzione dei progettisti infallibili, in realtà, completamente da ridisegnare. Ci accorgiamo, dunque, di come soltanto minando alla base alcune delle certezze e dei paradigmi che, forse ingiustificatamente, davamo per assodati si possa approdare alla chiarezza dei concetti, alla semplicità delle cose nella loro indispensabilità, alla potenza delle idee che, in quanto originarie, si impongono come degne, legittime, lecite, inalienabili, per quello che sarà il futuro e che, spesso, ahinoi, ci è capitato di dimenticare di saper gestire.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338 40, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

L’AFFRESCO DI LORENZETTI

Guardare a distanza di quasi sette secoli un affresco come quello di Lorenzetti a Siena, dunque, è come spogliarci di ogni nostra certezza e confessare che, come società, infine, probabilmente, potremmo da un momento all’altro dover ammettere di necessitare di una bandiera bianca da sventolare in segno di resa e di fallimento con noi stessi. Ciò che ci attrae e che contemporaneamente ci respinge, infatti, nel rapporto empatico e reciproco con l’opera del maestro toscano, è questa verità su noi stessi ‒ e che trasuda da ogni cosa all’interno della composizione ‒ per cui tutto quanto fosse necessario per evolvere come società, per progredire come specie, per andare avanti e diventare infermabili come comunità, in fondo, era già stato scritto, rappresentato, raffigurato; siamo stati noi, invece, a non averlo saputo leggere, interpretare, cogliere, farne frutto.
Come un chiarissimo, inequivocabile e impeccabile libretto delle istruzioni che parla la lingua dei sentimenti e delle emozioni, infatti, il ciclo di affreschi di uno dei più grandi padri dell’arte mondiale, si poneva già dalla sua nascita agli occhi di chi l’osservava e di chi, come noi, nei secoli successivi l’avrebbe contemplato, come una strada da seguire, un percorso da intraprendere, un viaggio bellissimo da vivere nei confronti della civiltà del tempo e di quelle a seguire: illustrando, con la franchezza schietta e onesta della ragione, della mente, della saggezza, ciò che avremmo potuto essere, che avremmo potuto realizzare, che saremmo riusciti a ottenere se solo avessimo saputo decifrare tutti i messaggi che ci suggeriva e che, invece, a oggi, risultano come una ininterrotta serie di piccoli e grandi fallimenti e insuccessi, inanellati per il sol fatto, semplice ma disastroso, di non aver saputo leggere e comprendere ciò che, su quelle mura, c’era scritto e indicato.
Senza scendere tediosamente negli dettagli interpretativi della simbologia e delle interpretazioni già magistralmente eseguite in riferimento al capolavoro in oggetto, su cui la storia e la critica dell’arte s’è già trovata a esprimersi con grandissima giustezza e puntualità, ciò che ci troviamo a indagare in questa ultima tappa del nostro viaggio è il significato, il messaggio, il progetto svanito di noi esseri umani: capaci di pensare e rappresentare cose così alte eppure, allo stesso tempo, stando alla piega (piaga) che il mondo ha decisamente intrapreso, di precipitare così in basso disattendendo le nostre stesse ambizioni e aspettative proiettate sulla specie a cui apparteniamo.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in campagna, 1338 39, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena
Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in campagna, 1338 39, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

UN FUTURO MIGLIORE E POSSIBILE

Ambrogio Lorenzetti a Siena sembrava volerci accompagnare per mano dentro un mondo futuro migliore e possibile; appariva come qualcuno che ‒ da illuminato ‒ avesse scorto la luce della strada giusta, della risoluzione di tutte le tragedie possibili della società e che, oltretutto, avesse realizzato quell’affresco allo scopo di scongiurarne il fallimento e di, anzi, agevolarne tutti i miglioramenti possibili per le generazioni che ci seguiranno. Come una indiscutibile ricetta perfetta, nel suo scenario urbis, aveva collocato tutti gli ingredienti possibili per un sistema umano virtuoso, proteso verso l’alto, slanciato verso un domani fatto di speranze, sogni, desideri, ambizioni; il tutto attraverso il riuscire a rappresentare, con colori forti e pastello insieme, quello che in tre parole potrebbe descriversi come: funzionamento della società. Alcuni colleghi sostengono, a ragione probabilmente, che il tono e lo scenario dei registi compositivi e delle visioni possibili dell’affresco possano risultare come un monito, come una ammonizione, come uno spauracchio innanzi a cui lui ci pone, addirittura, rispetto alle conseguenze che una cattiva condotta e una cattiva gestione della cosa pubblica potrebbe avere sulle nostre vite se non stessimo attenti a delinearne e seguirne bene i gangheri. Per questo motivo ciò che lui mette in opera è un gigantesco prospetto di successi e fallimenti, di gioie e di dolori, di riuscite e cadute, di ipotesi di rinascimento e di precipitazioni nel buio, che si srotolano su moltissimi metri quadri a parete con, dietro le quinte, una società che c’è, che esiste, che fa ciò per cui le società sono nate e si sono sviluppate: stare al mondo.
La società di Ambrogio Lorenzetti è un formicaio futurista, un assembramento impressionista, un coacervo situazionista, una organizzazione teatrale e scenografica perfettamente funzionante, un momento di performance e di happening del mondo che, anticipatore di se stesso, c’illumina su ciò che è bene e ciò che è male, su quale sentiero intraprendere e su quale via escludere, moltissimi secoli prima rispetto a tematiche che oggi ci appaiono di un’urgenza disarmante e sconfortante allo stesso tempo. Ci preannuncia ciò che sarebbe stato se solo fossimo stati in grado e ci ammonisce rispetto a ciò che non sarebbe stato se non lo fossimo stati (in grado). Ci pone dinanzi alle due (o, nel nostro caso, più) vie nel bosco di Henry David Thoreau: incoraggiandoci a intraprendere quella sterrata, quella non battuta, quella incerta e a farla nostra, in nome della miglioria e della diversità.

