Studio visit. Parola all’artista Giovanni de Cataldo

Roma è la fonte di ispirazione di Giovanni de Cataldo, che ha scelto la strada e il contesto urbano per concretizzare la sua ricerca artistica. Lo abbiamo intervistato

Giovanni de Cataldo, Castellammare, 2019, lasercut su legno verniciato, martello frangivetro. 230x150x150 cm. Courtesy dell’artista e z2o – Sara Zanin Gallery
Giovanni de Cataldo, Castellammare, 2019, lasercut su legno verniciato, martello frangivetro. 230x150x150 cm. Courtesy dell’artista e z2o – Sara Zanin Gallery

Pensando a Giovanni de Cataldo (Roma, 1990) mi è difficile tenerlo a distanza dal luogo dove è nato e cresciuto: Roma. Il suo studio si trova all’interno dell’ex Pastificio Cerere (che, a partire dagli Anni Settanta, ha visto emergere generazioni di artisti), in una delle zone più rappresentative della città: San Lorenzo. Non è raro vedere Giovanni aggirarsi per le vie del quartiere, con la sua inconfondibile andatura dinoccolata; ed è proprio in strada che de Cataldo trova spesso ispirazione per la realizzazione delle proprie opere.
Opere che si presentano come la sublimazione di alcuni elementi urbani: le reti arancioni dei cantieri, le silhouette delle panchine pubbliche, le pensiline dei distributori di benzina, le tipiche fontanelle da cui sgorga incessante l’acqua, i cosiddetti “nasoni”. L’artista rintraccia lampi di grazia scultorea nel paesaggio urbano, ma non solo: nel suo immaginario trovano spazio anche guardrail incidentati, che l’artista preleva e riveste di altri materiali, donando loro un’apparenza seducente, senza nulla togliere alle loro forme contorte, violente, impetuose e in qualche modo barocche.
In de Cataldo tutti gli indizi portano a Roma – a proposito di barocco. Roma, le sue strade, il suo cinismo, la sua decadenza, l’ironia tutt’altro che consolatoria: tutti elementi che hanno plasmato la pratica dell’artista, imprimendole l’istinto, la visceralità e, insieme, la grazia che la contraddistinguono.

Giovanni de Cataldo, Giraffa, rendering dell’installazione per Bomarzo nell’ambito del bando Lazio Contemporaneo, 2021
Giovanni de Cataldo, Giraffa, rendering dell’installazione per Bomarzo nell’ambito del bando Lazio Contemporaneo, 2021

INTERVISTA A GIOVANNI DE CATALDO

In quasi ogni tua opera c’è una traccia di Roma. Non sei certo il primo a ispirarsi alle suggestioni offerte dalla città, ma cos’è che ti attrae così tanto?
Potrei affermare che una città in cui convivano i frutti e le testimonianze di una storia millenaria costituisca un’ispirazione sufficiente, ma non sarebbe del tutto vero. In realtà, a ispirarmi sono soprattutto gli elementi del quotidiano, con tutti i loro difetti: prendere i mezzi pubblici, per esempio, e trovarsi all’improvviso dentro I guerrieri della notte, o in un autobus sgangherato con vent’anni di onorato servizio. Oppure camminare di notte in una strada semibuia, ammirando i vecchi palazzi scrostati e ricoperti di ogni genere di simboli, slogan, tag, dichiarazioni d’amore e oscure minacce, che preferisco alle brutte palazzine tirate a nuovo e impreziosite da opere di street art di dubbio gusto, testimonianza della “riqualificazione” della zona. Tutto sommato trovo più interessante ciò che sfugge al concetto di “decoro”, parola, peraltro, che già di suo richiama una facciata di rispettabilità chemaschera problemi enormi, che andrebbero invece affrontati alla radice. Ciò che mi affascina di Roma potrebbe, in effetti, essere riassunto da un verso di De Gregori, che la definisce “cagna in mezzo ai maiali”. Mi impressionò, quando lo ascoltai la prima volta da bambino, e mi è piace ancora di più oggi che credo d’averne meglio compreso il senso.

Sono le immagini di una città vitale, in qualche modo antagonista. Nella tua produzione, in effetti, ti sei concentrato anche sui gruppi organizzati delle tifoserie di calcio, gli ultras. Personalmente non amo la retorica attorno al tifo estremo, anche se riconosco la fascinazione che può esercitare da un punto di vista estetico.
Beh, sì, i colori, i simboli, i bengala, i fumogeni…  Nel mondo ultras l’estetica ha un’importanza speciale. Ed è altrettanto vero che le curve siano un ambiente estremo: valvole di sfogo di tensioni sociali e politiche, o di semplice teppismo, ma anche luoghi in cui trova posto praticamente di tutto. Il che ha il suo fascino, almeno per me. All’inizio ho lavorato sulle tifoserie italiane, poi, passando a quelle inglesi, fra le dodici squadre professionistiche di Londra, mi sono concentrato su quella la cui fama non viene certo dai meriti sportivi. Parlo del Millwall, squadra di Londra est, la cui tifoseria è famosa per le intemperanze (per usare un eufemismo) e per la sua orgogliosa appartenenza alla working class più colpita nell’epoca thatcheriana, che si contrappone alla Londra cosmopolita e fighetta. Il titolo della mia prossima mostra (alla Gelateria Sogni di Ghiaccio, a Bologna) non è altro che il nome con cui è nota la penisola su cui sorge il distretto di Millwall: L’isola dei cani (Isle of Dogs).

