Segnato da una storia sanguinaria, il Burundi ora punta sull’arte e sulla cultura per costruire il proprio futuro. Ne abbiamo parlato con la fondatrice della galleria TwoFiveSeven Arts a Bujumbura

Il cuore culturale del Burundi è una galleria d’arte, TwoFiveSeven Arts, fondata e diretta con spirito umanitario e umanistico dalla giovane Samantha Inarukundo a Bujumbura, capitale del Paese. In questa lunga intervista ci racconta la sua storia, le sue aspirazioni e la sua fede nella cultura come strumento del progresso civile, in un Paese non facile e dal passato turbolento.

Samantha Inarukundo, fondatrice e direttrice di TwoFiveSeven Arts. Courtesy TwoFiveSeven Arts
Samantha Inarukundo, fondatrice e direttrice di TwoFiveSeven Arts. Courtesy TwoFiveSeven Arts

Perché hai deciso di aprire TwoFiveSeven Arts?
Il Burundi è poco conosciuto nel mondo e, per la maggior parte di coloro che lo conoscono, è noto solo per cose negative. L’arte, in generale, è fraintesa, sottorappresentata e difficile da vendere in Burundi. E nelle arti visive, sebbene ci siano artisti di talento, non c’erano mai stati investimenti. Eppure, il Burundi antico era molto ricco artisticamente e culturalmente. L’arte, principalmente nelle sue forme orali, ha occupato un posto importante nella società, da sempre intrisa di storie tradizionali, con l’esplicito scopo di esprimersi e mettere in relazione realtà vissute. Ad esempio, il patrimonio culturale burundese più notevole sono i tamburi reali “Ingoma” (Patrimonio UNESCO dal 2014); erano i pilastri del potere monarchico e venivano utilizzati solo in occasioni speciali e in luoghi importanti che ospitavano i principali eventi del Paese come l’incoronazione di un monarca e la nuova stagione agricola. Dopo molti anni di guerra civile, la scena artistica del Burundi rimase senza risorse o sbocchi commerciali adeguati. Molti artisti di talento lottano ancora oggi per permettersi i materiali di base necessari per produrre arte di qualità. Ciò premesso, ho scelto di lavorare nel settore dell’’arte come strumento per far conoscere il Burundi da un punto di vista positivo e per creare ponti con altri Paesi perché è un modo per andare oltre i pregiudizi, le divisioni e l’ignoranza del Paese. Poi, essendo la primogenita di una famiglia di imprenditori, una volta rientrata dagli studi universitari in Cina, ero destinata a lavorare nell’ambiente in cui avevo sempre vissuto. Ma il mio cuore era altrove. Dopo anni trascorsi nel settore alberghiero, ho deciso di dedicarmi all’arte.

Per quale ragione?
Ho preso questa decisione quando ho notato la mancanza di spazi di formazione professionale, di dialogo, documentazione e informazione, nonché l’assenza di un vero dibattito sull’arte contemporanea in Burundi. Tutto ciò ha costituito un ostacolo allo sviluppo della scena artistica nazionale e ha impedito ai giovani artisti di emergere nelle rassegne di arte contemporanea nel mondo. Ma ero convinta che questi artisti avrebbero potuto creare e stupire se avessero avuto condizioni accettabili per produrre e promuovere le loro creazioni. Ho sempre creduto che attraverso l’arte la vita delle persone possa essere cambiata e che l’arte possa essere un catalizzatore per la coesione sociale. Credo che nelle società dove la guerra ha lasciato molte cicatrici nel tessuto sociale, come è il caso di quella burundese, l’arte possa avere un effetto curativo, perché è in grado di affrontare argomenti che sono, in molti casi, troppo difficili da affrontare quando la società è divisa.

Art for Education. Exhibition view at TwoFiveSeven Arts, Bujumbura. 2021. Courtesy TwoFiveSeven Arts
Art for Education. Exhibition view at TwoFiveSeven Arts, Bujumbura. 2021. Courtesy TwoFiveSeven Arts

