Architettura ludica. Intervista a Cino Zucchi

“L’ideale della mia architettura? È arrivare a un ‘Indie Pop sofisticato’”. Parola di Cino Zucchi, fra i più apprezzati architetti italiani e di recente vincitore del concorso per la Cavallerizza Reale di Torino

Vincitore del recente concorso di progettazione “Cavallerizza Reale di Torino” (con Politecnica, Dotdotdot, Tiemme, Torino Stratosferica, Alberto Artioli e Valentina Capra), Cino Zucchi (Milano, 1955) è Professore Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana e docente al Dottorato di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano. Con il suo studio ha realizzato edifici pubblici, residenziali, commerciali, spazi pubblici, progetti per il ridisegno di aree agricole, industriali e storiche, fra cui gli Headquarters Salewa (Bolzano), il centro direzionale Lavazza e la ristrutturazione e l’ampliamento del Museo Nazionale dell’Automobile, entrambi a Torino. Apprezzato dalla critica e vincitore di numerosi premi è stato il progetto per la fabbrica ex-Junghans alla Giudecca (Venezia).

Ritratto di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

Ritratto di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

INTERVISTA A CINO ZUCCHI

L’architettura contemporanea è tendenzialmente seria…
Seria è la vita, ilare [o gaia, o serena; a secondo dalle traduzioni] è l’arte”: la frase con la quale Friedrich Schiller conclude il prologo del Wallenstein è stata interpretata in molte maniere diverse. Svariati siti internet – da me peraltro molto seguiti – mettono in atto satire feroci contro una tendenza diffusa degli architetti europei ad assumere nel discorso toni seriosi, cerebrali o profetici, e a progettare edifici dove un malinteso “rigore disciplinare” produce architetture e ambienti incapaci di accogliere in grembo il disordine e la casualità della vita. Nel suo libro Why Do Architects Wear Black?, la mia amica Cordula Rau aveva raccolto risposte diverse sul perché un team di architetti in visita a un sito di concorso possa essere facilmente scambiato per il pubblico di un funerale.

Dal tempo del Post-Modern si è un po’ persa la voglia di creare progetti autorevoli ma divertenti?
Quello che oggi chiamiamo Post-Modern aveva introdotto nei progetti elementi dal carattere ironico o spiazzante, ma nel farlo aveva secondo me sopravvalutato la dimensione semantica dell’architettura tralasciando invece la sua natura di sfondo della vita quotidiana. Ritengo che un’architettura possa essere allegra, sorniona, o contenere sensi plurimi nella modalità che gli anglosassoni chiamano “tongue in cheek”. Tuttavia, la sua permanenza nel tempo la collauda attraverso una nostra frequentazione e visione necessariamente reiterata. Come in un film visto cento volte, le battute e gli effetti “facili” vengono facilmente a noia. I due progetti più celebrati della stagione postmoderna, la “Piazza d’Italia” di Charles Moore a New Orleans o il Portland Building di Michael Graves, mostrano oggi un’usura formale pari o superiore alla loro obsolescenza fisica, mentre lo stesso non succede ai divertissement erotici di Carlo Mollino nella sua stupefacente sala da ballo Lutrario ancora funzionante a Torino.

Ufficio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

Ufficio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

Si può tornare a una stagione di architetture giocose?
Mentre ci sono stati momenti storici dove la cultura artistica mostrava un carattere fortemente unitario, è a tutti evidente quanto nella musica, nel cinema o nelle arti figurative esista la compresenza simultanea di molte distinte “modalità”, ognuna di esse seguita da un pubblico di cultori che spesso ignora o disprezza le altre. Questo succede pure nell’architettura, anche se la nostra disciplina, a differenza delle arti sorelle, non può davvero scegliersi il suo pubblico poiché lo spazio urbano è “di tutti”. Un’architettura che recentemente mi ha colpito per il suo carattere giocoso è un’opera commissionata da Alain de Botton ai FAT Architecture in team con uno dei miei miti assoluti, l’artista Grayson Perry: è la cosiddetta House for Essex a Wrabness, una “casa-memoriale” dedicata a un personaggio immaginario – Julia Cope – e piena di dettagli ironici e buffi che ne narrano l’altrettanto immaginifica vita. Essa non è tuttavia un’architettura “vera”, quanto un’opera d’arte di natura particolare.