Giovanni de Cataldo, Santi e Peccatori, 2019, stampa su sciarpe di raso, 200x132 cm. Courtesy dell’artista e z2o – Sara Zanin Gallery. Photo Giorgio Benni
Giovanni de Cataldo, Santi e Peccatori, 2019, stampa su sciarpe di raso, 200×132 cm. Courtesy dell’artista e z2o – Sara Zanin Gallery. Photo Giorgio Benni

I PROGETTI DI GIOVANNI DE CATALDO

A proposito di progetti futuri, da mesi sei impegnato nella realizzazione di un intervento semi-permanente a Bomarzo, una pensilina di grandi dimensioni, che mi sembra tocchi diversi aspetti della tua poetica: l’interesse per il contesto urbano, un certo sguardo rétro (nostalgico?), l’attrazione per le componenti meccaniche e industriali. È la prima volta che ti esprimi su una scala così grande, vero?
L’intervento di Bomarzo è un’installazione permanente su un terreno in disuso del paese. È la prima volta che mi confronto con un’opera pubblica di queste dimensioni, circa quattro metri e mezzo di altezza per dieci di lunghezza. L’opera, Giraffa, sarà una vera e propria pensilina ispirata ai modelli iconici Eni degli Anni Cinquanta – un’architettura industriale di grande fascino. Esattamente come allora, infatti, le stazioni di servizio sono crocevia di un’umanità varia: camionisti e pendolari, villeggianti, clienti abituali e di passaggio. Si tratta ancora, in alcuni contesti, di oasi nel deserto, dotate di una loro precisa identità. In un piccolo centro come Bomarzo, che non possiede quasi nessun luogo d’incontro, mi sembrava interessante provare a crearne uno. Chiaramente non ho la pretesa di riuscirci, anche se la struttura è predisposta a ospitare eventi e spettacoli; e pure se dovesse invecchiare dimenticata e diventare parte della natura, un po’ come i “mostri” del Sacro Bosco, non mi dispiacerebbe affatto. Grazie all’impegno dell’associazione La Dramaturgie e alla collaborazione con l’architetto Tommaso Marenaci, Giraffa sarà inaugurata a ottobre.

I riferimenti all’interno delle tue opere rivelano una sensibilità alimentata da “vagabondaggi” urbani, ma anche da film, videogame, calcio, canzoni… A proposito di canzoni, sono curioso di sapere come riesci a conciliare la pratica di artista visivo con l’attività musicale: un po’ un’eccezione, in un mondo come quello dell’arte che a volte vede con sospetto certe deviazioni e interessi – per non parlare di una certa disapprovazione che talvolta circonda chi dichiara la propria passione per il calcio.
Ben prima di affacciarmi al mondo delle arti visive scrivevo e ho fatto parte di diversi collettivi della scena rap underground romana. Nel tempo ho messo in stand-by una cosa e portato avanti l’altra. Adesso sono almeno tre anni che lavoro come autore e consulente e riesco tranquillamente a far convivere entrambe le cose, anzi ti confesso che questo binomio arte/musica mi rende molto più sereno.

Siamo partiti da Roma, torniamoci. Da un po’ di tempo si parla molto di come la scena artistica cittadina sia in fermento. Da artista e da romano, che idea ti sei fatto?
Devo essere sincero, sono un po’ scettico sulla tenuta di questo fermento… Anche se ci sono realtà interessanti come Spazio In Situ, che è solidamente attiva da anni nel quartiere di Tor Bella Monaca.

Saverio Verini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #62

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Saverio Verini
Saverio Verini (1985) è curatore di progetti espositivi, festival, cicli di incontri legati all’arte e alla cultura contemporanea. Ha all’attivo collaborazioni con istituzioni quali Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, MACRO, Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, American Academy in Rome, Fondazione Ermanno Casoli, Fondazione Pastificio Cerere, Istituto Polacco di Roma, Civitella Ranieri Foundation. Attualmente si occupa del coordinamento mostre della Fondazione Memmo di Roma. Nel 2018 ha pubblicato per PostmediaBooks la monografia “Roberto Fassone. Quasi tutti i racconti”.