Intervista a Dottor Pira: “Per fare fumetti bisogna essere disposti a non piacere a nessuno”
Nel nuovo numero di Artribune Magazine il fumettista Dottor Pira racconta il suo percorso fuori dagli schemi, dagli esordi sul web fino al fumetto come lavoro. Si parla di Internet, social e libertà creativa, riflettendo su come l’ossessione per l’engagement abbia trasformato il modo di produrre e leggere le immagini
Pseudonimo di Maurizio Stefano Piraccini (Tortona, 1977), Dottor Pira è uno dei fumettisti più prolifici e intraprendenti della scena italiana. Pioniere del fumetto naif, ha pubblicato le sue storie dal web (la serie Fumetti della gleba è il webcomic più longevo del fumetto italiano) alla carta stampata, collaborando con case editrici di primissimo piano come Feltrinelli e Coconino Press. Potevamo farci sfuggire l’occasione di farci due chiacchiere?

Intervista a Dottor Pira
Cosa significa per te essere fumettista?
Mi sembra ancora adesso una situazione abbastanza incredibile. Non sto cercando di fare il modesto: tra me e me, mi sono sempre esaltato per i miei stessi fumetti, e spesso rileggendoli pensavo di essere un genio. Allo stesso tempo, ero tranquillamente convinto che fosse impossibile fare quel genere di storie come lavoro principale. Dieci-quindici anni fa nessuno ci avrebbe scommesso una lira, qualsiasi editore mi consigliava di fare un altro lavoro e magari di tenere quella attività come hobby. Eppure, eccoci qua. Quando mi sveglio al mattino e penso che il mio lavoro è fare fumetti mi sembra un miracolo.
Anche se il tuo resta un percorso molto trasversale, che oltre al fumetto coinvolge grafica, produzione televisiva, animazione, street art. Come hai gestito negli anni questa moltitudine di interessi?
Ho sempre lavorato come freelance e ho sempre rifiutato i lavori fissi a stipendio perché non mi trovo bene in quella condizione. Di conseguenza ho provato un po’ di tutto. Ho sempre preferito la precarietà alla sicurezza, anche se ovviamente può essere stressante quando non trovi lavori. Ma mi sono sempre barcamenato bene. Per me la regola era lavorare il minor tempo possibile, facendosi pagare il più possibile. Così facendo avevo il tempo per dedicarmi alle attività non redditizie: suonare, fare i graffiti, andare in bici e in skate, e ovviamente i fumetti. Quando ho deciso di fare fumetti per lavoro ho fatto quasi l’opposto: di fatto lavoro molto di più, ma volentieri, perché faccio quello che voglio. Ovviamente perché questo funzioni devo fare i fumetti solo come va a me, senza preoccuparmi di richieste del mercato o del pubblico. Perciò devo fare attenzione a come mi muovo per trovarmi in una posizione in cui questo sia anche sostenibile economicamente.

Dottor Pira pioniere del fumetto naif
Hai cominciato distribuendo fumetti fotocopiati all’università, penso alle primissime storie dei Fumetti della gleba, poi diventati uno dei webcomic più longevi del fumetto italiano. Com’è cambiato, da allora, il modo di concepire la produzione e la diffusione dei fumetti?
È cambiato davvero tutto, e in un tempo relativamente breve. Ho vissuto in prima persona tutta l’evoluzione dal web 1.0 ai social, avendo aperto il sito nel 1996, dopo soli due anni dall’inaugurazione del World Wide Web (nota: avevamo verificato ai tempi con quelli di Nero, in effetti il mio sito è il più longevo sito italiano di fumetti e praticamente anche il primo – ne aveva aperto uno pochi mesi prima, ma durò solo un anno) e secondo me, anche se sembra banale a dirsi, è proprio Internet che ha cambiato tutto l’approccio alla produzione fumettistica.
In che modo?