Altri esempi?
Molti lavori di Frank Gehry rivelano la sua formazione “pop”, includendo elementi figurativi fuori scala come il grande Binocolo – in questo caso frutto della sua collaborazione con Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen –, nell’ingresso dell’edificio a Venice (California). Il tema del gioco mi ha fatto venire in mente un aneddoto dimenticato: nel 1985 il Centre Pompidou a Parigi aveva invitato a partecipare trenta architetti europei giovani all’epoca – ricordo che tra loro c’erano anche Jean Nouvel e Herzog & de Meuron – a L’architecture est un jeu magnifique (la frase era rubata a Le Corbusier): ci chiedevano di “giocare”, progettando una casa ideale da realizzarsi interamente con i mattoncini LEGO in scala 1:25. Mi ero divertito molto.

Modelli anatomici nello studio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

Modelli anatomici nello studio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

I PROGETTI DI CINO ZUCCHI E LA COMPONENTE LUDICA

Perché si punta soprattutto su un’idea di architettura seriosa? Sono i fruitori che chiedono questo tipo di approccio, forse perché l’architettura è una cosa seria, oppure è una tendenza favorita anche dai critici?
Le aspirazioni organiciste dell’architettura parametrica sembrano essere state arginate da un “nuovo razionalismo” proveniente dal centro Europa che persegue un ideale classico – a tratti perfino monumentale – filtrato attraverso un linguaggio astratto. La ricostruzione della Friedrichstrasse a Berlino è forse l’esempio più compiuto e coerente di questa tendenza, che io in parte condivido ma che a volte rivela in filigrana un elemento conservatore.
Se spesso la volontà di coerenza e ordine porta a inutili autolimitazioni formali, dobbiamo anche ammettere che l’architettura non si può permettere troppi “scherzi” per le ragioni dette prima. Burle come quella fatta da Francesco Borromini al suo rivale Gian Lorenzo Bernini, facendo scolpire sulla facciata del palazzo di fronte alla sua abitazione due orecchie d’asino – un chiaro riferimento satirico ai due campanili che il secondo aveva aggiunto al Pantheon e che non erano piaciuti alla cittadinanza – sono casi rari che punteggiano la storia dell’architettura “canonica” tramandata da critici e storici paludati.

Nei suoi progetti quanto peso ha la componente ludica?
Nel mio lavoro quotidiano mi capita di scherzare spesso; per giustificare questa mia abitudine di fronte ai collaboratori più giovani e inesperti, alla ricerca di sicurezze, mi è capitato più volte di citare il mio amato Paul Valéry: “Per l’intelletto puro, niente è futile, niente è importante. Per questo gli uomini molto intellettuali e più autenticamente intellettuali scherzano facilmente. E scherzano in maniera abituale…”.

Questa posizione come si traduce nel lavoro?
Credo che un progetto abbia grandi responsabilità e possa fallire in molte maniere diverse, e quindi abbisogni di cautela e di scelte meditate; ma il risultato finale deve essere lieve, allegro, fatto apparentemente senza sforzo. Ogni opera riuscita dissimula la fatica necessaria per portarla a compimento, e deve comunicare solo gioia e perché no anche l’elemento di gioco che vi è in ogni arte.

Un esempio?
Nel mio progetto per il magazzino automatizzato Pedrali a Mornico sul Serio, invece che nascondere o accettare un errore esecutivo dell’impresa che aveva realizzato il coronamento del nuovo edificio a una quota di mezzo metro superiore a quella del capannone esistente – ho deciso di sottolinearlo facendo posare sul dislivello tra i due volumi la sagoma metallica di un gatto che scendeva dal non voluto “gradino”. Visitando Riga un paio di anni dopo, ho potuto vedere la famosa casa con la statua del gatto sul tetto, e ho incominciato a collezionare motivi simili in tutta Europa. Spesso pensiamo di essere originali, e poi scopriamo che la stessa forma o arguzia è stata già usata innumerevoli volte.

