Lo spazio espositivo come scenografia. Intervista a Miriam Governatori 

Nel nuovo appuntamento della rubrica Studio Visit, Saverio Verini intervista la giovane artista Miriam Governatori, performer e disegnatrice che – con lavori spesso effimeri – sfida le logiche dell’esposizione tradizionale

È una pratica atipica, quella di Miriam Governatori (Foligno, 2001). Difficile definire le sue opere, che si presentano perlopiù sotto forma di happening sconcertanti, dei rituali che irrompono nella ritualità placida del vernissage. Il lavoro di quest’artista appare votato più alla dissipazione che non alla conservazione. In una recente performance da Almanac, a Torino, Governatori indossava un’enorme testa in cartapesta, non così diversa da quella che mascherava il volto di Michael Fassbender nel film Frank: nel corso della performance, tenutasi durante una mostra collettiva alla quale Governatori prendeva parte, l’artista – dimenandosi – ha sfasciato la testa, dalla quale sono iniziati a fuoriuscire dei biscotti, come da una cornucopia stregata. Perfetto esempio di un’estetica che vira verso l’assurdo, generando un “sense of wonder” inquietante che coglie alla sprovvista l’osservatore e mette fuori gioco la logica edulcorante del “mi piace”.

Miriam Governatori, senza titolo n. 12, 2022, matite colorate su carta, 42 x 60 cm. Courtesy l’artista
Miriam Governatori, senza titolo n. 12, 2022, matite colorate su carta, 42 x 60 cm. Courtesy l’artista

Intervista all’artista Miriam Governatori

Quasi ogni tua opera sembra refrattaria alla possibilità di essere esposta. Da dove nasce lo stato di agitazione che attraversa i tuoi lavori?
Quello che provo è tormento, più che agitazione. Non mi è mai capitato di pensare a un lavoro con l’intento di esporlo. Mi viene più naturale animarlo, distruggerlo, mangiarlo o “parteciparlo” in altri modi. Gli oggetti che invento, di solito, trovano senso tramite un’interazione fisica che li rende poco compatibili con un’impostazione espositiva tradizionale. Gli ambienti espositivi mi mettono a disagio: al loro interno percepisco spesso un senso di separazione dalla realtà che mi sembra controproducente, ed è per questo che il mio approccio è tendenzialmente performativo. Pensare allo spazio espositivo come a una scenografia mi permette di occuparlo in modo diverso, attraverso una stratificazione di finzioni che ne modifica la percezione.

Ho l’impressione che la tua pratica rivendichi una certa provvisorietà, quasi fosse la contingenza a determinare gli esiti delle opere, in particolare quelle performative. A proposito di queste ultime, sono curioso di sapere se il tuo processo prevede prove.
Gran parte del processo di preparazione è dedicato agli oggetti di scena (maschere, invenzioni, strutture, macchine, costumi…) che spesso sono anche i protagonisti dell’azione. Questa fase richiede una grande quantità di tempo ed energie da impiegare in diversi tipi di lavorazione, dalla cartapesta alla saldatura, partendo quasi sempre da materiali di scarto. Raramente provo per intero le performance, ma mi alleno molto a livello immaginativo: ne ripercorro mentalmente struttura, tempistiche e spostamenti, in modo ripetuto, quasi mantrico e con quanti più dettagli possibile, basandomi sullo studio preventivo dello spazio e del contesto. Lo svolgimento effettivo delle mie performance però è difficile da anticipare, essendo molto influenzato dal comportamento del pubblico e da altri elementi imprevedibili. Avere un controllo solo parziale di quello che succede mi mantiene in uno stato di autenticità, incertezza e concentrazione difficile da descrivere, che sento vicino al concetto di “fallimento queer”, per come lo intende José Esteban Muñoz in Cruising Utopia.

Avverto una certa fascinazione da parte tua per la dimensione punk, così come per l’approccio “DIY”. Quali sono i tuoi riferimenti artistici e culturali in senso più ampio?
Il mio sistema di riferimenti è piuttosto informe. Assorbo energeticamente quello che mi circonda piuttosto che basarmi razionalmente su una rete di informazioni o materiale culturale ben catalogato. Comunque, leggo molto di (anti)psicanalisi, inconscio e studi di genere. Mi interessano molto i linguaggi simbolici come l’astrologia e mi piacciono i racconti onirici e di fantascienza. A livello artistico ho un amore per Louise Bourgeois, Lygia Clark e, più nel contemporaneo, Natasha Tontey; ma devo molto anche alle tantissime puntate di Art Attack che ho guardato, oltre che ai più disparati contenuti visivi e informativi consumati su Internet, dai meme ai tutorial YouTube.