Il web 1.0 era essenzialmente un “far west” senza regole e popolato da pochi pionieri, per cui non aveva grandi numeri ma era molto divertente. L’anonimato dà enormi possibilità espressive e io sono felice di essermele godute in quel periodo. Pubblicavo in modo irregolare, cambiavo spesso stile, e avevo una nicchia relativamente grande di persone che leggevano i miei fumetti ma non sapevano nemmeno che faccia avessi, se fossi un bambino o un anziano o uno svitato. Poi sono arrivati i primi social, e la crescita di popolarità delle graphic novel è coincisa esattamente con il periodo in cui quelle piattaforme, ancora in fase di formazione, puntavano a popolare le loro reti di contenuti originali. Questo inizialmente ha giovato al fumetto, ma negli ultimi anni tutti hanno pagato il conto. Man mano è stata inserita attraverso varie aggiunte strutturali una dinamica competitiva, che inizialmente non c’era. Questo inizialmente aumentava il coinvolgimento, che non è brutto in sé, ma poi è diventato il fattore dominante. Ora credo che quell’ambito non sia più adatto a un’espressione creativa di qualunque genere. Ci sono studi degli Anni Sessanta che dimostrano come la nostra mente, quando è sottoposta a pressioni competitive, non sia in grado di ragionare in modo creativo. Anche per questo, secondo me, non si trova più niente di veramente nuovo o interessante in ambito social. Inoltre, il cambio di politica che Meta ha fatto attorno al 2022 ha spostato l’obiettivo dai contenuti agli investitori. Molti fumettisti e illustratori si sono visti diminuire il pubblico, l’hanno preso come fallimento personale, e di istinto si sono spesi nel modo più pop possibile, per cercare di essere capiti da tutti e recuperare il pubblico perso. Il risultato è stato un ritorno del generalismo che per quanto mi riguarda è piuttosto noioso.
Se ripensi a quel periodo, lo fai con nostalgia?
La nostalgia è per qualcosa che non puoi più recuperare, ma non sono così pessimista. Di certo la situazione attuale mi sembra un po’ deprimente. Sono cresciuto in provincia, e sono contento di esserci cresciuto, ma non mi interessava né il calcio né un lavoro medio né mettere su famiglia. Ma gli stimoli anomali arrivavano anche là ovviamente: bastava una cassetta con dei gruppi grindcore a farmi cercare concerti e negozi di dischi in altre città e all’estero. Negli ultimi anni ho la sensazione che gran parte del mondo sia diventata un’enorme provincia generalista e ci siano sempre meno stimoli anomali. Non credo sia solo che sto invecchiando, penso che sia cambiato il contesto in cui pensiamo e facciamo le cose. Mi sembra che ci sia meno libertà, e non a causa di regole imposte, ma di uno stato psicologico diffuso, che è diverso da prima. Quindi più di pensare al passato con nostalgia mi capita di rifletterci per capire la differenza di contesto rispetto a quello che c’era prima e ricreare così la situazione mentale in cui mi sento che posso scrivere o disegnare qualsiasi genere di pazzia, senza preoccuparmi di altro. Non è una questione morale, per me è piuttosto una necessità: penso che il genere comico/surreale di cui mi occupo non possa essere realizzato in una condizione diversa da questa.
Fare fumetti prima e dopo Internet
Torniamo sul discorso fumetti-Rete. Sei stato tra i primi in Italia a utilizzare il web come spazio naturale per pubblicare fumetti. E oggi? Che cosa c’è dopo Internet? In altre parole: quale potrebbe essere il prossimo passaggio evolutivo del fumetto?