LE ATTIVITÀ DI TWOFIVESEVEN ARTS

Come hai impostato l’attività della galleria?
Alla TwoFiveSeven Arts, lavoriamo per migliorare la scena commerciale delle arti visive investendo in artisti di talento, emergenti e già affermati; offriamo un ambiente confortevole dal punto di vista psicologico e sociale dove gli artisti possano lavorare in tranquillità, conoscersi e dialogare fra loro; diamo loro quelle opportunità di visibilità a cui generalmente non hanno accesso; studiamo strategie per vendere le loro opere d’arte a livello locale e internazionale; e cerchiamo di trovare soluzioni appropriate ai problemi che possono incontrare. Seleziono personalmente le opere che offriamo ai collezionisti o ad altre gallerie, non soltanto in base alla qualità tecnica, ma anche alle storie personali degli artisti. L’arte diventa più rilevante quando siamo in grado di capire la storia personale di chi l’ha realizzata. Il mio lavoro va oltre la galleria, poiché uso la sua riconoscibilità per impostare programmi sociali di educazione all’arte in favore delle comunità vulnerabili; ad esempio Art for Education è dedicato ai bambini provenienti da contesti svantaggiati che possono sperimentare un’attività creativa che, per il momento, è inaccessibile alla maggior parte dei burundesi.

Qual è stata la risposta del pubblico? Ha cambiato il suo modo di guardare all’arte contemporanea?
La reazione è stata complessa, e la descriverei come uno scontro fra una società molto tradizionale ‒ che però aveva dimenticato i riti e le tradizioni artistiche ‒ e una società più curiosa e aperta, ma che pensava che il Burundi non fosse il luogo ideale per questo genere di cose, traducibili anche in attività commerciale.
C’era comunque un piccolo pubblico già formato; una comunità di espatriati dall’Occidente e una raffinata élite burundese che ha viaggiato molto. Il resto del pubblico, pur avvicinandosi, ancora si chiede cosa faccio, perché mi interessa l’arte e perché lavoro con gli artisti. L’opinione che le persone hanno degli artisti è assai negativa, non si riesce ancora a capire perché qualcuno debba spingersi a investire in un settore destinato al fallimento. Il desiderio di avviare TwoFiveSeven Arts è nato dalla mia consapevolezza che non c’era apprezzamento per la cultura e di come l’arte contemporanea fosse sottovalutata. Inoltre, trovavo deplorevole lo stato dell’arte contemporanea stessa, e volevo cambiarlo. Ero consapevole che creare interesse in un ambiente del genere sarebbe stata dura, ma ovviamente c’erano artisti di talento, i quali creavano opere straordinarie che avevano solo bisogno di una spinta nella giusta direzione. Anche se il grande pubblico è ancora perplesso, ciò non impedisce alle autorità burundesi di interessarsi anche al mio lavoro.

Ci sono questioni che ti interessano particolarmente quando scegli gli artisti per le mostre?
La galleria offre opportunità di visibilità di cui gli artisti non avevano mai beneficiato prima, pertanto si può immaginare quante cose gli artisti vogliono condividere con il pubblico. Tuttavia, nonostante questo entusiasmo, ho scoperto che gli artisti mancavano di profondità e avevano bisogno di aiuto per strutturare le loro idee e indagare al meglio i diversi temi. Ecco perché la maggior parte del nostro lavoro con gli artisti è il rafforzamento delle capacità, cosa che facciamo attraverso il programma Art for Pros.
Attualmente mi interessa molto la storia del Paese e il potenziale della fotografia per esplorare la memoria individuale, nella speranza che alla fine potremo costruire una memoria collettiva su cui trovare unità. È un argomento molto delicato e che va approfondito. Tuttavia tendo a non limitare gli artisti a determinati soggetti, perché non voglio rinunciare all’originalità, alla creatività, alla qualità e soprattutto al significato di un’opera. Gli artisti devono essere in grado di spiegare cosa hanno prodotto e avere un messaggio chiaro perché il pubblico possa comprenderlo. Da qui l’importanza della profondità delle opere d’arte.

Samantha Inarukundo accompagna Ezéchiel Nibigira, ministro burundese della cultura, durante una visita alla galleria TwoFiveSeven Arts. Photo Fabrice Mbonankira
Samantha Inarukundo accompagna Ezéchiel Nibigira, ministro burundese della cultura, durante una visita alla galleria TwoFiveSeven Arts. Photo Fabrice Mbonankira

LA CULTURA IN BURUNDI

Qual è lo sforzo del governo per sostenere la cultura burundese?
In un Paese con una storia di violenze cicliche come il Burundi, dobbiamo ammettere che l’arte e la cultura sono passate in secondo piano. Infatti, la ricostruzione ha, come logiche priorità, le infrastrutture, l’agricoltura, la sanità, eccetera. Insomma, i servizi essenziali. Il bilancio del governo è già molto basso, e quindi il Paese stenta ad avviare una politica culturale per mancanza di risorse. Ma con l’interesse dell’attuale governo per l’occupazione e l’imprenditoria giovanile, combinato con l’obiettivo di promuovere il turismo, intravedo un’opportunità per il settore culturale per avviare un dialogo in cui spiegare che può attivamente contribuire allo sviluppo del Paese. Fortunatamente, abbiamo cominciato a essere ascoltati e speriamo che il dialogo si concretizzi in un supporto sostanziale.

