Tappa a Bologna per incontrare Giulia Poppi, artista che sottopone i materiali a trattamenti quasi alchemici. È quindi una scultrice?

Ho ancora qualche difficoltà a definire con precisione il sentimento che provo di fronte alle opere di Giulia Poppi (Modena, 1992). I suoi lavori hanno spesso le sembianze di conglomerati esuberanti e coloratissimi, la cui origine – organica? artificiale? – risulta del tutto nebulosa. La materia della quale sono fatte le sue opere pare provenire da un altro pianeta; un minerale inventato – una kryptonite – che può suscitare ribrezzo o, al contrario, desideri ai limiti della commestibilità.
Per lo più ingombranti e invadenti, gli interventi di Giulia Poppi possono anche assumere forme sottilissime e manifestarsi attraverso trasparenze sofisticate; in ogni caso, a prescindere dalla loro dimensione, l’impressione è che siano irriducibilmente fuori luogo, figlie di uno stato d’animo e di un ardore a cui è difficile dare un nome.
Forse è per questo che l’ultima installazione realizzata da Poppi ha per titolo un’onomatopea, Sffsssshh: un fruscio, un colpo di frusta, un processo di ebollizione, lo sfrigolio di una saldatura – evocazione di qualcosa a cui probabilmente il suono riesce a dar corpo meglio di una parola di senso compiuto.
L’artista sottopone i materiali a trattamenti quasi alchemici: li plasma, li modella, li forza, ne scopre proprietà inaspettate. È per questo che, nonostante il carattere sfuggente delle sue opere, credo di poter dire con certezza che Giulia Poppi sia una scultrice.

Giulia Poppi, Untitled, 2018, fotografia digitale, stampa su pvc, 346x322 cm. Courtesy dell’artista
Giulia Poppi, Untitled, 2018, fotografia digitale, stampa su pvc, 346×322 cm. Courtesy dell’artista

L’INTERVISTA A GIULIA POPPI

In genere preferisco non utilizzare il termine “lavoro” per riferirmi a un’opera o a una pratica artistica. Eppure, nel tuo caso, trovo si addica perfettamente a quello che fai: azioni meccaniche, tentativi di combinazione tra elementi eterogenei, esperimenti sulla tenuta dei materiali.
Come avrai potuto intuire dai titoli dei miei lavori, per i quali utilizzo spesso onomatopee, non sono molto abile nell’uso delle parole. Quindi tendo a usare le parole “lavoro” e “opera” come sinonimi. In ogni caso, sicuramente, sono più interessata alla dimensione dell’opera che a quella della pratica o del lavoro. Anche la sperimentazione, nel mio caso, è finalizzata alla ricerca di materiali che attivino un immaginario, al quale cerco di dare una forma concreta.

Poco fa ti ho definito scultrice. Ti ci ritrovi?
Non do molto peso a questo tipo di cose. D’altra parte, è vero, io mi occupo di materia e di spazio; e se essere scultrice vuol dire occuparsi di materia e di spazio, allora può andar bene.

Istintivamente mi capita di cercare affinità e corrispondenze tra gli artisti. Devo ammettere che non è così semplice trovare qualcuno a cui somigli.
Forse è perché sono relativamente ignorante sugli altri artisti? Probabilmente tendo più a guardarmi attorno, a cogliere spunti altrove, anche in modo fortuito. Ad esempio, per Glassblock – opera che ho realizzato a Bologna in occasione di una mostra collettiva curata dall’artista Massimo Bartolini nel 2019 – il punto di partenza è stato una frase che ho letto nel libro di Richard Bach, Illusioni. La frase, parte di un dialogo tra due personaggi, suonava più o meno così: “È una tua superstizione il fatto che non si possa nuotare sulla terra e camminare nell’acqua”. Ecco, con Glassblock ho cercato di inseguire un’immagine impossibile, provando a renderla concreta: ho così realizzato un elemento che ostruisse lo spazio e cioè una parete in vetrocemento, ma fatta in tessuto, quindi fasulla. Un materiale apparentemente pesante come il vetrocemento si rivelava mobile, cedevole; oltretutto si trattava di una specie di ostacolo, per superare il quale era necessario scostare la tenda e dunque toccare l’opera.

Giulia Poppi, Sffsssshh, 2021. PETG vergine, dimensioni variabili. Opera realizzata in collaborazione con Plastopiave e ultravioletto.art. Courtesy l’artista
Giulia Poppi, Sffsssshh, 2021. PETG vergine, dimensioni variabili. Opera realizzata in collaborazione con Plastopiave e ultravioletto.art. Courtesy l’artista

CURIOSITÀ E SPLATTER NELLA SCULTURA DI POPPI

Mi sembra che tu cerchi di suscitare una curiosità in chi osserva l’opera, spingendolo a chiedersi: di che materiale sarà fatta?
Mi piace che ci sia un legame sensuale con le cose, un’empatia fisica. E mi interessa molto il fatto che un’opera generi prospettive anomale, che possano attrarre e repellere contemporaneamente. Per questo mi servo spesso di materiali poco nobili, grezzi, ma che rivelano proprietà sorprendenti.

