I Musei Civici di Bassano del Grappa dedicano una mostra a Sebastião Salgado. La direttrice spiega tutto in questa intervista

A un anno dalla scomparsa del celebre fotografo brasiliano, Bassano del Grappa ospita dal 24 ottobre 2026 “Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie”, la mostra ripercorre cinquant’anni di carriera. Volevamo saperne di più e abbiamo fatto qualche domanda alla direttrice Barbara Guidi

Una selezione di 160 scatti provenienti dalla collezione della MEP – Maison Européenne de la Photographie di Parigi sarà riunita ai Musei Civici di Bassano del Grappa per una grande mostra dedicata a Sebastião Salgado (Aimorés, Brasile, 1944 – Parigi, 2025), attesa per il 24 ottobre 2026. Visibile sino al 4 aprile 2027, il progetto espositivo Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi ripercorre cinquant’anni della ricerca del fotografo brasiliano. Volevamo saperne di più e abbiamo intervistato la direttrice Barbara Guidi.

Sebastião Salgado ai Musei Civici di Bassano del Grappa: intervista a Barbara Guidi

Perché avete scelto di dedicare a Sebastião Salgado una mostra così ampia?
La scelta di Salgado si inserisce in una delle linee di ricerca del Museo Civico, quella dedicata ai grandi maestri della fotografia, che negli anni ha portato a Bassano del Grappa protagonisti della scena internazionale come Robert Capa, Ruth Orkin, Dorothea Lange e Brassaï. Abbiamo scelto di proseguire con Salgado perché è un grande fotografo ma anche perché la sua opera ha una forte attualità. Basta guardare ciò che succede attorno a noi per comprendere quanto le questioni da lui affrontate siano ancora esemplari. In Italia sono già state realizzate altre mostre dedicate all’artista, ma ognuna di queste approfondiva una parte specifica del suo lavoro, sempre portato avanti per singoli “progetti”. Mancava dunque una rassegna che permettesse di abbracciare l’evoluzione della sua arte, dai reportage realizzati in America Latina a Genesis, un percorso affascinante e rigoroso che deve essere compreso in tutta la sua logica e complessità.

Perché avete scelto di raccontarne cinquant’anni di carriera attraverso una selezione di scatti provenienti dalla collezione MEP di Parigi?
Collaborare con la MEP è stato naturale, visto che, oltre a essere uno dei più importanti musei di fotografia a livello europeo, è anche il luogo che conserva la più ampia collezione di opere di Salgado, circa 400 scatti. La collaborazione tra musei è fondamentale per chi vuole realizzare progetti culturali di qualità. Seppur piccola, Bassano conserva collezioni di grande rilevanza, da Jacopo Bassano, al ricchissimo patrimonio canoviano, senza dimenticare l’enorme corpus grafico remondiniano o le raccolte ceramiche, collezioni che hanno concorso alla sua notorietà anche fuori dal nostro paese, favorendo la cooperazione e lo scambio tra istituzioni museali.

Sebastião Salgado, Nomadi in cerca di rifugio, regione del lago Faguibine, Mali, 1985. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado
Sebastião Salgado, Nomadi in cerca di rifugio, regione del lago Faguibine, Mali, 1985. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado

Quale fil rouge avete individuato tra queste opere e quale immagine di Salgado vorreste rimanesse al pubblico dopo la visita?
Il percorso espositivo, essenzialmente cronologico-tematico, permette di seguire le tappe salienti della vita e della carriera di Salgado, mettendo in luce gli aspetti decisivi della sua arte, a partire dalla sua singolare formazione. Nato in Brasile nel 1944, decide di lasciare il suo paese per questioni politiche e, nel 1969, si trasferisce con la moglie a Parigi, dove inizia una carriera da economista. Ben presto, per caso, trova nella fotografia il modo migliore per proseguire e soprattutto per comunicare gli esiti delle sue ricerche sulle ricadute delle politiche economiche capitaliste e sulla loro capacità di influire, nel bene e nel male, sulle popolazioni e sui territori.

Ci spieghi meglio.
Si è portati a vedere la carriera di Salgado come nettamente divisa in due grandi periodi e, questi due grandi capitoli della sua carriera, come antitetici. Il primo periodo è quello dei reportage che Salgado dedica alle guerre, alle migrazioni, al lavoro manuale e alle popolazioni meno fortunate e più sfruttate del pianeta; il secondo è quello di Genesis, settennale progetto in cui l’artista si dedica a realizzare un lirico omaggio a quelle aree del nostro pianeta ancora “vergini”, dove l’uomo vive in armonia con la natura. Questa produzione viene spesso letta come una fuga da quell’impegno sociale che caratterizza i primi decenni del suo lavoro di reporter. In realtà, queste due parti non sono affatto in contraddizione: secondo molti Genesis è la naturale continuazione ed evoluzione del suo modo di guardare il mondo, di denunciare e far comprendere, attraverso la struggente bellezza delle sue fotografie, la fragilità e l’importanza di quello che rischiamo di perdere.