Nello scorrere della vita ideale (o idealmente drammatica) dell’opera di Lorenzetti, c’è tutto il nostro fallimento”.

Tutto quanto di angoscioso ci assale nei confronti di quest’opera proviene dalla nostra consapevolezza di non essere stati in grado di riuscire a coglierla, a comprenderla, a tradurre in agiti virtuosi i suoi suggerimenti evidentissimi, chiari sin da subito, inequivocabili e, oltretutto, a non esser pronti per le conseguenze. Cadiamo dalle nuvole quando, guardandoci attorno e constatando il disastro in atto nel momento storico attuale, sembriamo smarriti e alla ricerca delle cause, del colpevole a tutti i costi, senza voler riconoscere ‒ a nessun costo ‒che, costui, il colpevole, è quello accanto a noi, quello che ci somiglia di più, quello che ci appartiene di più: noi stessi. Nello scorrere della vita ideale (o idealmente drammatica) dell’opera di Lorenzetti, c’è tutto il nostro fallimento, tutta la nostra incapacità di riconoscerlo nella sua spietatezza e di non riconoscere, infine, che ci era stato addirittura detto, preannunciato, illustrato, spiegato con il disegnino, ciò in cui ci saremmo imbattuti se solo fossimo stati in grado, appunto, o se, semplicemente, non lo fossimo stati.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo, 1338 39, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena
Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Cattivo Governo, 1338 39, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

UN FUTURO PIÙ SANO?

Ma, come in tutte le cose più importanti del mondo, il futuro, la speranza, la rinascita, passa necessariamente dal passato, dal lontano, dal remoto (se solo sapessimo andare a indagarlo bene e costruttivamente!); ed è così che, anche per i più colpevoli, per i più complici ma anche per i più vittime di tutto questo grande scempio, se si sa osservare bene, esiste ancora un margine di trattativa con la speranza, con il cambiamento: e passa per il terreno fertile della conoscenza, della volontà, della sapienza, della cultura, dell’altruismo. Ed è su quella strada lì che, ci auguriamo, possa ritrovarsi il nostro cammino, migliorare la nostra vita, la nostra traiettoria nel mondo, il nostro tiro nell’esistenza. In un futuro che, certo, sì, ovviamente, non contempla mai un libretto delle istruzioni infallibile ma che, sapendo studiarlo e farne tesoro guardando a quanto di grande ci ha preceduto, potremmo riuscire a rendere migliore: più vivibile, più sano, più umano.

Luca Cantore D’Amore

LE PUNTATE PRECEDENTI

La vita fantasma. Un viaggio emotivo nel segno dell’arte
La vita fantasma. Munch e i luoghi della dolce inquietudine
La vita fantasma. De Chirico e le sue città paralizzate
La vita fantasma. Edward Hopper e l’amputazione del nostro tempo
La vita fantasma. Le periferie urbane di Mario Sironi
La vita fantasma. Dalle città ideali al formicaio impressionista
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AutoreAmbrogio Lorenzetti
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Luca Cantore D'Amore
Luca Cantore D’Amore (Salerno, 1991) consegue tre corone d’alloro: in Architettura d’interni e Interior Design, al Politecnico di Milano, e in Storia dell’Arte. Si occupa di storia e critica dell’arte, scrivendo articoli di giornale, testi per riviste di settore e collaborando con gallerie. Parla, inaugura e cura mostre ed eventi che presenta in giro per i luoghi d’Italia. Ha all’attivo un romanzo di recentissima pubblicazione, L’estetica del decanter, e continua, imperterrito, in costante ricerca ed aggiornamento, con i suoi studi e le sue pubblicazioni artistiche, oltre che nella sua professione di critico d’arte e curatore.