In quanto donna, hai incontrato difficoltà nel lavorare nel mondo dell’arte?
Le difficoltà che incontro come donna hanno più a che fare con il fatto che sono un’imprenditrice che con il fatto che sono nel mondo dell’arte. Il Burundi è una società patriarcale e questo significa che devo fare i conti con questo tipo di mentalità e affrontare questioni con cui non avrei a che fare se invece fossi stata un uomo. La cosa più importante nell’affrontare questa situazione è inquadrarla, e poi essere in grado di parlare per te stessa così come per coloro che trovano più difficile farlo da sole. È importante spezzare questa catena di spregevoli comportamenti maschilisti. Noi donne dobbiamo essere consapevoli che c’è forza nell’unità e che più donne ci sono nelle “sale dei bottoni” più le nostre voci saranno rispettate. Ecco perché è importante educare e lasciare che anche altre donne entrino in queste stanze in cui alcune di noi già siedono.

Splash. Exhibition view at TwoFiveSeven Arts, Bujumbura 2021. Photo Akeza.net
Splash. Exhibition view at TwoFiveSeven Arts, Bujumbura 2021. Photo Akeza.net

IL RUOLO DELLE ARTISTE IN BURUNDI

Più in generale, qual è il ruolo delle donne nell’arte e nella cultura in Burundi?
Nel Burundi ancestrale, il ruolo delle donne nell’arte e nella cultura era quello di tramandare riti e tradizioni. Tuttavia, oggi, le donne nell’arte sono sempre meno numerose, mentre il loro ruolo dovrebbe essere quello di rappresentare tutte le donne, di evidenziare il punto di vista e le esperienze femminili all’interno della realtà sociale burundese. Gli artisti in Burundi erano, e in alcuni casi sono tuttora, considerati delinquenti e sono associati a percezioni negative: tossicodipendenza, promiscuità, eccetera. Nessun genitore vuole che la propria figlia sia identificata come tale, ecco perché non abbiamo molte artiste. La crescita delle donne nel settore artistico sarà possibile solo creando una cultura che sappia apprezzare le arti e cambiando la percezione che le persone hanno degli artisti.

In particolare, a proposito delle donne, hai organizzato il talk Being a Woman and a Photographer in Burundi. Cosa è emerso?
TwoFiveSeven Arts ha lanciato gli Art Talk con l’obiettivo di rendere la galleria d’arte non solo un luogo per l’esposizione di opere, ma anche un luogo d’incontro fra artisti. Un luogo del genere è importante per tutti gli artisti, ma lo è soprattutto per le donne. Quelle fotografe hanno saputo rispondere alla “chiamata” del loro talento e hanno osato andare contro ciò che la società considerava accettabile. Quando vai controcorrente, incontrare persone che sono come te e che hanno scelto la tua stessa strada può salvarti la vita, è un’esperienza che dà fiducia. L’Art Talk Being a Woman and a Photographer in Burundi ha fatto proprio questo per le donne fotografe e per coloro che aspirano a esserlo: ha riaffermato la decisione di coltivare il proprio sogno. Ha anche fornito uno spazio sicuro dove poter esprimersi liberamente, in una società in cui le donne sono scoraggiate dal parlare in pubblico. Abbiamo trasformato gli Art Talk in Women’s Talk per liberarle dall’onere culturale di dover tacere in pubblico e i risultati sono stati sbalorditivi. Women in Photography ha toccato argomenti mai condivisi nei precedenti Art Talk, il che ha aiutato la galleria a conoscere un punto di vista di cui non eravamo a conoscenza.

