Nata a Milano nel 1991 e formatasi all’Accademia di Brera, Monia Ben Hamouda è la protagonista del nostro studio visit. Un focus sulle sue opere, raccontate dalla viva voce dell’artista.

Nella serie di interviste per la rubrica Studio Visit, su Artribune, ci interessa dare una dimensione circolare alle conversazioni, di solito cercando di partire da un particolare lavoro, da una sua caratteristica o da una nostra impressione, e fare insieme all’artista un percorso che porti a un punto distante ma connesso a quello di partenza. Ci piacerebbe tendere a una forma simile a quella della tua opera Untitled (purse) (2019).
La geometria è sicuramente un elemento presente nel mio lavoro e su cui mi sto concentrando molto in questo ultimo periodo. Sono figlia di padre tunisino e madre italiana. Mio padre è un pittore di arte islamica e utilizza principalmente la calligrafia. L’arte islamica non si serve della figurazione, perché è vietata dalla religione. In realtà l’arte figurativa esiste, ma dai musulmani più conservatori non è granché accettata. La maggior parte delle persone che fanno arte nei Paesi islamici utilizzano la geometria e la calligrafia, e spesso impiegano uno stratagemma per inserire la figurazione all’interno dell’astrazione. In pratica, le calligrafie a tema religioso, con testi presi dal Corano, vengono inserite all’interno di forme figurative, come una tigre, o spesso delle architetture. Tramite la calligrafia, alla frase scritta in arabo viene data la forma di una moschea, o di un uccello in volo. Questo aspetto mi interessa molto, e credo si trovi nel mio lavoro, anche se l’ho scoperto da poco e sto cercando di lavorarci su. In fondo, tutte le mie sculture, da due anni a questa parte, lavorano sulla compresenza di una parte figurativa e di una parte astratta, anche se non si direbbe perché sono forme che realizzo pensando ad amuleti, immagini simboliche, forse anche di matrice religiosa, assemblate nella speranza che possano proteggerci e proteggersi loro stesse, che possano essere il simbolo di qualcosa che è successo, o che deve succedere. Penso spesso, ad esempio, ai sacrifici animali. Il lavoro che avete citato l’ho presentato a una mostra a Polignano, curata da Lucia Leuci. L’ho realizzato pensando a un trofeo di caccia. Mi piaceva pensarlo appeso a un muro, anche se in quel caso era installato su una sedia. Molti dei lavori che faccio sono da vedere come trofei di caccia, come le corna di cervo un po’ kitsch che si trovano nelle baite, che però hanno una loro potenza intrinseca. Mi piace pensare che la figurazione all’interno di queste opere abbia a che fare con la loro fallibilità. Vorrei che fossero immagini forti e simboliche, tuttavia risultano esauste, in un certo senso. Cioè, utilizzate per la loro potenza, create per rappresentare qualcosa, essere un simbolo, ma simboli esausti. Come un animale sacrificato. A volte chiamo questa tensione “forza debole”.

Monia Ben Hamouda, Untitled (purse), 2019. Courtesy l’artista & Treti Galaxie
Monia Ben Hamouda, Untitled (purse), 2019. Courtesy l’artista & Treti Galaxie

In che senso “forza debole”?
Quello che voglio fare è creare un simbolo che abbia a che fare con la religione e con la volontà di trovare la forza in un oggetto al di fuori di me, qualcosa di creato e assemblato da me o da qualcun altro. Vorrei mettermi nella posizione di uno sciamano che assembla una forma unendo una serie di oggetti a seconda di ciò che rappresentano, una zampa di coniglio o qualcosa trovato in un posto particolare, ma assemblando questi oggetti forzatamente. Quando mi metto nella posizione di creare un oggetto “magico”, ciò che rimane nell’opera è questo senso di stanchezza. Non è forte. Potrebbe essere stata forte. Per esempio, l’uso che faccio dei liquidi nelle mie sculture ricorda qualcosa che si lascia spostare, si lascia andare su se stessa. Non decido quasi mai a priori ciò che devo fare. Assemblo fino ad arrivare a un certo punto. È quasi una sorta di accettazione degli eventi scultorei che avvengono in studio. Anche l’utilizzo di alcuni materiali nello specifico, come i liquidi, mi dà l’idea di una passività dello scolpire: il liquido riempie uno spazio in un modo particolare e si lascia andare, è una forma che io innesco ma che poi fa un po’ quello che vuole. Mi piace questa passività all’interno delle forme che creo. Credo che anche questo elemento contribuisca all’idea di “forza debole”.

