L’architettura è un caleidoscopio. Intervista a Cino Zucchi

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Decimo appuntamento con il ciclo di video-interviste curato da Itinerant Office. A ripercorrere la propria carriera è Cino Zucchi. Architetto e professore, si racconta in questa lunga conversazione registrata nel 2017. Tra memorie degli anni Ottanta, “quando avevamo molte riviste di architettura, Aldo Rossi e Giorgio Grassi”, aneddoti professionali e immancabili riferimenti musicali.

Vorrei che la mia architettura fosse bella come una canzone di Belle & Sebastian, o come Toy Story 3. Ho pianto quando ho visto quel film, perché la Pixar è in grado di realizzare un meraviglioso prodotto tecnico ma con molti livelli di comprensione. Può piacere a un bambino di quattro anni, ma anche a un adulto che ne ha quaranta, o anche a qualcuno che ne ha sessantuno (come me)”, ammette Cino Zucchi, uno dei protagonisti del primo ciclo di interviste promosso da Itinerant Office, confluito nella serie video Past, Present, Future: about being an architect yesterday, today, and beyond. Architetto, fondatore dello studio Cino Zucchi Architetti e professione al Politecnico di Milano, si è formato fra gli Stati Uniti, al Massachusetts Institute of Technology, e l’Italia, più precisamente nell’ateneo in cui attualmente insegna; confessa di aver studiato architettura “perché non sapevo cosa fare nella vita. L’architettura è un caleidoscopio, dove puoi vedere quello che vuoi vedere. Attrae molte persone per i suoi riflessi in molte altre discipline. Ne sono stato attratto non solo perché lo vedeva come una sfida, ma anche come un luogo in cui molte cose diverse sono legate tra loro”.

RENDERE LA VITA PIÙ FACILE (E BELLA)

In questa analisi fra passato, presente e futuro, Zucchi si rivela particolarmente generoso nell’offrire risposte dense di aneddoti, riflessioni, esperienze personali, metafore acute: da quella in cui indica la “svolta professionale” della sua carriera, ovvero la vittoria del concorso per le residenze nell’area ex Junghans di Venezia, fino all’indecifrabile ruolo dell’architetto nella società, sospeso tra la condizione di “specialista dell’estetica” e il continuo sforzo di negoziazione con molti professionisti, che rendono per certi versi la sua attività analoga a quella di un regista, che “non può controllare completamente ogni fase del suo lavoro” ed è chiamato a rendere “la vita più facile e anche più bella”.

Valentina Silvestrini

 

L’intervista integrale è visibile sul sito
www.pastpresentfutureproject.com

 

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.