Secondo te è ancora vivo il ricordo dei massacri del 1972-73 e del 1994? E il mondo dell’arte ha provato a pensarci? Qual è il suo sforzo per la riconciliazione tra Tutsi e Hutu?
Dopo la sua indipendenza nel 1962, il Burundi ha vissuto anni di violenza ciclica, e i più drammatici e memorabili sono stati il 1972 e il 1993, mentre la più recente crisi è stata quella del 2015, ed è stata distrutta una società che trovava nell’empatia la sua pietra fondante.  L’arte dovrebbe prendere parte al dibattito su questi anni di violenza e svolgere un ruolo salvifico. Ma, a mio avviso, la cultura in generale non svolge troppo bene il suo ruolo. È importante riconoscere il ruolo dell’arte come mezzo per dare forza al non detto, aggiungendo così un nuovo livello al percorso di “guarigione nazionale”. I burundesi non parlano apertamente dei loro problemi, tanto meno del loro delicato passato. Tuttavia, mentre il Paese si sta avviando alla stabilità, le questioni del passato interessano sempre più le giovani generazioni. Rappresentando quasi i due terzi della popolazione, i giovani hanno compreso la necessità di ricostruire quell’unità attorno a cui ruotavano i valori del Paese, e hanno espresso sempre più interesse a indagare il passato traumatico del Burundi come un processo di guarigione necessario. I metodi tradizionali, sebbene interessanti, non catturano la fantasia dei giovani. Credo che dovremmo guardare all’arte per esprimere argomenti difficili. Pertanto, guardare il passato attraverso l’arte è fondamentale per affrontarlo in modo olistico. Quindi, se il settore artistico affrontasse il problema, permetterebbe alle persone di conviverci.

Come si è posta TwoFiveSeven Arts rispetto a tutto questo?
Tenendo conto del crescente desiderio della popolazione burundese di guardare indietro, TwoFiveSeven Arts si è concentrata sulla promozione e sull’esplorazione di queste opportunità per gli artisti. Ciò è nato dalla consapevolezza che per comprendere meglio se stessi, gli artisti hanno bisogno di comprendere meglio la storia del loro Paese per sapere cosa possono offrire ai loro connazionali. Questo risveglio ha spinto la galleria a sviluppare un programma legato al patrimonio culturale del Burundi.
Credo che l’empatia sia la chiave per la riconciliazione tra Hutu e Tutsi, per promuovere un processo di guarigione collettiva che servirà come base per andare oltre la vittimizzazione, per creare un futuro sostenibile per le generazioni future. Per creare empatia nel pubblico, abbiamo scelto la fotografia per il primo progetto del programma sul patrimonio culturale del Burundi, una forma d’arte in cui l’altro è rappresentato dall’opera stessa, perché la capacità di riflettere su se stessi e sugli altri è una base importante. Ritengo che questo lavoro fondamentale debba essere svolto prima di approfondire il concetto di etnia e indagare come sia stato frainteso e abusato.

Un momento del corso di fotografia del programma Art for Education. Courtesy TwoFiveSeven Arts
Un momento del corso di fotografia del programma Art for Education. Courtesy TwoFiveSeven Arts

ARTE E SOCIETÀ IN BURUNDI

Qual è l’impegno del mondo della cultura contro la povertà e per la parità dei diritti?
L’impegno è al momento molto basso perché si sottovaluta il ruolo dell’arte nello sviluppo del Paese. Tuttavia, “la carità efficace inizia da se stessi”, quindi ci concentriamo prima sulla soluzione del problema della povertà che affligge la comunità artistica in Burundi. Prendendo l’esempio delle centinaia di giovani artisti che ogni anno escono dall’École Technique Secondaire d’Art di Gitega e scompaiono nel nulla con tutto il talento che coltivano in loro, e dopo gli anni che lo Stato ha investito nella loro formazione, diventa chiaro che la buona salute del settore delle arti non è una cosa così banale come si potrebbe pensare. Si tratta di oltre 100 giovani uomini e donne che diventano disoccupati dopo la scuola, anno dopo anno. Con il nostro programma Art for Pros, combattiamo la povertà fra gli artisti aiutandoli a raggiungere i loro obiettivi creativi attraverso la formazione artistica, lo sviluppo professionale e l’accesso alle opportunità del settore, ma anche fornendo supporto attraverso l’interazione con la comunità, e assicurando loro che non solo possono sopravvivere con la loro arte, ma effettivamente guadagnare un salario decente per una vita dignitosa.