Monia Ben Hamouda, Survive, Adapt and Protect (Just Breath), 2017, Miranda, a cura di PANE project
Monia Ben Hamouda, Survive, Adapt and Protect (Just Breath), 2017, Miranda, a cura di PANE project

Questo ci riporta a un’impressione che in generale abbiamo dei tuoi lavori. In treno, mentre venivamo a Milano, stavamo cercando di ricordarci i lavori che avevi esposto per Miranda, la tua personale allestita in una macelleria. Ci ricordavamo l’inquadratura frontale con il banco frigo e i tagli di carne esposti, e ci ricordavamo che c’era un tuo lavoro posizionato in mezzo, tra questi, ma non riuscivamo in nessuna maniera a ricordarcene la forma. E questa nostra impressione torna anche rispetto ad altri tuoi lavori. Per esempio, di Exhaust (2018) ci ricordiamo la sua forma circolare, ma non riusciremmo a dirti nel dettaglio qualcosa dei suoi elementi. È come se occupassero uno spazio, ma non ci fosse ben chiaro in quale maniera. Cerchi volontariamente questa sorta di zona d’ombra?
È una bella domanda. No, direi che non la cerco, ma sono cosciente della sua esistenza. Non siete le prime persone che me lo dicono. Quando realizzo una scultura e la installo in un determinato spazio, come da Miranda, questa ne cannibalizza l’ambiente. E mi piace pensare di utilizzare l’ambiente come materiale.

Cannibalismo in macelleria.
Infatti. Quella mostra è stata importante per me. Prima di realizzarla avevo fatto alcuni lavori usando la carne, perché stavo ragionando sull’uso dei simboli. Dato che la mia famiglia è in parte musulmana, la carne, specialmente quella di maiale, ha una portata simbolica proibita, e in tal senso fa parte della mia vita. Fare una mostra in una macelleria mi ha fatto molto riflettere, e in quel contesto ho capito che sono le persone a rendere simbolo gli oggetti, a conferire loro questo status. È una cosa ovvia, però non l’avevo interiorizzata così bene prima di quel momento. Da lì ho pensato che non mi serviva realizzare opere che contenessero simboli scelti o decisi da qualcun altro, ma che potevo essere io a caricare simbolicamente qualsiasi materiale.

I SIGNIFICATI DELLE OPERE DI MONIA BEN HAMOUDA

Questa assegnazione di significato avviene dopo che le hai realizzate?
Sì, dopo che le ho completate, perché spesso i materiali che uso sono trovati, non li scelgo a priori. Vedo una cosa che mi interessa per la sua forma, o che magari ha un qualche collegamento con elementi che sento biografici, in generale legati alla religione. Adesso, ad esempio, sto lavorando a una serie di opere realizzate con seni in silicone. La mia famiglia parla due lingue differenti, cosa che, durante l’infanzia per me era piuttosto strana, così come è strano il modo in cui noi siamo “posseduti” dalla nostra famiglia, o da ciò che la nostra famiglia rappresenta, e da come queste persone fungono da stregoni, e stregano i propri figli, e anche i figli dei propri figli. E questi, a loro volta, da stregati diventano stregoni, e così il processo si perpetra. Il mio cognome è un composto: la sua prima parte, “Ben”, significa “figlio di”, che è un’ulteriore sottolineatura di appartenenza a una famiglia, a una persona, a un nome. È una sorta di prima missione che ci viene affidata dai nostri genitori. Con quest’opera ho voluto creare un simbolo che fosse un agglomerato di due culture. Ho cercato di unire la vicenda biblica di Sant’Agata, la santa a cui sono stati asportati i seni, e l’arte islamica, impiegando la calligrafia per entrare all’interno di una forma figurativa, anche se in teoria per la religione musulmana questo non si potrebbe fare. Volevo che l’opera racchiudesse questi due livelli di lettura, partendo da una vicenda che ha a che fare con una parte della mia famiglia e intervenendo per trasformarla in qualcosa che anche la famiglia di mio padre potrebbe comprendere, in qualche modo.