Quindi possiamo dire che è una sorta di insegnamento nello sguardo?
Sì, possiamo anche vederla così. Salgado usa la bellezza e la monumentalità dei suoi scatti per catturare l’attenzione dell’osservatore, stimolare riflessioni e domande, riportare la nostra attenzione su qualcosa che siamo portati a dare per scontato, ma che in realtà merita maggiore cura e rispetto.

Quanto è importante oggi proporre Salgado non soltanto come fotografo, ma anche come autore con cui confrontarsi criticamente?
La grande arte è fatta di due elementi: c’è il soggetto, il campo di azione che un artista sceglie, e c’è la parte che riguarda lo stile e la tecnica. La somma di questi elementi restituisce la poetica di un artista. Ci sono tanti modi di fare fotoreportage. Salgado ha scelto di usare la fotografia non come mezzo di cronaca bruciante bensì come strumento per un racconto poetico attraverso il quale mostrare la condizione umana. In qualche modo, Salgado dà al fotoreportage quella dimensione estetica che sembrava preclusa, rendendolo epico e atemporale. Ci insegna che forma e contenuto non devono coincidere bensì concorrere allo stesso scopo. Non credo quindi che questi due aspetti – etica ed estetica – siano in contraddizione nella sua opera. È un elemento da tenere presente per capire la statura di un artista che è stato capace di trasformare l’attualità in qualcosa di perdurante usando un linguaggio formale classico capace di trasformare il particolare in universale.

Sebastião Salgado, Lotta contro l'incendio dei pozzi, giacimento petrolifero di Greater Burhan, Kuwait, 1991. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado
Sebastião Salgado, Lotta contro l’incendio dei pozzi, giacimento petrolifero di Greater Burhan, Kuwait, 1991. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado

Come avete lavorato per evitare che questo progetto diventasse soltanto una celebrazione postuma e trasformarlo in una riflessione sul presente, anche da un punto di vista allestitivo e di scelta di immagini?
Assieme alla MEP abbiamo scelto di tenere separate queste due “dimensioni” dell’opera di Salgado; lavorando su differenti colori alle pareti e sulla dislocazione su due piani dei nostri spazi espositivi, abbiamo destinato al piano terra le serie Altre Americhe, Sahel, Gold, Kuwait, Workers, Exodus e Children of the Exodus. Il primo piano è invece dedicato al grande progetto Genesis. Le scelte di allestimento e di illuminazione saranno attentamente calibrate per valorizzare al massimo l’opera dell’artista, creando lo scenario ideale per permettere al visitatore di entrare dentro le sue opere, quindi dentro al suo pensiero, al suo sentimento, al suo sguardo, e sottolineare l’attualità del suo messaggio.

Il “Cavallo colossale” di Canova torna fruibile dopo un importante restauro

Parallelamente alla mostra di Salgado, Bassano si prepara a restituire al pubblico il Cavallo colossale di Antonio Canova, un’opera che per oltre cinquant’anni è rimasta nei depositi. Che cosa significa oggi il restauro di quest’opera e quanto questo progetto può cambiare la percezione del patrimonio canoviano conservato a Bassano?
Più che di restauro si può parlare di rinascita; significa aver riportato in vita un capolavoro di Antonio Canova che è unico tanto per dimensioni quanto per tecnica e stile, un’opera giunta a Bassano per volere del fratello di Canova che decise di donare una parte ingente del patrimonio canoviano alla città sul Brenta cui Canova era particolarmente legato: sculture, bozzetti, dipinti a monocromo e una ricchissima collezione di disegni oltre a tutto il suo epistolario. A questi si aggiungono i due grandi modelli in gesso per i monumenti equestri di Piazza del Plebiscito a Napoli, ovvero il Monumento per Carlo III di Borbone, purtroppo distrutto a seguito dei bombardamenti del 1945, e il Cavallo colossale, ridotto in più di 200 frammenti dal 1969 e oggi ricostruito e restituito alla collettività. È un restauro speciale anche perché per tantissimo tempo è stato ritenuto impossibile. Qualcuno lo ha definito “il restauro del secolo” non solo per le vicissitudini dell’opera ma anche per la complessità dell’intervento, realizzato peraltro in tempi record, oltre che per l’innovatività e l’artigianalità delle soluzioni trovate passo passo, di concerto con la Soprintendenza, dal team che lo ha realizzato. Insomma, è stato uno straordinario lavoro di squadra che deve moltissimo all’apporto fondamentale del Ministero della Cultura, del main partner Intesa Sanpaolo e del main sponsor Venice in Peril Fund.

