Il sacrificio della libertà. Giorgio Agamben ha pubblicato un nuovo saggio

Pubblicato da Giometti & Antonello, un libro tagliente e poetico di Giorgio Agamben che ci porta nella fine dei tempi.

L'ingresso della sede Tolentini dello IUAV a Venezia, realizzata nel 1985 da Sergio Los su progetto di Carlo Scarpa
L'ingresso della sede Tolentini dello IUAV a Venezia, realizzata nel 1985 da Sergio Los su progetto di Carlo Scarpa

Il recente pamphlet di Giorgio Agamben, pubblicato a Macerata nelle eleganti edizioni Giometti & Antonello come ottavo volume della piccola collana Scienza, pone al centro dell’attenzione problematiche che toccano tutti e che forse qualcuno non vorrebbe ascoltare per continuare a mantenere la sua posizione di pantofolaio lobotomizzato davanti al televisore. Il titolo del volume – Quando la casa brucia – è quello del primo capitolo, già pubblicato come intervento d’urgenza il 5 ottobre 2020 sul sito quodlibet.it, dove Agamben ha all’attivo la rubrica Una voce: e qui troviamo subito riflessioni affilate che ci buttano sugli occhi carboni ardenti difficili da spegnere, perché quella casa che brucia non è soltanto l’orticello del singolo (la casa dove ognuno si sente protetto e si rifugia dalle oscenità del mondo) ma rappresenta l’intera nostra umanità in rovina, il nostro riconoscerci nell’altro ormai sbiadito, la nostra socialità che volge al tramonto sotto la spinta di un accecamento programmato che si è ormai risolto con il sacrificio della libertà.

CASA E CONTROLLO

Quale casa sta bruciando? Il paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero? Forse le case, le città sono già bruciate, non sappiamo da quanto tempo, in un unico immenso rogo, che abbiamo finto di non vedere. Di alcune restano solo dei pezzi di muro, una parete affrescata, un lembo del tetto, dei nomi, moltissimi nomi, già morsi dal fuoco. E, tuttavia, li ricopriamo così accuratamente con intonachi bianchi e parole mendaci, che sembrano intatti. Viviamo in case, in città arse da cima a fondo come se stessero ancora in piedi, la gente finge di abitarci ed esce per strada mascherata fra le rovine quasi fossero ancora i familiari rioni di un tempo. E ora la fiamma ha cambiato forma e natura, si è fatta digitale, invisibile e fredda, ma proprio per questo è ancora più vicina, ci sta addosso e circonda in ogni istante”.
Il lucidissimo quadro critico disegnato da Agamben in questo primo capitolo (negli anni e in tempi davvero non sospetti Agamben ha acceso una pagina folgorante nel pensiero politico contemporaneo con il suo grandioso e imprescindibile progetto dell’Homo sacer) rende palese la gestione burocratica di anime e corpi, il controllo biopolitico che ha ormai preso del tutto il sopravvento con il giochetto – la “condizione di emergenza, regolata nei minimi particolari da chi ha il potere di deciderla” – del terrore, del panico, dell’emergenza sanitaria, del coprifuoco, della responsabilità, del ricorrere alla mobilitazione totale (totale Mobilmachung): una “mobilitazione” che “aveva in passato lo scopo di avvicinare gli uomini” e che “ora mira a isolarli e a distanziarli gli uni dagli altri”.

Giorgio Agamben ‒ Quando Ia casa brucia (Giometto & Antonello, Macerata 2020)LA RIFLESSIONE DI AGAMBEN SULLA SOGLIA

In questo percorso che Agamben ci offre c’è, poi, una riflessione attenta, controllata, poetica sulla “foraneità della porta” e sulla soglia (pensiamo a Filiberto Menna, alla mostra La soglia. L’opera d’arte tra riduzione e costruzione organizzata a Pordenone nel 1985), su un luogo benjaminiano – è grazie ad Agamben, non dimentichiamolo, se oggi abbiamo i IX volumi delle Opere di Benjamin in ordine cronologico e filologico – che indica “uno spazio in cui possono avvenire mutamenti, passaggi e persino fenomeni di flusso e riflusso come nelle maree”.
Da una latitudine più strettamente legata alla porta, all’oggetto che diventa serramento o foraneità o uscio che separa e che unisce l’Innen all’Aussen, l’argomentazione volge lo sguardo verso un memento in cui il pensiero si pensa: “Alessandro di Afrodisia, al momento di commentare la concezione dell’intelletto separato che Aristotele svolge nel ‘De anima’, definisce l’intelletto con l’avverbio ‘thyrathen’, alla porta (dal gr. ‘thyra’, porta). Ciò implica che anche il pensiero sia qualcosa come una porta, che colui che pensa faccia innanzitutto l’esperienza di un fuori e di un’esteriorità. Per Alessandro questa soglia è quella in cui l’individuo si unisce all’intelletto agente che lo supera e trascende; per noi, come suggerisce Hannah Arendt nel suo libro su Eichmann, si tratta piuttosto di una zona di sospensione, in cui il discorso incessante delle immagini e delle parole convenute viene per un attimo interrotto. E nell’arresto del pensiero in questa zona vuota e foranea qualcosa come un fuori, un ambito di libertà diventa possibile”.

IL SAGGIO DI AGAMBEN

La brillante Lezione nelle tenebre che segue questa seconda stanza dedicata appunto al liminale (e legata a un intervento di Carlo Scarpaper l’ingresso nello IUAV”) è scandita da sedici lettere – sedici nascondigli – dell’alfabeto ebraico e ruota attorno all’esperienza “sorgiva” della parola, del linguaggio che è in sé corpus primario dell’ampio spettro filosofico, della dantesca pantera profumata, di una parola che è poetica e che si pone più come un suono che ci accompagna dentro e che possiamo (se non stiamo attenti) facilmente smarrire.
Gli XI paragrafi che compongono le riflessioni di Testimonianza e verità chiudono questa ricco libro – l’architettura è davvero impeccabile (34 sono le stanze del primo capitolo, 11 quelle del secondo, 16 lettere scandiscono il terzo e 9 paragrafi in numerazione romana quest’ultimo; la somma è 7, unione della triade e della tetrade) – dove il testimone “si situa […] alla fine dei tempi, apostrofa un mondo che ai suoi occhi sta finendo o è già finito”.

Antonello Tolve

Giorgio Agamben ‒ Quando Ia casa brucia
Giometto & Antonello, Macerata 2020
Pagg. 96, € 10
ISBN 9788898820320
www.giometti-antonello.it

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.