Buon compleanno Édouard Manet. 5 opere (più una) per comprendere il primo artista moderno

Nato il 23 gennaio 1832, Manet scandalizzò i contemporanei e fu accusato di plagio, ma rappresentò lo spettro dell’esistente senza censure e venne enormemente apprezzato dai colleghi

Manet, Bar delle Folies Bergére
Manet, Bar delle Folies Bergére

Che Édouard Manet fosse il primo artista moderno lo pensavano già i suoi contemporanei: la rivoluzione compiuta nel sistema pittorico occidentale fu rivendicata da Edgar Degas il giorno del funerale dell’artista. Estremamente prolifico (con oltre 420 tele), Manet era spesso considerato grottesco e inopportuno: scandalizzò più volte il Salon di Parigi, rappresentando lo spettro dell’esistente in veste artistica e senza censura: prostitute, veneri e borghesi avevano tutti la stessa dignità, come in una ricostruzione cronachistica del suo tempo. Ecco, nel giorno del suo compleanno, cinque opere che lo raccontano. 

-Giulia Giaume

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1. LA COLAZIONE SULL’ERBA

Manet- Colazione sull’erba

Realizzata negli anni Sessanta dell’Ottocento, non sorprende che sia stata bollata come “indecente”: la classica Venere nuda cessa di essere mitologica e diventa una figura mondana, surrealmente circondata da parigini vestiti all’ultima moda e da una piccola natura morta. Manet, nato in una famiglia colta e abbiente (il padre era un costruttore di dighe, la madre era la figlioccia del re di Svezia), rivendicò nella sua opera i segni della tradizione classica del Concerto campestre di Tiziano e del Giudizio di Paride di Raffaello. Ma non si accontentò di comporre nel segno degli antichi: appaiono chiari i segni della modernità, il contrasto tra luce e ombre, lo sfondo appena abbozzato, uno sguardo psicologico sui personaggi. Sconvolto, il Salon di Parigi la rifiutò e Napoleone III lo considerò un insulto alla morale borghese, così finì al Salone dei Rifiuti. Oggi è alla Gare d’Orsay.

2. OLYMPIA

Manet, Olympia

Pochi anni dopo Manet sfidò nuovamente l’arte classica realizzando Olympia, un nudo femminile di Venere, al pari di una prostituta. Inutile dire che l’opera, ancora una volta realizzata grazie alla modella prediletta Victorine Meurent, destò lo scandalo del Salon: alcuni visitatori cercarono di bucare la tela con degli ombrelli e venne spedita nuovamente tra i dipinti rifiutati, mentre il critico Claretie la bollò come “odalisca dal ventre giallo”. Traspaiono dall’opera i modelli della Maya desnuda di Goya e della Grande Odalisca di Ingres, e molti contemporanei vi hanno visto una profanazione della Venere di Tiziano. Per questo venne accusato di plagiare i grandi maestri, e pochi compresero che Manet utilizzava gli stilemi classici per parlare di modernità, mutando il linguaggio all’interno di una medesima composizione. E dire che aveva studiato da autodidatta: dopo le prime lezioni con il maestro e accademico Couture, infatti, si era allontanato da un apprendimento frontale viaggiando in Europa e osservando le opere degli artisti italiani, spagnoli, tedeschi.

3. IL PIFFERAIO

Manet, Il Pifferaio

Anche in quest’opera Édouard Manet si ispira ai grandi del passato: durante un viaggio a Madrid aveva visto dal vivo il Pablo de Valladolid di Velasquez e ne era rimasto profondamente impressionato, al punto da definirlo “la più sorprendente opera pittorica mai fatta”. Applicò così i principi del soggetto, la giovane figura che si stacca nettamente dallo sfondo, rendendo però la palette cromatica ancora più essenziale e brillante e privando lo spazio di profondità al punto che non esiste quasi un confine tra pavimento e fondale.

4. MUSICA ALLE TUILERIES

Manet, Musica alle Tulleries

Ecco che Manet, dopo cinquant’anni a farsi additare come sovversivo dell’arte (motivo per cui per diverso tempo si dedicò a più tradizionali ritratti e nature morte), sembra aver trovato il proprio posto nel mondo: è qui, insieme alla borghesia parigina assiepata sotto le fronde degli alberi delle Tuileries, in compagnia del fratello, dei colleghi pittori e dell’amico e poeta Charles Baudelaire. L’atmosfera della festa permette allo spettatore di apprezzare la quotidiana dignità della classe borghese, senza che questa venga mediata da artifici mitologici o onorifici. Ma invano: anche quest’opera non piacque perché il gusto era troppo nuovo, le figure troppo abbozzate, il simbolismo troppo povero.

5. IN BARCA AD ARGENTEUIL

Manet, In barca ad Argeteuil

L’opera fu creata in occasione di una delle estati che Manet passava ad Argeteuil insieme agli impressionisti Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet. Parte della sua passione per i soggetti di mare derivava dal fatto che da giovane avesse provato a fare della marina la sua carriera: dopo l’ingresso nella scuola e i viaggi studio attraverso l’atlantico, però, si appassionò ancora di più alla pittura e al disegno, contaminando lo stile europeo con i colori del Sud America. Alcuni amici e contemporanei di Manet riconobbero in quest’opera alcuni elementi propri dell’impressionismo, come la luce e i toni chiari, ma la chiarezza compositiva delle sue opere e la tridimensionalità delle figure si discostavano dal loro stile. Mostrato al salone del 1879, fu visto dalla pittrice Mary Cassatt che spinse dei collezionisti americani a comprare l’opera, a suo dire “l’ultimo grido dell’arte pittorica”.

6. IL BAR DELLE FOLIES-BERGÈRE

Manet, Bar delle Folies Bergére

Realizzata l’anno stesso della sua morte, il 1882, è la sua ultima grande opera. Manet dimostra ancora una volta la sua perspicacia psicologica e il suo gusto cronachistico, rappresentando un tema molto popolare con un taglio completamente nuovo. Il caffè-concerto tanto amato dalla borghesia parigina cade infatti sullo sfondo, mentre in primo piano torna una visione ravvicinata della realtà. La posa sgraziata della venditrice Suzan, che aspetta l’ordine di un cliente, fa trasparire la stanchezza e l’alienazione di una giovane donna al lavoro. Questo rese il soggetto ambiguo e inquietante per i parigini del tempo, che non ne videro la rivoluzionaria modernità.

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AutoreÉdouard Manet
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Giulia Giaume
Appassionata di cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli teatrali, mostre di arte figurativa e contemporanea. Avvicinatasi al giornalismo culturale con un corso sulla critica teatrale e cinematografica del maestro Daniel Rosenthal, cerca con ogni mezzo di replicare per iscritto la meraviglia che suscita in lei ogni manifestazione del genio umano. Laureata in Lettere, sta scrivendo la tesi di Scienze Storiche sulle aggregazioni sociali nate con le nuove forme abitative del secondo dopoguerra milanese, mentre conclude il master di giornalismo alla scuola Walter Tobagi. Scrive recensioni per Satisfiction e coltiva il suo senso del bello sul blog personale Cinquesensi.