Monia Ben Hamouda, Gymnasium, 2020. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, Gymnasium, 2020. Courtesy l’artista

La calligrafia riproduce delle parole o sono dei segni?
All’inizio volevo scrivere parole di senso compiuto, poi mi sono sempre più spostata verso l’astrazione. Non sono frasi. Sono scritte in arabo, però non significano nulla. Sono un “Lorem Ipsum”, un segnaposto. Diciamo che è un testo che somiglia solamente a un testo. Per non entrare nelle problematiche di una religione che può non condividere quello che faccio, volevo esserne comunque rispettosa. Quindi la parte figurativa riporta a Sant’Agata, mentre la parte più astratta porta a quel livello di lettura dell’arte islamica che funziona proprio in questo modo, ovvero di una scrittura che arriva a una forma, a un disegno.

Questo accostamento lo troviamo interessante. In fondo tutto quello che sappiamo dei santi è legato al racconto di azioni che hanno compiuto o che hanno subìto, e nell’iconografia vengono sempre rappresentati tramite dei simboli. San Simone lo Zelota ha sempre una sega, Santa Lucia mostra un vassoio con gli occhi. Qui, con una serie di segni, vai a circondare un simbolo che riporta a una santa. In questo caso per te l’aspetto figurativo funge solo da supporto?
Mi interessa l’immediatezza del simbolo, almeno, se l’opera viene vista da qualcuno che conosce la vicenda di Sant’Agata, un simbolo che riporta a una storia e a una tradizione religiosa ben precisa, ma che in un certo senso riesca a spostarsi, a fare un giro completo arrivando a un’altra pratica religiosa opposta alla prima, che non contempla per nulla il culto dei santi e tanto meno l’impiego della figurazione, della nudità. Questi sono gli aspetti che mi interessano. Poi mi sono resa conto che quello che faccio è quasi sempre autobiografico, riguarda la mia famiglia e quanto questa a volte sia un po’ pesante nel suo non essere riuscita ad avermi dato un’identità ben precisa. Una parte della mia famiglia parla una lingua che non conosco, l’altra non sa pronunciare il mio nome. Sono sempre stata quella che viene da un’altra parte. Volevo unire questi due elementi distanti e parlare di assimilazione culturale, che nel mio caso non è attuabile. L’assimilazione è un tipo di acculturazione di persone di prima generazione, italiane, magari figlie di entrambi i genitori provenienti da un altro Paese, che assimilano una cultura in maniera preponderante dimenticando completamente l’altra. Nel mio caso è difficile da attuare, perché non è una questione di preponderanza tra due culture ma tra due genitori di origini diverse. Però mi piace che siano entrambi presenti nel mio lavoro.

Monia Ben Hamouda, Exhaust, 2018. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, Exhaust, 2018. Courtesy l’artista

L’IMPORTANZA DELLA CALLIGRAFIA

Vediamo una connessione tra quello che hai fatto in questo lavoro con la calligrafia e il modo in cui vai a comporre in generale le tue sculture. Guardando la calligrafia sui seni, non riusciamo a comprendere l’ordine di composizione, ed è lo stesso discorso che ritroviamo nelle sculture, nel modo in cui le vai ad assemblare.
Io le vedo sempre un po’ forzate. Mi piace il fatto che siano costituite da elementi che, in potenza, stanno bene assieme, tuttavia, se notate, sono legate con fascette di plastica, come se stessero vicine in maniera forzata.

