Dal Ticino a Roma, il percorso di Francesco Borromini, al secolo Francesco Castelli, intreccia linee barocche e volontà di coniugare cielo e terra. Come dimostrato da alcuni dei suoi capolavori architettonici.

Melide e Bissone sono una di fronte all’altra, quasi si sfiorano disposte come sono sulle sponde opposte del lago di Lugano. Da queste cittadine rivierasche giunsero a Roma, per mutarne il volto, Domenico Fontana e Francesco Borromini. I due architetti oltreché conterranei erano anche lontani parenti per il tramite di Carlo Maderno, nipote dell’uno e zio dell’altro. Provenienza e parentela in questo caso non sono dettagli aneddotici, ma fondamento di un mestiere che si tramandava in famiglia. Tre generazioni di ticinesi sovrintesero alla realizzazione dei palazzi del Vaticano, alla riconfigurazione di Santa Maria Maggiore e di San Giovanni in Laterano, di San Luigi dei Francesi e della cappella di Caravaggio in Santa Maria del Popolo. Fontana, Maderno e Castelli, questo il vero nome di Borromini, guidarono l’erezione degli obelischi sistini, lavorarono alla grande cupola di Sant’Andrea della Valle e sparsero una manciata di tiburi lombardi nel cielo di Roma.
A cerniera tra due secoli e due epoche c’è Maderno, toccò a lui chiudere la fabbrica di San Pietro e aprire al Barocco con Santa Susanna. A Palazzo Barberini volle accanto a sé il nipote, che dalla Lombardia aveva recato una sensibilità religiosa prossima a Carlo Borromeo, santo da cui trasse persino il nome con cui è passato alla storia.
Francesco Castelli dalle sue terre portava un’etica del lavoro che lo condurrà a tributare un segno di rispetto anche nei confronti degli avversari, come quando, secondo la felice intuizione di Paolo Portoghesi, nel tracciare la linea perimetrale di Sant’Agnese in agone fa in modo che l’edificio si ritragga per fare spazio al capolavoro di Bernini. Alla scrosciante cascata della Fontana dei fiumi contrappose un movimento, adagio maestoso, che ha il suono dolce dello sciabordio lacustre.

BORROMINI A ROMA

Ecco, se in Borromini è possibile ravvisare una qualche memoria ticinese, essa si trova nella dinamica equorea dei suoi lavori. Così la ripartizione della facciata di Sant’Ivo, con la sezione superiore che pare sopravanzare la prima, ricorda il moto di piccole onde. Davvero chi entri alla Sapienza può avere la sensazione di essere trascinato verso la chiesa da una minuta corrente di risacca. Si attraversa il cortile di Giacomo della Porta, un altro luganese, senza mai essere abbandonati da un’atmosfera di diffusa sacralità. Il segreto di questa impressione risiede nell’intervento borrominiano che ha accomunato interno ed esterno. L’ingresso di Sant’Ivo svolge infatti una doppia funzione, disposto al centro di una sorta di catino absidale, è allo stesso tempo portale della chiesa e termine ideale d’un ambiente basilicale a tre navate, con un matroneo tanto ampio da trasfigurare il cielo in una volta immateriale. L’interno della chiesa, poi, è uno scrigno che pare ricavato nella valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo.

Francesco Borromini, Sant'Ivo alla Sapienza, Roma, 1643 62
Francesco Borromini, Sant’Ivo alla Sapienza, Roma, 1643 62

LE OPERE DI BORROMINI

La conchiglia dei pellegrini potrebbe essere assunta a emblema di una ricerca volta a coniugare il cielo e la terra. Borromini predilige la geometria biomorfa, gli basta una spirale per smaterializzare la lanterna di Sant’Ivo e le nervature della capasanta per sostenere un edificio. In virtù della sua logica strutturale e del suo portato simbolico, la coquille saint Jacques si presta a evocare reminiscenze d’infanzia ed entra in risonanza con un ideale etico ed estetico. Siamo tra Galilei e Spinoza, tra l’idea di un Dio che concepisce geometricamente l’universo e una natura che asseconda la metrica di Fibonacci.
Dimensione spirituale e sapienza costruttiva s’intrecciano nella casa dei filippini che si anima lasciando affiorare il portale per segnare l’andare ai poveri degli oratoriani. La programmatica rivendicazione della povertà dei materiali è affermazione energetica di un potenziale compresso. Il piano di superficie si piega e pare sempre sul punto di dispiegare forze silenti che l’abitano e la motivano.
Infine, l’unitarietà armoniosa del tutto vivente appare con cristallina chiarezza nella formula della facciata di San Carlino. Quando Borromini torna nella chiesa dedicata al suo santo, il movimento ondoso si ricompone in una sinusoide perfetta, la memoria si è fatta geometrica. Lasciatosi alle spalle il riso e il pianto, l’architetto è giunto al termine della sua ricerca. San Carlo alle quattro fontane sarà completata solo dopo la sua morte e vedrà la luce, per significativa coincidenza, assieme all’Etica more geometrico demonstrata.

Antonio Rocca

Dati correlati
AutoreFrancesco Borromini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonio Rocca
Antonio Rocca è nato a Roma nel 1971. Laureato a Viterbo con una tesi sulle relazioni tra avanguardia politica e avanguardia artistica, si è poi diplomato in museologia presso la Scuola di specializzazione dell’Università della Tuscia. Le sue principali passioni sono la ‘patafisica e il Sacro Bosco di Bomarzo (Bomarzo, Gangemi). Negli ultimi anni ha partecipato a numerosi programmi di divulgazione artistica per Rai e per Mediaset. Attualmente è docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Viterbo e collabora con La Repubblica, scrivendo prevalentemente di iconologia.