Arte performance e didattica: l’intervista all’artista Marcello Maloberti verso le Furla Series

Abbiamo incontrato Marcello Maloberti, artista, che ci ha raccontato il prossimo progetto per le Furla Series (28 – 29 marzo), aperto e partecipativo, tanto da lanciare un open call. Ma anche il suo rapporto con insegnamento e didattica.

STROMBUS PINK 2018, Performance, SESC Belenzinho, São Paulo, Brazil A project of ART for The World, Courtesy dell’artista e SESC Belenzinho, São Paulo
STROMBUS PINK 2018, Performance, SESC Belenzinho, São Paulo, Brazil A project of ART for The World, Courtesy dell’artista e SESC Belenzinho, São Paulo

Quali progetti hai in cantiere?

A marzo terrò un laboratorio sulla performance a cura di Fondazione Furla sotto la direzione artistica di Bruna Roccasalva e Vincenzo de Bellis al Museo del Novecento. Cerchiamo 15 complici, 15 giovani artisti che potranno realizzare una propria performance nel museo. Idee, visioni, azioni e suoni che possano dialogare con il museo, la sua storia e le opere esposte. Oppure proporre idee che siano diametralmente opposte per creare attrito, cortocircuiti con lo spazio stesso, riattivando le opere. Io mi propongo come il regista che darà carattere e forma alle azioni del workshop.

Un incontro intimo con la storia dell’arte…

In special modo i performer si potranno confrontare con le sale dedicate ai Futuristi, Morandi, De Chirico, Martini e Fontana. L’idea di relazionarsi al passato, affiancare la monumentalità della storia dell’arte con azioni effimere, vive, leggere e itineranti. Un camping dove momenti di riposo si alterneranno ad altri di movimento, creando nuove coppie di visione. Un modo di vivere lo spazio dove l’incontro con lo spettatore è parte del processo performativo. Il workshop durerà due giorni, 28 e 29 marzo, e le prove, nella sala dedicata a Fontana, saranno aperte al pubblico diventando già performance nella performance.

Quanto è importante l’insegnamento per te?

Insegno da venticinque anni, ho iniziato con i ragazzi del liceo artistico. Quindici anni fa ho conosciuto Marco Scotini, direttore del dipartimento di Arti Visive della Naba di Milano, e Andris Brinkmanis che hanno creduto in me e nella mia energia. Così sono arrivato in Accademia dove tuttora ho la cattedra di Arti Visive al Triennio. Il mio metodo di insegnamento vive del ricordo del maestro Luciano Fabro, che è stato mio docente per diversi anni a Brera, da lui ho imparato che il lavoro nasce dal dialogo con l’altro. Amo gli studenti del primo anno perchè sono come dei fiori freschi. Invidio la loro naturalezza che è una cosa molto difficile da mantenere intatta negli anni. Come diceva Socrate, gli insegnanti spiegano e i maestri ispirano, io spero di poter ispirare i miei allievi come del resto loro fanno con me ogni volta che li incontro. Uno dei motivi per cui insegno è anche questo, ogni giorno è un continuo mettersi in discussione. I miei studenti sono la mia festa.

E per ciò che concerne la pratica?

Mi piace che le idee arrivino sovrappensiero, è un momento barbaro, sono dei rapimenti. Dico sempre ai ragazzi del primo anno che non sanno da che parte cominciare, di partire lavorando sulle proprie ossessioni, le proprie fisse. Domandarsi “Che cosa so fare bene?”. Bisogna dare valore al caso. Cercare di arrivare da A a B senza paura di perdersi in Z. Non siamo rockstars, non abbiamo un tour prefissato. Sia lodato l’imprevisto, sempre sia lodato, anche se il didascalico, il figurativo e la banalità sono sempre dietro l’angolo. Nei lavori degli artisti che faccio vedere in classe, si può trovare forse una sola costante: non si sente la fatica del farsi del lavoro.  Come diceva Paolo Rosa di Studio Azzurro, che è stato il mio insegnante, le mie lezioni sono come delle stazioni creative. Ho portato spesso la performance come tematica in aula, invitando i miei studenti a pensarne di nuove in classe, sviluppandole in maniera laboratoriale.

Cos’è per te la performance?

La performance fa parte della mia pratica artistica e penso che sia un corpo collettivo. La moltitudine è dentro di me e negli altri. L’identità dell’artista deve essere condivisibile, morbida, bisogna imparare ad accettare i consigli e le critiche, bisogna essere un po’ vampiri. Dico sempre, citando il libro Arte torna arte, che l’artista è al 70% carattere, al 20% capacità e al 10% qualcosa in più, ognuno ci deve mettere del suo. Fare l’artista è una questione di resistenza, conta l’ambizione e i gesti a cui si dà peso. Poi bisogna studiare molto e farsi dei maestri, che sono punti di riferimento nel caos della vita. Bisogna saper usare quello che si studia. Imparare a guardarsi come ci guarderebbero Caravaggio e de Chirico. L’artista è un po’ come il bambino di Shining, lui sta nel labirinto, impaurito e sperduto ma è tornando sui propri passi che troverà poi l’uscita.

Ti ricordi qualche studente in particolare?

Gli studenti sono come una costellazione infinita che continua a crescere. È impossibile elencarli tutti. Le classi sono scontri di pianeti. Il rapporto con loro non si conclude alla fine dell’orario scolastico, ma continua nel tempo. In questo momento me ne vengono in mente alcuni che hanno lavorato con me in studio, sotto all’ombrellone Algida che tengo a casa, un luogo di ritrovo come se fosse un bar, come ad esempio Davide Allieri, Serena Porrati, Marco Ceroni, Martina Brembati, Francesco Sileo ecc… Sono molto contento di aver seguito in aula giovani artisti come Ian Tweedy, Alice Ronchi, Tomaso De Luca, Antonio Barletta, Byron Gago, Davide Serpetti, Martina Antonioni, Giorgia Mocilnik, Guendalina Cerruti, Edoardo Manzoni, Giulia Maiorano, la filmmaker Vanina Lappa, l’art director Tommaso Garner, Alessandro Moroni e Giulia Ratti del collettivo /77, Gianmaria Zanda, Gabriel Stöckli di Sonnenstube a Lugano, Nicolò Colciago e Giulia Fumagalli tra i componenti di SPAZIENNE e Francesca Mariani assistente della galleria Sadie Coles a Londra.

E oggi?

Tra i miei attuali studenti penso ad esempio a Andrea Bocca, Jacopo Martinotti, Gaia De Megni e Elisa Vaccariello e Cecilia Di Bonaventura. Quando parlo, tanti di loro mi guardano come se fossi un UFO perciò dico sempre “Non so se mi capite”. Questa frase sarà presto anche il titolo di un libro tratto dalle mie lezioni, che rimarrà disponibile per le classi future. Nell’arte il “Che cos’è?” è una cosa bella. Per citare una delle mie Martellate – Scritti Fighi 1990-2018 bisogna imparare a Non far fare alla rosa quello che la rosa non vuole fare.

Massimiliano Tonelli

http://www.fondazionefurla.org/furla-series-event/marcello-maloberti-e-il-corpo-che-decide-open-call/
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.