Cino Zucchi, Schizzo per due tubi dell’aria sul soffitto di un locale conferenze a Cernobbio. Courtesy Cino Zucchi

Cino Zucchi, Schizzo per due tubi dell’aria sul soffitto di un locale conferenze a Cernobbio. Courtesy Cino Zucchi

Ci sono Paesi in cui è più facile sperimentare, magari proponendo architetture più fantasiose?
All’interno di una cultura europea ormai piuttosto condivisa, esistono Paesi tradizionalmente più conservatori e altri meglio disposti nei confronti dell’innovazione formale o all’ironia. Tra quest’ultimi vi sono indubbiamente l’Olanda – piuttosto aperta alle idee nuove ancorché bizzarre – e inaspettatamente l’Austria, che a differenza della Germania ha ospitato gli aforismi taglienti di Karl Kraus, le case colorate di Friedensreich Hundertwasser, le provocazioni disegnate di Hans Hollein e le bizzarre architetture strabiche di Josef Frank – uno dei miei architetti preferiti del Novecento, scappato poi a Stoccolma con l’avvento del Nazismo.

Quanto l’immaginario della letteratura e del cinema influenza la sua architettura?
Qualche tempo fa ho disegnato il tracciato di due tubi dell’aria sul soffitto di un locale conferenze a Cernobbio. Erano due curve specchiate ma vistosamente asimmetriche. Guardavo e riguardavo pensoso il mio disegno a matita grassa; mi ricordava qualcosa ma non capivo bene cosa. Dopo qualche decina di minuti ho avuto un’illuminazione: erano le corna di un elmo dei “cattivi” cavalieri teutonici dell’Aleksandr Nevskij di Sergej Ėjzenštejn! Mio padre aveva il disco della colonna sonora del film composta da Sergej Prokof’ev, e da bambino lo ascoltavo senza sosta sognando a occhi aperti la scena truculenta dei templari che affondavano nel lago ghiacciato sotto il peso delle loro armature. Quando in studio vedo i miei collaboratori che tendono a ripetere per pigrizia motivi presi da progetti precedenti, dico loro che mi piacerebbe che i nostri lavori fossero come altrettanti film di Stanley Kubrick, dove il linguaggio è reinventato di volta in volta in relazione al soggetto. L’ideale della mia architettura è di arrivare a un “Indie Pop sofisticato” come quello delle canzoni dei Belle and Sebastian, dei Would-Be-Goods o dei New Pornographers; ho tirato su i miei figli al suono delle canzoni di Natalie Merchant, che anni dopo mi è pure venuta a trovare due volte in studio.

E per quanto riguarda il mondo dei giocattoli?
Il mio studio strabocca di giocattoli: alcuni sono semplici mostri comprati nei grandi magazzini di Tokyo, altri rari vinili d’autore come i Buckingham Warriors di Gary Baseman, gli A Wood Awakening di Juce Gace o i Mimi the Cannibal Girl di Utomaru. Ammetto di essere irresistibilmente attratto dagli oggetti che messi in fila mostrino evoluzioni “darwiniste”, seguendo i meccanismi di diffusione e variazioni di pensieri e forme descritti da George Kubler in The Shape of Time. Remarks on The History of Things o da Dan Sperber in Explaining Culture. A Naturalistic Approach. Tanti anni fa, invitato da David Chipperfield alla Biennale di Venezia Common Ground, avevo usato parte delle mie collezioni seriali in un’installazione con cui descrivevo i meccanismi di propagazione e innovazione in svariati campi della cultura materiale attraverso sequenze ossessive di oggetti simili tra loro.

