HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #15 Hybrid

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Nuovo appuntamento del progetto “HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie dedicata alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Questo episodio, guidato dalla parola chiave “Hybrid”, vede protagonista l’opera di Marco Donnarumma

Il progetto HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #2 Lockdown
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #3 Transiti
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #4 [In]esistenza
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #5 [S]Laccio
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #6 Stigma
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #7 Densità
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #8 Legami
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #9 Mankind
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #10 Scambio
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #11 Automa
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #12 Schermo
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #13 Irrefrenabile
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #14 Confini

Intervista a Marco Donnarumma

Performing Sound, Playing Technology

Sound art, performance, internet art, macchine artificialmente intelligenti: la multidisciplinarietà è l’anima del tuo lavoro. Come si è evoluto negli anni e come sei arrivato alla realizzazione di Corpus Nil?
L’evoluzione della mia pratica è stata organica e fluida, probabilmente anche dato dal fatto che ho vissuto, studiato e lavorato in tante nazioni e sono quindi stato esposto a contesti e comunità molto diverse fra loro prima di stabilirmi in Germania. Non credo ci sia stato uno sviluppo su una traiettoria unica, specialmente negli anni di carriera esclusivamente solista dal 2007 al 2012, quanto più un muoversi, combinarsi e coagulare dei miei diversi interessi in forme e strategie differenti – interessi che sono tanti e quasi troppi alle volte! Sicuramente, la relazione socio-culturale tra corpo, suono e tecnologia è rimasta un punto fermo attraverso il quale ho sviluppato altri interessi, la programmazione, l’ingegneria, il design, la performance, il sound design, la manipolazione del corpo, la scultura, la scrittura, il teatro e la danza.
Col senno di poi, Corpus Nil è stato un momento cruciale nel mio sviluppo artistico, per diversi motivi. E’ stato il primo lavoro a nascere da un processo di ricerca sistematico (era parte del mio dottorato alla Goldsmith di Londra), ed è stato il primo lavoro di livello internazionale creato in collaborazione con altre persone (Baptiste Caramiaux, computer scientist e esperto di IA, e Margherita Pevere bioartista e performer), il che mi ha fatto scoprire la ricchezza della collaborazione transdisciplinare. È stato anche il primo lavoro per il quale ho deciso di riflettere in maniera sistematica sul corpo attraverso teorie femministe e studi critici della disabilità, discipline che sono diventate punti cardine della mia ricerca. Se prima di Corpus Nil avevo delle intuizioni sugli aspetti socio-politici del corpo, dopo quel pezzo (e dopo il dottorato, durante il quale ho potuto studiare questi temi a fondo) sono stato in grado di apprezzare le sfumature e la potenza di quegli aspetti. E di conseguenza mi è stato possibile approfondire la mia pratica artistica a livello concettuale e estetico.

Qual è il significato del titolo che hai dato a questa tua performance?
Corpus Nil è una forma che ho inventato mettendo insieme la parola “corpus” (dal Latino, corpo umano o animale, cadavere, collezione di oggetti o concetti) e “nil”, una contrazione, sempre dal Latino, di “nihil” (inteso come nulla, uno zero). Combinate, le parole formano il concetto di una tabula rasa del corpo (umano ma anche non-umano), un azzeramento del corpo che permette di ricostruirlo da zero, di ricrearlo, rimodellarlo e ripensarlo.