Le fascette, oltre che per un motivo formale, hanno per te un’ulteriore valenza?
No, sono proprio un gesto.

Come una costrizione.
Sì. Magari per tutto il giorno non faccio nulla, poi arriva la notte e nel giro di due ore produco l’opera. Per tutto il giorno magari osservo una forma, poi quando decido che è il momento di fare mi metto in una posizione simile a quella di uno sciamano, o uno stregone, che attraverso un gesto, come può essere quello di stringere una fascetta, o legare insieme degli elementi, inserisce all’interno di una forma tutta una simbologia, una forza. Le fascette di plastica mi permettono di fare questo gesto, ed è un gesto per me importante, perché è attraverso di esso che assemblo, e assemblare non è semplicemente creare una forma, ma anche darle un nome, in un certo senso.

Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy l’artista

Il fascino, la fascinazione, etimologicamente derivano da questo. È come una legatura, la creazione appunto di un legame. C’è un collegamento con la magia. Nell’ultima tua serie sembra che tu stia lavorando su un immaginario che troviamo vicino al voodoo.
In realtà quelle a cui ti riferisci sono le opere che ho fatto durante la quarantena, così come i seni, ma non sono ancora finite. Sì, le trovo anch’io “molto voodoo”. È stato strano lavorarci. Sono fatte con materiali che avevo in casa, dato che non potevo uscire. Non avendo colori, ho dovuto farmeli io usando delle spezie. Ho cercato di dare a queste opere un’aura cinematografica, quasi fossero oggetti magici rappresentati sul grande schermo. Mentre ci lavoravo avevo in mente The Blair Witch Project, quando la strega mette fuori dalle tende una serie di oggetti orrendi. È una scena che ho in mente da un sacco di tempo. Ho cercato di assemblare delle forme che potessero essere inserite in un film ed essere comprese da tutti, con forme aventi una lettura più semplice rispetto ad altre mie sculture. Quando i protagonisti di The Blair Witch Project aprono il sacchetto trovano dei denti, e così anch’io inserisco delle cose, cose che sono mie, dei tessuti.

Quindi c’è una parte che non si può vedere.
Sì, c’è una parte che non si vede.

Puoi dirci di più sui colori fatti con le spezie?
Alla fine è stata una costrizione perché non avevo materiale, non avevo il pigmento che mi interessava, però in casa avevo un sacco di spezie e ho pensato di usarle, e alla fine è diventato il procedimento che più mi interessa.

Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy l’artista

Sembrano muschio.
Una delle sculture sta facendo la muffa. Solo una. Probabilmente ho applicato la spezia quando la superficie era ancora troppo umida. Gliela lascio fare, vediamo cosa succede. Anche le spezie hanno una valenza “altra” in molte culture, sono curative, vengono usate nei rituali. Riguardo a queste sculture, nel complesso, mi piace l’idea che possano essere degli elementi spaventosi, con riferimento al cinema, ma anche elementi positivi, che possano aver guarito qualcuno o che possano essere stati usati durante dei rituali, appunto… Dico “stati” perché in qualche modo io le colloco sempre in un tempo passato. Sono state usate. Sono scariche.

Puoi spiegarci meglio questo aspetto? In che senso le vedi nel passato?
Le opere interagiscono con il tempo. Sono elementi utilizzati nel passato. Non che potrebbero essere utilizzati o che sono presenti adesso, ma che hanno una storia alle loro spalle, che sono stati utilizzati veramente per fare qualcosa. Potrebbero anche essere stati utilizzati da me, nella misura in cui io esorcizzo quello che sento mentre assemblo l’opera. Però hanno sempre a che fare con il passato e mai con il presente, mai con il futuro. Sono la storia di un avvenimento, di un rituale passato, ma non necessariamente avvenuto tanto tempo fa. Può anche essere successo ieri. Sono scarichi.

Quindi “scarico” nel senso che ha già compiuto la sua funzione, e a quel punto tu ne ripercorri la forma? La funzione per cui erano stati creati è già stata espletata?
Credo che, nel momento in cui li ho finiti, sia già tutto accaduto, ma io ne sento la necessità.

È un tuo rituale.
Assolutamente mio. Tutti i materiali prima erano entità singole, pezzi di gesso, rami, cose che ho trovato in giro. Già nel momento in cui li assemblo, sento di infondergli un certo tipo di forza. Quando poi finisco, però, la percepisco come una forza passata. Un oggetto che era forte, che aveva una sua potenza, ma che poi si è scaricato. È come se mantenesse una sua elettrostaticità.

È quasi più vicino a una fotografia che a una riproduzione scultorea.
Sì. Non avevo mai pensato a questa cosa. In effetti potrebbe anche essere così.

SCULTURA O FOTOGRAFIA?

Come procedimento fa pensare a quello dei mandala, che sono fatti per essere distrutti, perché la loro attivazione sta nel processo con cui vengono realizzati. In questo senso si può parlare di un oggetto rituale, però esaurito. Le tue sculture sono come un mucchietto di polvere che prima era un mandala?
Sì. In questo senso sì. È un oggetto esausto, legato al passato, ma è anche una reliquia di se stesso, in fondo. Vuole sembrare ciò che è rimasto dopo una determinata operazione propiziatoria o magica. È una sorta di aura che ha il lavoro, che finisce e comincia ma non si vede.

Monia Ben Hamouda, I can’t even reply you (but we were in love), 2017. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, I can’t even reply you (but we were in love), 2017. Courtesy l’artista

Le polveri che sono state utilizzate in un mandala non le puoi più separare, dividere. E in questo sta il suo essere esaurito e compiuto. Ora, questo ci ricorda i tuoi lavori con la carne. Stiamo pensando alla serie I can’t even reply you, o I’m Just Trying to be Pretty (Racoon), entrambe del 2017. Come mai hai utilizzato proprio la coda e le orecchie del maiale?
Mi interessavano per la forma. Sono forme vicine alla realtà, in fondo sono coda e orecchie di un animale, vengono vendute in macelleria per essere cucinate, però allo stesso tempo sono irriconoscibili. Tutte le persone che hanno visto le opere della serie che avete citato non avevano capito cosa fossero, anche chi di solito mangia carne e va in macelleria a comprarla. Hanno una forma molto concreta ma anche molto aliena, in un certo senso. Inoltre, orecchie, zampe e code di animali vengono utilizzati per amuleti e oggetti magici. L’uso di questo materiale, con la sua storia, era legato al voler creare un simbolo, anche se poi ho abbandonato l’idea dell’utilizzo di simboli già esistenti per poter arrivare a crearne di miei, come vi dicevo prima.

Su una delle sculture della tua ultima serie hai tracciato dei segni calligrafici.
Sì, volevo sovrascrivere un altro livello. La forma è legata al voodoo, però volevo mescolare più visioni simboliche. Come nei seni. L’aver inserito questo elemento mi ha fatto capire che devo creare i miei simboli e che per farlo devo usare i mezzi che ho, e la calligrafia è un mezzo che, biograficamente, mi appartiene. Ha anche a che fare con l’utilizzo dell’ambiente come materiale, e questo fa parte del mio ambiente.

Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy dell’artista
Monia Ben Hamouda, work in progress, 2020. Courtesy dell’artista

Anche quest’opera di forma circolare l’hai fatta durante la quarantena?
Sì, fa sempre parte della nuova serie, ma devo ancora comprendere come installarla. Ha una forma circolare ma non chiusa come quella di Exhaust (2018). È come se ne mancasse una parte. Anche questo ha a che fare con il modo di inserire la geometria nell’arte islamica, però l’opera è molto lontana da quel genere di cose. Ha questa caratteristica, ma potrebbe essere stata fatta anche da una persona che non ha la mia biografia e che ha bisogno di inserirvi un simbolo. Anche qui ho utilizzato le spezie. Non la vedo separata dalle altre opere realizzate durante la quarantena. Vorrei installare questi lavori tutti insieme, facendoli “collaborare”.

In questo lavoro non è presente l’elemento liquido che troviamo in Exhaust, quindi un elemento che prende la forma del contesto in cui viene inserito, ma viene simulato dal riflesso e dalla trasparenza della plastica in cui lo hai avvolto.
In questo caso il suo ambiente è formato dagli elementi al suo interno, dall’uso di un certo tipo di colore perché era l’unico che avevo in casa, però comunque ha un livello di lettura che va oltre se stesso, in un certo senso.

FORME E DISPOSITIVI SECONDO MONIA BEN HAMOUDA

Questa approssimazione verso una forma, senza però poi raggiungerla completamente, ha sempre un rapporto con la calligrafia islamica, con la sua mancanza di figurazione accostata alla volontà di inserirla comunque?
C’è sempre una tensione verso la figurazione, perché chi fa calligrafia sente il bisogno di inserire parti figurative anche se non può, e credo che questa tensione sia anche in me quando realizzo questi lavori. Anche se le opere non risultano figurative, io le vedo come tali. Per me potrebbero avere la stessa valenza di un crocifisso, o del quadrato di Malevich. È quel tipo di forza.

Hai citato due simboli molto potenti, creati per arrivare a un altissimo livello di astrazione. Ci sono persone che hanno passato o passano la loro intera vita davanti al crocifisso, e crediamo che in futuro ci saranno persone che con la stessa intensità staranno davanti al quadrato di Malevich.
È una cosa a cui in realtà sto lavorando approfonditamente da poco tempo, quindi devo ancora chiarirla e mi fa piacere parlarne con voi.

Monia Ben Hamouda, Prediction, 2019. Installation view at Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, Théâtre Cravey Pavilion, La Teste de Bûch. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, Prediction, 2019. Installation view at Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, Théâtre Cravey Pavilion, La Teste de Bûch. Courtesy l’artista

Anche a noi fa molto piacere. Questo discorso lo ritroviamo anche nei lavori a parete della serie Prediction (2019).
Quella serie ha a che fare con una specifica gestualità. Per realizzarla ho lavato dei tessuti con un liquido di mia composizione, composto da gesso, resina e pigmento. Dopo il lavaggio li stendevo ad asciugare sul telaio. Questi gesti riportano al lavaggio dei tessuti nel Gange, ma anche a una dimensione più arcaica, in cui veniva scelto un luogo in cui lavare se stessi e i vestiti per quello che quel luogo rappresentava, e per ciò che poteva fornire alla persona che compiva questo gesto di purificazione. Volevo ritrovare all’interno dell’opera una lettura analoga a quella della lettura dei fondi del caffè. In un certo senso speravo di poter leggere il futuro sulla sua superficie.

Anche questi lavori sono dei dispositivi.
Assolutamente sì. Hanno a che fare con il resto della mia produzione, ma soprattutto per la gestualità che hanno alla base, per il lavaggio e la ricerca di una forma durante l’asciugatura. Non è una gestualità volta a uno scopo, come nella pittura, è il compiere un gesto che porta l’opera a essere quello che è.

La forma rettangolare quindi è un pretesto?
Sì, la forma rettangolare è quella che tutti conosciamo e che vediamo spesso nell’arte. Sono opere che ho iniziato a fare per una mostra in Francia, Love Data – Alios 16ème Biennale D’Art Contemporain at Théâtre Cravey Pavilion, La Teste-De-Bûch. Questa era la forma di cui aveva bisogno lo spazio.

