Lo studio di William Kentridge (1955) a Johannesburg è lo “spazio vitale, sia fisico che spirituale” in cui l’artista sudafricano concepisce e poi sviluppa tutti i suoi lavori, dalle opere più piccole ai progetti più ambiziosi. In questa video intervista, rilasciata ai microfoni della Tate di Londra, Kentridge racconta come è diventato un artista e spiega, pennelli e carboncini (“mi piacciono perché sono flessibili”, commenta) alla mano, alcune delle dinamiche del suo processo creativo, che parte sempre da un disegno. “Deve esserci un impulso iniziale, che può essere un’immagine, oppure una frase”, commenta raccontando come avviene la nascita di un’opera, “e deve essere abbastanza forte da far nascere il primo disegno. La speranza poi è che l’attività fisica del disegnare faccia nascere nuove idee e nuove possibilità”.
La conversazione si conclude con uno statement molto potente sul ruolo dell’arte in generale: “l’arte deve difendere l’incerto, deve criticare qualsiasi forma di certezza, che si tratti dell’autorità oppure della conoscenza. Deve fare della contraddizione e dell’ambiguità le sue fonti primarie.

– Valentina Tanni

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AutoreWilliam Kentridge
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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.