Collezioni nello studio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

Collezioni nello studio di Cino Zucchi. Courtesy Cino Zucchi

ARCHITETTURA CONTEMPORANEA, IMMAGINAZIONE E METAVERSO

Se le proponessero di progettare nella realtà un’architettura immaginaria, quale sceglierebbe?
Ci sono progetti restati sulla carta come il Cenotafio a Newton di Etienne Louis Boullée, il Danteum di Giuseppe Terragni e Pietro Lingeri o la Suspended House di Paul Nelson che sarei curioso di vedere realizzati; in quest’ultima forse mi piacerebbe vivere anche solo per un periodo limitato.

Per ora le architetture legate all’immaginario sono soprattutto riservate ai parchi dei divertimenti, dove prevalgono i concept legati ai più piccoli. Non sarebbe possibile pensare a un parco dei divertimenti per adulti, tipo un parco dedicato al mondo di Proust?
Il primo “parco tematico” a uso privato della storia è, ai miei occhi, la Villa Adriana a Roma: appare come una sorta di raccolta di souvenir di viaggio realizzati dall’imperatore omonimo in scala 1:1. Anche il Sacro Monte di Varallo – il progetto originario è di Galeazzo Alessi – è in fondo un “parco a tema”; in questo caso il tema è quello religioso al servizio della Controriforma. Tanti anni fa avevo comprato in un Autogrill una guida sui parchi divertimenti in Europa che insieme al Parco dei Puffi a Metz includeva il Sacro Bosco di Bomarzo disegnato da Pirro Ligorio! Se i parchi di molte regge europee come Potsdam, Caserta o Schönbrunn sono di fatto luoghi di svago e sorpresa, dal secolo scorso sono le Esposizioni internazionali a essere i parchi a tema per adulti, dove il tema è di fatto la “promessa di futuro”. A me affascinano particolarmente alcune “utopie bonsai”: il Poble Espanyol a Barcellona, la Scarzuola di Tommaso Buzzi in Umbria, il villaggio di Portmeirion disegnato da Clough William-Ellis nel Galles (peraltro scenografia della mitica serie distopica The Prisoner degli Anni Sessanta).

La casa del gatto a Riga. Courtesy Cino Zucchi

La casa del gatto a Riga. Courtesy Cino Zucchi

E se dovesse indicare il suo parco divertimenti preferito?
Ho scoperto solo pochi anni fa il “parco divertimenti” per adulti che amo di più: il Rock Garden di Chandigarh, la capitale del Punjab progettata da Le Corbusier. È una gigantesca opera di Land Art realizzata in segreto nell’arco di diciotto anni da Nek Chand Saini, un paesaggio fiabesco con cascate e grandi movimenti di terra intarsiati con materiali di scarto di tutti i tipi – cocci di ceramica, lampadine rotte, forcine – amatissimo da indiani e turisti che lo affollano ogni fine settimana. Al ritorno dalla sua visita qualche anno fa, ne ero rimasto così impressionato da aver preparato una lezione ai miei studenti chiamata The Capitol versus The Rock Garden.

Si parla tanto di metaverso. Le è capitato di vedere qualche architettura interessante dall’altra parte dello schermo?
Mi hanno recentemente chiesto di progettare un luogo virtuale nel metaverso. Nei miei anni giovanili al MIT avevo assistito in diretta alla nascita di quello che oggi è noto come Intelligenza Artificiale – avevo pure imparato a programmare in LISP. Svariati architetti iniziano oggi a esplorare le potenzialità incredibili di programmi come Dall-E, Midjourney o Stable Diffusion. Nonostante un mio grande interesse sul tema, amo ancora profondamente la dimensione concreta dell’architettura fisica. In un mondo eccessivamente “visivo”, mi piace sentire gli odori, i rumori, le sensazioni di caldo o freddo, levigatezza o ruvidità dei materiali al tocco della mano che solo un’architettura reale può dare.

Mario Gerosa

https://www.zucchiarchitetti.com/

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Mario Gerosa

Mario Gerosa

Mario Gerosa (1963), giornalista professionista, studioso di culture digitali, cinema e televisione, si è laureato in architettura al Politecnico di Milano. È stato caporedattore di AD e di Traveller e ora è freelance. Dopo aver scritto il primo libro uscito…

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