Hai sviluppato un programma sociale molto interessante per i bambini provenienti da ambienti svantaggiati.
Nella stessa ottica di contribuire a risolvere i problemi sociali che vedevo intorno a me, e sulla base di una ricerca che dimostra che l’arte può mettere in moto il pensiero creativo anche nei bambini economicamente svantaggiati, ho lanciato Art for Education. L’obiettivo è quello di garantire le opportunità educative ai bambini economicamente svantaggiati e ridurre il divario con quelli privilegiati, offrendo loro uno spazio di sviluppo che garantisca opportunità di espressione e scoperta di se stessi, incoraggiando l’apertura verso la creatività. Il programma è composto da cinque livelli progressivi: 1) Fotografia e nuove tecnologie; 2) Disegno e pittura; 3) Disegno e pittura digitale; 4) Animazione e narrazione; 5) Animazione digitale. Il primo livello mira a fornire ai bambini le abilità fotografiche e le basi dell’uso del computer che stimolino l’espressione personale e il pensiero creativo e critico di cui avranno bisogno per i livelli successivi.

Come si sviluppa nel dettaglio questo programma e come viene finanziato?
Attualmente stiamo lavorando con un gruppo pilota di sei bambini provenienti da contesti svantaggiati, spesso non conviventi con i genitori. Dal 2020 questi bambini vengono alla galleria ogni sabato pomeriggio per studiare le basi della fotografia, dopo aver ripassato le basi dell’uso del computer. A causa delle situazioni difficili che stanno attraversando, abbiamo identificato la necessità di un monitoraggio della loro salute mentale da parte di un professionista. Abbiamo quindi introdotto lezioni di francese per rafforzare la loro cultura, dopo le quali svolgono le sessioni di gruppo con lo psicologo. All’inizio, il programma era interamente finanziato da TwoFiveSeven Arts ma ha potuto continuare grazie anche all’aiuto di volontari (artisti e infermiere della clinica di salute mentale). Dopo un anno di autofinanziamento, l’Ambasciata degli Stati Uniti ci ha concesso una borsa di studio che ci ha permesso di acquistare l’attrezzatura necessaria per i corsi di fotografia: fotocamere digitali e computer. Abbiamo anche introdotto la possibilità di donare direttamente sul nostro sito web, attraverso il quale abbiamo ricevuto donazioni principalmente da membri della diaspora che conoscono le difficoltà che stanno attraversando questi bambini e possono apprezzare l’importanza del programma Art for Education.

Quali difficoltà hai incontrato e quali risultati hai raggiunto?
La difficoltà stava nel fatto che ho iniziato praticamente d’istinto, osservando un problema e cercando di trovare modi creativi per risolverlo attraverso l’arte, il che significava che alcune cose funzionavano mentre altre non tanto. Nella percezione generale, stavamo offrendo ai bambini un “lusso” del quale non avevano bisogno. Fra le domande che mi venivano poste c’erano: in Burundi, l’arte è riservata all’élite, perché spendere tempo e denaro per insegnarla ai bambini dei ceti inferiori? È qualcosa di cui questi bambini hanno davvero bisogno? Ma i risultati che ho potuto vedere con i miei occhi mi hanno dato ragione. I bambini erano visibilmente più ottimisti, creativi, fiduciosi, attivi, di mentalità aperta e capaci di accettare le differenze. Non solo, potevano effettivamente scattare foto ed elaborarle su un computer. Ed erano così belle che abbiamo organizzato una mostra non soltanto per presentare il loro lavoro ma anche per vendere le foto. E non riuscivamo a credere che le persone venissero davvero alla galleria per guardare le loro foto, e addirittura per comprarle.

Qual è il tuo programma per il 2022? C’è la volontà di avviare collaborazioni fuori dal Burundi, in Africa come in Europa o altrove?
L’idea è quella di riprenderci ciò che il 2020 ci ha portato via. Con la pandemia, in Burundi come ovunque, il settore culturale è stato fra i primi a soccombere perché non era una priorità. Non solo accolgo con favore le collaborazioni, ma le cerco anche attivamente. Nel campo dell’arte, l’apertura al mondo è fondamentale per poter intraprendere azioni e progetti di grande impatto. La pandemia ci ha colpito quando eravamo appena decollati e avevamo aperta la nostra terza mostra. Avevamo piani e progetti di collaborazione con strutture e artisti nella regione, dalla Repubblica Democratica del Congo al Kenya, che continuavamo a posticipare. Tuttavia, quando tutto era fermo, abbiamo colto l’occasione per lavorare su nuovi progetti artistici. Quindi, spero che il 2022 sia l’anno in cui riprenderemo da dove avevamo lasciato.

Niccolò Lucarelli

https://www.257arts.com/

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.