In effetti alcune tue installazioni sembrano composte da organismi che si ribellano al loro statuto, raccapriccianti. Quasi splatter.
Però non sono una fan del genere! Mi fermo a qualche film di David Cronenberg. Posso dire d’essere attratta dalla bellezza che deriva da equilibri che si vengono a creare in maniera inedita, incongruente – e che può sconfinare nel raccapricciante, appunto. Trovo che ci sia qualcosa di magico nella decomposizione… Mi viene in mente la mostra Sbranksbunkdum, realizzata nel 2018 alla Gelateria Sogni di Ghiaccio, a Bologna.

Ancora un’onomatopea!
Sì, mi piaceva il suono di una pallina – però enorme – che rimbalzasse nello spazio espositivo in maniera incontrollata e rumorosa. In quel caso avevo prodotto una popolazione di oggetti in qualche modo fuori scala e fuori contesto, tra cui una riproduzione fotografica con l’ingrandimento di una muffa. Mi intrigava l’idea di questo microbo gonfiato: paradossalmente trovo che una cosa minuscola portata a una dimensione quasi mastodontica faccia meno paura.

Il contatto diretto con l’opera mi sembra una componente irrinunciabile per te: un atteggiamento in controtendenza rispetto al dogma dell’“instagrammabilità”…
Forse devo ancora capire il mio rapporto con la dimensione social e la fotogenicità delle opere. Certo, tutto è fotografabile, tutto è documentabile, ma sento che i miei lavori non possono essere ridotti a un’immagine bidimensionale. Credo si debba rispettare l’esperienza fisica, rispettare la materia: “Restate fedeli alla terra!”, come diceva Nietzsche.

Giulia Poppi, SplashSplapCiaff, 2019, silicone, pigmenti, acrilico, led, acciaio, 280x180 cm ognuna. Courtesy dell’artista. Photo Studio Abruzzese
Giulia Poppi, SplashSplapCiaff, 2019, silicone, pigmenti, acrilico, led, acciaio, 280×180 cm ognuna. Courtesy dell’artista. Photo Studio Abruzzese

GIULIA POPPI ALLA QUADRIENNALE DI ROMA

Lo scorso anno hai partecipato alla mostra collaterale della Quadriennale di Roma, che vedeva la partecipazione di dieci artisti emergenti selezionati tra le Accademie di Belle Arti di tutta Italia. Il tuo intervento era a malapena visibile, ma ha comportato un lavoro non da poco.
Passagatto era una gattaiola posizionata in basso, a pochi centimetri da terra, circondata da altre opere piuttosto muscolari. È vero, era quasi difficile notarla: eppure per realizzarla ho dovuto erigere una parete in cartongesso che chiudesse parte dello spazio al piano terra del Palazzo delle Esposizioni. La gattaiola collegava lo spazio al di qua e al di là della parete: un’intercapedine, un piccolo buco nero che richiamava gli inseguimenti di Tom & Jerry, ma che era anche una reazione al fisiologico affollamento della mostra. Gli sportelli delle due fessure da un lato e dall’altro della parete erano regolati da un meccanismo che prevedeva la loro attivazione: ogni cinque minuti la gattaiola si apriva e richiudeva, producendo un cigolio stridente.

Un’opera che somiglia a una via di fuga. Ci trovo diverse corrispondenze con la tua irrequietezza.
Ci può stare. Ho sempre avuto bisogno di fare, anche in maniera non programmata. Quando studiavo in Accademia, per circa un anno ho gestito, insieme ad altre persone, uno spazio che avevamo chiamato Malgrado – non era altro che il mio studio-abitazione. Ogni martedì c’era qualcosa: una mostra, una proiezione, un concerto, una performance, una festa. Un happening continuo nato da un traboccamento di idee e volontà, senza alcuna strategia. È durato poco, ma è stato bello.

Saverio Verini

www.giuliapoppi.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #63

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Saverio Verini
Saverio Verini (1985) è curatore di progetti espositivi, festival, cicli di incontri legati all’arte e alla cultura contemporanea. Ha all’attivo collaborazioni con istituzioni quali Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, MACRO, Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, American Academy in Rome, Fondazione Ermanno Casoli, Fondazione Pastificio Cerere, Istituto Polacco di Roma, Civitella Ranieri Foundation. Attualmente si occupa del coordinamento mostre della Fondazione Memmo di Roma. Nel 2018 ha pubblicato per PostmediaBooks la monografia “Roberto Fassone. Quasi tutti i racconti”.