Monia Ben Hamouda, Prediction, 2019. Installation view at Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, Théâtre Cravey Pavilion, La Teste de Bûch. Courtesy l’artista
Monia Ben Hamouda, Prediction, 2019. Installation view at Alios 16ème Biennale d’Art Contemporain, Théâtre Cravey Pavilion, La Teste de Bûch. Courtesy l’artista

Avevi anche presentato un’opera usando un pianoforte come plinto.
Sì, è vero. Ho suonato il pianoforte per tanti anni, ma non l’ho mai amato molto. Quando in studio avevo creato Prediction mi sono detta: “È un pianoforte. Pazzesco”. Ho detto a Michele Gabriele, con cui condividevo la doppia personale, che sarebbe stato bello avere un pianoforte in mostra. Quando arriviamo in Francia per installare, incredibilmente nello spazio troviamo un pianoforte. Ero sconvolta. Era esattamente quello che volevo ed è successo, quindi è stato poi molto naturale esporla in quel modo. In realtà ho fatto tante opere che appoggiano su mobili. Dato che viviamo in una casa-studio, mi sono trovata spesso a dover posare le opere sui divani, sul letto o sulle sedie. Ho voluto un po’ riproporre questa modalità, perché rispecchiava l’ambiente naturale in cui le sculture sono nate. In una mostra in Svezia alla CC Gallery le opere erano esposte su divani e poltrone. Invece di metterle su un plinto o un basamento, ho voluto mettere in mostra lo stesso sguardo che mi ha portato a capire che erano delle opere. Penso che continuerò a esporre opere sui mobili perché lo trovo estremamente naturale.

Monia Ben Hamouda & Lucia Leuci, Donna Demone, 2019. Courtesy le artiste
Monia Ben Hamouda & Lucia Leuci, Donna Demone, 2019. Courtesy le artiste

Sono tutti supporti che richiamano il mondo intimo, familiare, e sembrano quasi legati a una tua ritualità metagenealogica di ricostruzione. In questo contesto può rientrare anche l’amicizia. Dato che abbiamo iniziato da un’opera che è stata, in origine, documentata indosso a Lucia Leuci, vorremmo concludere chiedendoti di Donna Demone (2019), che hai realizzato a quattro mani con lei.
Questa è un’opera che mi piace un casino. L’abbiamo realizzata per una mostra curata da Andrew Birk in Spagna. Riprende una serie di Lucia in cui, partendo dalla stessa forma di supporto in resina, costruisce dei personaggi diversi, aggiungendo elementi che conferiscono loro una personalità. Sono dei ritratti. Aveva realizzato questo supporto nero ma non l’aveva mai utilizzato, e mi ha invitata a lavorarci. Ho cercato di dare una fisicità a questa ragazza, e poi insieme le abbiamo dato un carattere. Ognuno dei personaggi creati da Lucia per questa serie ha una storia. Quella di questa ragazza è un po’ assurda. Lei è un’adolescente antisociale, rappresenta una sorta di estremizzazione delle sottoculture. Sapete che da ragazzini ci sono quelli che si identificano con i punk, o con i dark, ecc. Questa ragazza va oltre e cerca di attirare l’attenzione degli altri in modi estremi, fino a cospargersi di pece e ricoprirsi di piume nei bagni della scuola. Poi mentre compie questo rituale nel bagno in cui si cosparge di schifezze, le crescono le corna. Abbiamo scritto un racconto su questa ragazza. Lei cerca di suscitare negli altri un qualche tipo di reazione, ma la reazione che si aspetta non si palesa mai e lei arriva a fare cose assurde.

Treti Galaxie

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #56

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AutoreMonia Ben Hamouda
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Treti Galaxie è un art project fondato da Matteo Mottin e Ramona Ponzini. Il suo obiettivo è lavorare con gli artisti in maniera espansa, rispettandone i progetti e le idee e aiutandoli a produrre e sviluppare mostre nella maniera più completa. Per questa ragione sceglie di non avere una sede fissa ma di cercare ogni volta lo spazio che meglio si adatta al progetto a cui sta lavorando. Da marzo 2016 sviluppa una serie di mostre personali in cui gli artisti dialogano con il tessuto urbano nascosto di Torino, riconfigurando l'uso di siti storici della città come la Mole Antonelliana, la Sala Reale della Stazione di Torino Porta Nuova, la Fortezza Sotterranea del Pastiss e le Arcate dell'Ex-MOI, siglando collaborazioni con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, Grandi Stazioni Rail, il Museo Civico Pietro Micca, Parcolimpico e Acer.