Rispetto al fumetto in generale non saprei dirti. Non credo però che l’Internet social sia ancora un ambito adatto per creare cose interessanti. Personalmente, ho notato una differenza: venti anni fa avevo iniziato a pubblicare su XL di Repubblica, in un periodo in cui prevalentemente pubblicavo sul mio sito, su fanzine e sui primi social. Ci mettevo molto più tempo a inventare un fumetto per la rivista, perché il pensiero che venisse stampato su carta e finisse in edicola mi rendeva più timido e meno slanciato. A distanza di anni, nel 2020, mi sono trovato a fare una rivista con Sio (si chiamava Evviva) che aveva una tiratura abbastanza ampia (se ben ricordo, 35/40 mila copie a numero). Dovevo fare storie brevi per un terzo della rivista, quindi un bel po’ di pagine. In quel momento ho notato che mi veniva facilissimo, molto più facilmente che sui social. Ho finito tutto in un pomeriggio ed ero molto soddisfatto delle storie. Solo in quel momento mi sono accorto che, mentre disegnavo, stavo pensando: beh, quelli che leggeranno le mie storie avranno già comprato la rivista, non potranno mettere like, non potranno commentare, e probabilmente non li conosco nemmeno. Paradossalmente, ma non è tanto strano se ci rifletti, una rivista è uno spazio più libero, meno mediato, meno competitivo, quindi più creativo di un social. E non è per la nostalgia della carta. Le riviste potrebbero essere un buon futuro prossimo, e infatti sto lavorando a una rivista mensile che esce in edicola. Ma la stessa situazione sono convinto che si possa ottenere anche su Internet, a patto di rinunciare all’engagementcompetitivo. Le domande che in questo momento ogni autore si dovrebbe porre, secondo me, sono: riusciresti a fare fumetti anche se non sapessi quanta gente li legge? Saresti disposto al massimo della libertà al prezzo di non guadagnarci nulla, né in termini economici né di pubblico? In fondo, era questo il presupposto dell’epoca delle fanzine e del web 1.0, e quelli che accettavano condizioni simili erano matti o pionieri.

Dottor Pira il fumetto per Artribune
Dicevamo di un percorso non canonico, che inevitabilmente sfocia in un fumetto altrettanto fuori dagli schemi. Che cosa ti interessa raccontare attraverso le tue storie?
Mi imbarazza dare una risposta sincera ma te la darò lo stesso. Sono sempre stato affascinato dai testi medianici, da quelli che sentono delle voci nella loro testa e le trascrivono. Mi è sempre piaciuta l’arte impersonale e ho sempre considerato le storie intime ed emotive come qualcosa di bello, ma di una categoria inferiore. Quando ho iniziato a fare i Fumetti della gleba cercavo le condizioni per scrivere in maniera “medianica” in vari modi: dormendo pochissimo, facendo grossi sforzi fisici, disegnando più velocemente possibile, tutto per fare in modo di non intaccare la storia con il mio ragionamento. I miei fumetti preferiti sono nati così. Sono convinto che molti mi siano stati dettati da qualche entità esterna. Probabilmente è solo un modo per togliermi la responsabilità di quello che faccio, ma tutto sommato per me funziona ed è divertente.
E la storia che hai realizzato per Artribune? Da dove nasce e di che cosa parla?
Una decina di anni fa avevo scritto delle storie con Tiramolla perché mi sembrava un personaggio ingiustamente dimenticato. Mi sono ricapitate per le mani e mi è venuta voglia di farne un’altra: nonostante i miei sforzi, trovo che Tiramolla sia ancora oggi un personaggio poco valorizzato. La prima idea era di fare una storia vagamente messianica, dove Tiramolla arrivava in una nazione sconosciuta su un fiume, in stile Mosè. Poi, trattandosi di una rivista d’arte, ho deciso che ci voleva un tocco di attualità con l’ambientazione alla Biennale. Le due idee si sono schiantate tra di loro e questo è il risultato dell’incidente. Spero che diagonalmente possa dire qualcosa sul panorama dell’arte contemporanea, a volte con gli approcci laterali succede. Con questo ho risposto al “dove nasce”; per capire di cosa parla mi rimetto al lettore.
Alex Urso
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati