La Friche La Belle de Mai e il Goethe-Institut di Marsiglia ospitano ancora per qualche giorno una retrospettiva dedicata ad Harun Farocki.

Dopo le esposizioni al MoMA, alla Tate Modern e al Jeu de Paume di Parigi, Marsiglia ospita Harun Farocki. Empatie, la mostra monografica dell’artista tedesco Harun Farocki (Nový Jicin, 1944 – Berlino, 2014). L’esposizione si compone di nove installazioni video, incentrate sul tema del lavoro e sui modi di produzione del sistema capitalista, svelando sia i cambiamenti nei processi di produzione che nelle rappresentazioni delle nostre società contemporanee.
L’empatia era un tema caro all’artista che riprendeva lo straniamento brechtiano e lo assimilava a una necessità di ritorno all’oggettivazione nella pratica documentaria. L’opera dell’artista si fonda sull’impostazione analitica dell’immagine in movimento, svelando il tema del “lavoro” senza interferenze interpretative. Non ci sono manipolazioni, è uno sguardo puro.
Hannah Harendt scriveva nella Vita Activa di come spesso i proletari nascondono il lavoro che fanno. È interessante dunque notare come la narrazione espositiva ci proietti direttamente nel luogo del lavoro di Farocki, nella cabina di regia: Interface (1995). L’installazione è un transfert analitico dell’operazione di montaggio dell’artista. L’autorialità dell’artista vacilla davanti ai due schermi della stazione di montaggio: “[…] le immagini commentano le immagini”. “Due immagini che si combinano possono essere il punto di inizio di un film”.
Farocki analizza il suo lavoro e ne lascia intravedere la magia. È forse questo il vero significato del lavoro? Il vero artista è quello che vuole essere libero e cioè fare solo il suo lavoro. Bernard Stiegler, in una conferenza alla Friche di un mese fa, ricordava che il travail non è che la trasformazione della libertà, e differisce dall’emploi, mero salario per l’impresa. Il travailler si serve dei suoi strumenti; l’employer serve il sistema. Dunque, come nominare il lavoro? Come affrancarlo? Forse dobbiamo ricordarci innanzitutto che lavoriamo per prenderci cura del pianeta e non per sfruttarlo, Marx del resto è stato il primo a dirlo. Bisogna ritornare alla nozione di lavoro, proprio perché mai fissa, sempre variabile e necessitante di essere ripresa. Il lavoro che oscilla tra l’essere strumento di sottomissione all’ordine sociale e disciplinare e il lavoro come strumento di emancipazione.

Harun Farocki. Empatie. Exhibition view at Friche Belle de Mai, Marsiglia 2018. Photo © J.C. Lett
Harun Farocki. Empatie. Exhibition view at Friche Belle de Mai, Marsiglia 2018. Photo © J.C. Lett

LAVORO E SISTEMA

Con l’installazione Arbeiter verlassen die Fabrik in elf Jahrzehnten (2006), Farocki rilegge il suo stesso lavoro Arbeiter verlassen die Fabrik (1995), che era stato una rivisitazione di La sortie de l’usune Lumière à Lyon dei fratelli Lumière. Gli estratti del film storico sono assemblati a delle scene di altri film storici, tutti aventi in comune il tema dell’uscita della fabbrica. Scene da Tempi Moderni di Chaplin, Metropolis di Fritz Lang, Deserto Rosso di Antonioni.
Cosa raccontano queste scene di fine giornata di lavoro, di speranza, di lotte?
Gegen-Musik (2004) mette in relazione estratti della storia del cinema con estratti di camera di videosorveglianza. Risultati incredibili, come per esempio la giustapposizione tra piani immagini medicali e le immagini di controllo della canalizzazione di una città.
Variation Von Opus 1 von Thomas Schmit (2010) è la sola video installazione della mostra che non presenta alcuna presenza umana. Siamo piuttosto davanti alla catena meccanica che è divenuta catena elettronica e robotica. Continuiamo a penetrare nel cuore del sistema di produzione capitalista anche nell’installazione Vergleich über sin Drittes (2007), dove ritorna l’immagine doppia del montaggio e dove vediamo il lavoro impostato sul ritmo delle macchine.

Harun Farocki. Empatie. Exhibition view at Friche Belle de Mai, Marsiglia 2018. Photo © J.C. Lett
Harun Farocki. Empatie. Exhibition view at Friche Belle de Mai, Marsiglia 2018. Photo © J.C. Lett

CONFIDENZE CRITTOGRAFICHE

Travailleurs quittant leur lieu de travail (2011-2014) sono il risultato di una serie di atelier condotti con Ante Ehmann ‒ curatore della mostra ‒ e con cineasti e artisti in varie città del mondo. Ogni partecipante doveva consegnare una sola ripresa di pochi minuti sul tema del lavoro, realizzando una sorta di remake di La sortie de l’usine Lumière à Lyon dei fratelli Lumière. L’installazione si compone della selezione di video di nove città: Bangalore, Buenos Aires, Hanoi, Johannesburg, Il Cairo, Nuovo Messico, Rio De Janeiro, Tel Aviv.
Il lavoro di Farocki è un’operazione artigianale, che rimette in gioco lavoro intellettuale e manuale. Nell’atto di smontaggio, di taglio e di editing dell’immagine lavora sulla genesi stessa dei meccanismi di costruzione moderni, facendosi autore di un linguaggio che diventa una confidenza crittografica ed empatica di fronte all’attività umana.

Sonia D’Alto

Marsiglia // fino al 18 marzo 2018
Harun Farocki. Empatie
FRICHE LA BELLE DE MAI
41 rue Jobin
www.lafriche.org

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AutoreHarun Farocki
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Sonia D'Alto
Sonia D’Alto è storica e critica dell’arte. Curatrice, scrive per diverse testate. Editor associata di un magazine indipendente francese, si occupa di una residenza a Marsiglia che accoglie artisti italiani e inglesi. È interessata alle tendenze Post-Internet, al New Materialism, alla Performance, all’immagine filmica e allo storytelling espositivo.

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