Miriam Governatori, DIY TORMENTO’s head-buffet, 2025, performance. Courtesy l’artista, photo Luca Vianello e Silvia Mangosio
Miriam Governatori, DIY TORMENTO’s head-buffet, 2025, performance. Courtesy l’artista, photo Luca Vianello e Silvia Mangosio

Miriam Governatori, la performance e l’arte emergente italiana

La tua ricerca è contraddistinta soprattutto dall’interesse per la performance. Anche il disegno, tuttavia, occupa uno spazio importante. Ti va di raccontare che peso ha all’interno della tua produzione?
Il disegno è uno strumento potentissimo di auto espressione ed analisi a cui ricorro più o meno consapevolmente da ben prima che diventasse parte della mia ricerca artistica. È una sorta di flusso di coscienza, un canale di comunicazione con l’inconscio che ha molte somiglianze con l’attività onirica. Un po’ come con i sogni, i contenuti dei miei disegni sembrano provenire da uno spazio interno che mi è sconosciuto, pur essendo mio. A volte questo materiale psichico straripa e quasi mi investe; altre volte è come se tacesse e mi viene da pensare che non sarò mai più in grado di disegnare, ma alla fine l’impulso a farlo torna sempre. Serve molta delicatezza per trattare il disegno come parte del mio lavoro artistico senza “ucciderlo” e comprometterne il senso di segreto e involontarietà che lo origina, ma con il tempo sto imparando a bilanciare introspezione e lucidità.

Devi ancora compiere venticinque anni, hai terminato da poco gli studi e stai iniziando a misurarti con le prime esperienze espositive. Quali sono le prospettive che intravedi in Italia per un’emergente come te?
Cerco di avvicinarmi alla carriera artistica con lo stesso senso di leggerezza e autenticità che provo nei momenti performativi, nonostante a volte sia difficile non farsi prendere dallo sconforto nel tentativo di dedicarsi alla propria pratica artistica e, contemporaneamente, costruirsi un’autonomia e stabilità: nelle condizioni attuali, almeno in Italia, sembra che una cosa escluda l’altra. Questa stessa frustrazione, però, può diventare una spinta potente a livello artistico e anche di lotta sociale. Tutte le persone con cui parlo di questo tema sono d’accordo nel suggerirmi di trasferirmi all’estero, e credo che lo farò per continuare gli studi in ambito performativo. Provare a inserirsi nell’ambiente artistico comporta dei rischi – soprattutto legati alla pressione dell’emergere – e se devo trovare un compromesso con la realtà, preferisco inventarmi un secondo lavoro piuttosto che perdermi nel delirio produttivo e passare la vita cercando di ottenere il successo necessario per poter vivere della mia pratica artistica.

A quale progetto stai lavorando in questo momento?
Sto lavorando a un disco che uscirà in primavera per l’etichetta torinese Discount. Sarà un collage di suoni digitali che ho prodotto sperimentando con GarageBand e registrazioni di vecchi giocattoli parlanti, in particolare un bidone antropomorfo con naso a pulsante, che parla della spazzatura come se fosse il cibo di cui si nutre (“vado pazzo per la rumenta, ahahah!”). In passato il suono ha avuto spesso un ruolo di supporto e riferimento mentale all’interno delle performance, ma in questo caso sarà il soggetto principale.

Miriam Governatori e Stefano Murgia, prove di un teatrino stanco, 2025, performance, teatrino e proiezione. Courtesy gli artisti
Miriam Governatori e Stefano Murgia, prove di un teatrino stanco, 2025, performance, teatrino e proiezione. Courtesy gli artisti

Chi è Miriam Governatori

Miriam Governatori nasce a Foligno nel 2001. Dopo la laurea in arte e design alla Libera Università di Bolzano (2024), partecipa alla residenza collettiva Posidonieto curata da Zoë De Luca Legge alla fondazione Lac O Le Mon (2024) e al programma di formazione New Gen curato da Almanac, Cripta747 e Mucho Mas! (2025). Attualmente vive e lavora a Torino. La sua pratica nasce dall’elaborazione di emozioni intense e dallo studio dell’inconscio collettivo e si sviluppa tra performance, installazioni, oggetti di scena e disegno. Negli ultimi anni ha collaborato con Edizioni Brigantino, Milano, in Vita Romantica Pomeridiana 11 (2025), Almanac, Torino, in if we were to fall silent (2025) e Museion, Bolzano, in Opening The Pill (2022).

Saverio Verini

Gli episodi precedenti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Saverio Verini

Saverio Verini

Saverio Verini (Città di Castello, 1985) è ideatore e curatore di progetti espositivi, festival, cicli di incontri legati all’arte e alla cultura contemporanea. Ha collaborato con istituzioni quali La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, l’Accademia Nazionale di San Luca,…

Scopri di più