Occhi puntati sulla Biennale di Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta dell’evento trainante della cultura artistica nel Paese africano

Dal 2008, anno della prima edizione, la Biennale di Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo, stimola una scena artistica dinamica, interessata alla sperimentazione ma anche alle grandi questioni etiche, dall’unità congolese alla protezione dell’ambiente.
Jean-Sylvain Tshilumba Mukendi, Project Coordinator di Picha Asbl, l’associazione culturale che cura l’organizzazione della Biennale, ce ne racconta la storia, in attesa dell’edizione 2022, fra ottobre e novembre.

Jean Sylvain Tshilumba Mukendi. Courtesy Lubumbashi Biennale
Jean Sylvain Tshilumba Mukendi. Courtesy Lubumbashi Biennale

Come e perché è nata la Biennale?
La Biennale è nata nel 2008 come evoluzione delle rassegne di un gruppo di artisti locali, fra cui Sammy Baloji, Gulda El Magambo e Douglas Masamuna. Per loro, ben consapevoli che le pratiche artistiche locali mancavano di visibilità globale e di confronto con le nuove tendenze artistiche e audiovisive, è sorta naturale la necessità di creare una piattaforma di scambio, produzione ed esposizione al pubblico, intorno alle pratiche dell’arte contemporanea. La prima edizione ebbe per titolo Les Rencontres Picha. Ma è stato soltanto dopo diversi anni che Picha divenne un centro d’arte. L’intenzione della prima edizione era quella di riflettere sul potere dell’immagine nelle sue diverse forme, come mezzo per confrontarsi criticamente e visivamente con le realtà regionali e nazionali.

Cosa sta facendo il governo per sostenere la cultura nel Paese?
Purtroppo devo francamente dire che il governo non sta facendo quasi niente; un’assenza che si nota in molti settori vitali della società, per non parlare appunto della cultura. La Biennale, così come le attività di Picha, rispondono in qualche modo a quell’assenza. In un contesto così difficile, si può solo individuare e promuovere il potenziale dell’arte nell’affrontare le questioni sociali e nel proporre soluzioni. Ciò è chiaro per noi e per molti artisti congolesi, ma il governo non sostiene la nostra visione. Quindi, spesso, ci troviamo a fare affidamento su partner internazionali. Questo dovrebbe idealmente cambiare, come accade in Senegal, Mali, Sudafrica o in Ghana, dove le istituzioni stanno davvero supportando il settore. Qui, invece, il governo è intervenuto in pochissimi casi, quando artisti, professionisti della cultura o progetti avevano già avuto un riconoscimento internazionale.

Uno scorcio del Museée National de Lubumbashi, una delle sedi della Biennale 2019. Photo Julien De Bock. Courtesy Biennale de Lubumbashi
Uno scorcio del Museée National de Lubumbashi, una delle sedi della Biennale 2019. Photo Julien De Bock. Courtesy Biennale de Lubumbashi

ARTE CONTEMPORANEA IN CONGO

Come descriveresti l’arte contemporanea congolese?
Non direi che esiste una scena omogenea dell’arte contemporanea congolese, in quanto è molto diversa da un centro artistico all’altro. Ovviamente ci sono tendenze ma, ripeto, nessuna omogeneità. Comunque, anche per questo direi che la scena è dinamica, multidisciplinare, molto interessata alla ricerca, impegnata e tecnicamente molto capace.

La città di Lubumbashi ha una storia particolare di sfruttamento delle miniere; quali sono stati gli effetti sull’ambiente? C’è adesso interesse a proteggere la natura? Gli artisti sono attivi in questo senso?
Gli artisti sono più che mai interessati a questo argomento, soprattutto da quando sono note le conseguenze dell’attività dell’industria estrattiva sulle persone e sull’ambiente: inquinamento delle acque e del suolo, lavoro minorile, pericoli vari di sicurezza generati dallo sfruttamento improvvisato, eccetera. Picha è stato partner di un progetto intitolato On-Trade-Off che prende in esame il litio, una materia prima presente in quantità abbondante in alcune zone del Katanga, essenziale per la cosiddetta transizione verde. Un altro progetto sostenuto da Picha e che esplora l’impatto di quell’industria sulle popolazioni locali è stato il film Machini.

Léonard Pongo, Primordial Earth, installation view at the Lubumbashi Biennale 2019. Courtesy the artist
Léonard Pongo, Primordial Earth, installation view at the Lubumbashi Biennale 2019. Courtesy the artist

LA BIENNALE DI LUBUMBASHI

In che modo la Biennale ha migliorato la maniera in cui le persone di Lubumbashi guardano all’arte e alla cultura?
Credo che la Biennale abbia contribuito ad ampliare la precedente visione ristretta dell’arte. Per molti, l’arte evoca spontaneamente performance e musica. Portando in primo piano pratiche di creazione di immagini sperimentali e innovative e interrogando la condizione urbana di Lubumbashi, la Biennale ‒ che ha creato nel tempo una notevole emulazione culturale in città – ha aperto spazi di confronto sull’arte contemporanea con un coinvolgimento locale a più livelli; ciò avviene attraverso interventi nelle scuole o nei musei che aiutano a cambiare l’idea di arte come semplice artigianato, tecnicismo o performance. Credo che la Biennale mostri un’altra dimensione dell’arte contemporanea, che può trovare la sua strada attraverso la città e le sue situazioni sociali.

Com’è stata l’edizione 2019?
L’ultima edizione, Genealogie Future, è stata un successo e probabilmente la più ambiziosa in termini di programma, numero di artisti, pubblico di professionisti e coinvolgimento della comunità. Ha visto la presenza dell’artista ghanese Ibrahim Mahama, che ha esposto una suggestiva installazione all’Institut des Beaux-Arts. Per la prima volta abbiamo organizzato forum, momenti di confronto e scambio con vari studiosi, ricercatori o artisti, presso l’Università di Lubumbashi. È molto importante per la Biennale attingere dalle risorse locali e collaborare con le istituzioni cittadine nel settore dell’istruzione, della scienza o dello sviluppo culturale.

Poco prima di essere ucciso, Patrice Lumumba scrisse alla famiglia che ogni congolese dovrebbe lavorare per la dignità e l’indipendenza del Paese. Questo processo è ancora in corso? E che ruolo gioca la Biennale?
Questo processo è ancora molto vivo. Credo che dopo il nostro primo incontro (fallito) con l’indipendenza, ci siamo sforzati di riguadagnare un senso di dignità collettiva. Il Paese non è mai stato veramente sovrano, a causa della sua importanza per l’economia globale e per una serie di questioni geopolitiche. Fin dall’epoca coloniale, i congolesi sono stati in disparte nella loro stessa storia. Il ruolo della Biennale ‒ e di qualsiasi evento culturale simile in questo contesto ‒ dovrebbe essere quello di offrire una piattaforma per determinate narrazioni, conoscenze, sistemi di pensiero che consentano di prendere coscienza della propria condizione, della storia e della realtà. Solo allora possiamo cominciare a pensare in modo autonomo e parlare di dignità.

Niccolò Lucarelli

http://biennaledelubumbashi.com/

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.