Non solo il restauro dell’opera è stato straordinario…
Lo sarà anche il suo riallestimento. L’opera misura oltre 4 metri di altezza e 5 metri di lunghezza: ovvero qualche tonnellata di gesso che deve essere trasportata al piano nobile di un edificio antico. Anche tecnicamente, ricollocare un’opera così grande, con tutte le difficoltà logistiche di trasporto e montaggio, sarà un evento straordinario. Questo ritorno, tra l’altro, testimonia quanto un museo sia un organismo vivo. Così come i problemi museografici e la sfortuna critica che a quel tempo investiva la figura di Canova – e le opere in gesso in particolare – portarono nel 1969 allo smontaggio e all’oblio di un’opera tanto eccezionale, il suo ritorno oggi segna il pieno riconoscimento della grandezza di uno scultore che seppe fare del modello in gesso qualcosa di più di un mero passaggio tecnico tra l’idea e la sua trasposizione in marmo o in bronzo. Restituirlo alla collettività è un passo che ci avvicina simbolicamente ai festeggiamenti per il bicentenario del museo nel 2028 e poi, ci auguriamo, all’ottenimento del titolo di Capitale Italiana della Cultura per il 2029.

Un percorso di sviluppo posto sotto l’egida della cultura

Sia la mostra di Salgado sia il ritorno del Cavallo colossale rientrano nella candidatura di Bassano del Grappa a Capitale Italiana della Cultura 2029. Al di là dei singoli eventi, quale idea di città e di museo emerge da questa candidatura? E quale ruolo volete che abbiano i Musei Civici nella costruzione di questa visione?
La sfida della Capitale è ambiziosa e difficile. Stiamo lavorando alacremente per realizzare un programma forte, convincente, concreto; questo lavoro però non è teso a realizzare solo un palinsesto di eventi per l’anno 2029. Anzi, la decisione di candidarsi conferma la volontà di procedere in un percorso di sviluppo posto, sia materialmente sia idealmente, sotto l’egida della cultura. Lo stesso titolo di Capitale viene infatti conferito non a chi propone un calendario di eventi, ma a chi si dimostra capace di immaginare il proprio futuro di città attraverso la lente della cultura, ed è questo che Bassano vuole fare. La cultura serve a migliorare la vita delle persone, di una comunità, di un territorio. Ed è questo ciò che vogliamo continuare a fare, sia attraverso l’attività delle istituzioni come i Musei Civici e Operaestate Festival Veneto, sia valorizzando le tante iniziative che vengono proposte e realizzate dalla città in campo culturale.

Sebastião Salgado, Spiaggia di Vung Tau, porto di pescatori e località balneare da cui è partita la maggior parte dei boat people, Vietnam, 1995. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado
Sebastião Salgado, Spiaggia di Vung Tau, porto di pescatori e località balneare da cui è partita la maggior parte dei boat people, Vietnam, 1995. Collezione MEP, Parigi. © Sebastião Salgado

Ci dica di più.
È con questo spirito che abbiamo costruito il dossier, grazie a un percorso partecipato che prevede anche delle tappe di avvicinamento al 2029, con grandi mostre e iniziative in crescendo che si susseguiranno nei prossimi anni. Accanto a questi vi sono anche una serie di importanti interventi infrastrutturali che interesseranno la città e il territorio circostante e, infine, uno specifico lavoro fatto non “per” ma “con” i giovani che servirà proprio a disegnare assieme a loro la Bassano del Grappa dal 2029 in poi.

E quando parla con la comunità, con i giovani, che cosa intende?
Uno dei cardini del nostro dossier è aver deciso di istituire, attraverso bando pubblico, un gruppo di 10 giovani di età compresa tra i 18 e i 27 anni, che stanno lavorando con noi alla stesura del dossier di candidatura. Il TAG-Tavolo Agenda Giovani. A loro è stato affidato un progetto chiave del programma: la rifunzionalizzazione del bellissimo Palazzo Bonaguro, uno degli edifici storici antichi più belli della città di Bassano del Grappa, con affreschi e decorazioni, affacciato su un grande giardino nel cuore del borgo di Angarano. E questo palazzo, oggi non sufficientemente valorizzato, diventerà, grazie a questo progetto ideato da loro, un hub culturale e sociale polifunzionale per le giovani generazioni e non solo, aperto e inclusivo, un luogo dove incontrarsi, sostare, esprimersi, creare, riunirsi e progettare il proprio futuro. Insomma, un luogo che vuole diventare simbolo di una città sempre più accogliente, dove scegliere di restare, tornare, vivere.

Valentina Muzi

Dal 24 ottobre al 4 aprile 2027
Sebastião Salgado. Fotografie della collezione Maison Européenne de la Photographie, Parigi
A cura di Pascal Hoël
Museo Civico di Bassano del Grappa
P.za Garibaldi 34, Bassano del Grappa

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Valentina Muzi

Valentina Muzi

Valentina Muzi (Roma, 1991) è diplomata in lingue presso il liceo G.V. Catullo, matura esperienze all’estero e si specializza in lingua francese e spagnola con corsi di approfondimento DELF e DELE. La passione per l’arte l’ha portata a iscriversi alla…

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