Donnarumma durante l’inchino finale per il pubblico di Corpus Nil a ZKM, Germania, 2016. Foto ONUK

Utilizzi biosensori dell’IA, intimamente legati al corpo umano, per produrre suoni bioacustici e luci generati dalle tensioni elettriche corporee, in tempo reale, dei tuoi movimenti sul palco. In questo ciclo di connessioni riesci a gestire la macchina o nella sua autonomia artificialmente intelligente sceglie da sola come rispondere ai segnali del tuo corpo, influenzandolo al punto che confini di controllo/gestione si annullano?
La relazione corpo-macchina che ho concepito per il pezzo si basa su un abbandono della nozione di controllo. Quest’ultimo è un paradigma tradizionale nello sviluppo di sistemi interattivi – sia nella media art che nella human-computer interaction – che ho trovato sempre limitato e limitante. Essenzialmente, in Corpus Nil, la macchina decide che tipo di suoni e che tipo di pattern di luci produrre. Questa decisione è una risposta, in tempo reale, alle contrazioni dei miei muscoli. Attraverso i biosensori sul mio corpo, la macchina cattura segnali muscolari (suoni e microvoltaggi) e li analizza per riconoscere dei macro-aspetti dei miei movimenti; ad esempio, quanto improvvisa è una particolare contrazione, o quanto tempo impiegano i miei muscoli a tornare alla loro forma iniziale dopo una contrazione. In base a queste ed altre informazioni, la macchina decide che tipo di materiale audiovisivo generare.
Detto questo, ovviamente la macchina non è in grado di suonare musica jazz. L’ho programmata per produrre uno specifico tipo di suoni (droni, ambienti e noise) e quindi improvvisa con quella palette di suoni. Io non posso controllare quello che fa; posso solo influenzare le sue decisioni muovendomi in modi particolari o assumendo specifiche posture che – grazie al training fatto precedentemente con il sistema – so che possono produrre nella macchina alcuni tipi di reazioni.

In Corpus Nil, a differenza di altre tue performance ti sei dipinto le braccia, le mani e la testa di nero. È stato un modo per cancellarle queste due estremità a favore di tensioni e visioni multiple di un massa corporea altra?
Si esattamente. La backstory è interessante, però prima di creare Corpus Nil ho lavorato diversi anni nel campo della “gestural music performance”, un campo di ricerca della performance musicale che studia come performare computer music a partire da gesti e movimenti del corpo catturati da sensori in tempo reale. In questo campo le braccia e le mani sono usate pressoché sempre. E’ naturale che sia cosi – è un’eredità dell’esecuzione musicale con strumenti tradizionali – ma all’epoca decisi di cancellare le mani e le braccia anche per andare contro questa convenzione e cercare nuovi metodi di interazione e nuove strategie coreografiche che utilizzassero il corpo in modi alternativi. Da li, poi, intuii il valore concettuale di questa “erasure” e decisi di andare ancora più a fondo e cancellare anche la testa e la faccia per sfruttare il potenziale di questo corpo uncanny, sconosciuto, che sembra umano ma non lo è mai abbastanza. Una cancellatura del corpo bianco, una decostruzione del corpo abile e una creazione di un corpo altro.

Corpus Nil fa parte del ciclo 7 Configurazioni (2014-2019) , dedicato al rapporto tra politiche del corpo (umano e non) e intelligenza artificiale (AI). Come è strutturato il progetto, fino a che punto il corpo umano può essere ibridato con le macchine IA e quali effetti possono scaturire l’esistenza di questa due realtà nelle dinamiche della nostra società?
7 Configurazioni è una serie di opere installative e performative basate sulla creazione di “configurazioni” umano-macchina. Il concetto di configurazione è uno strumento analitico e concettuale che ho sviluppato inizialmente nel 2014 nella mia tesi di dottorato, e poi in altri manoscritti (tutti disponibili sul mio sito). La configurazione, come la intendo, indica l’atto di configurare parti umane e parti tecnologiche in modo che le une influenzano le altre fino al punto di confondersi in un nuovo corpo. Questa influenza mutuale avviene su diversi livelli, fisico, fisiologico, psichico, culturale e politico. E non è una visione futura, ma una condizione del presente. Un esempio triviale e quotidiano di una “configurazione” è la relazione odierna di una persona col proprio smartphone. Questa altera le capacità motorie del corpo, oltre ad avere implicazioni dell’esperienza psichica di ognuno, come sulla cultura e le questioni di potere. Un altro tipo di configurazione è quella di un corpo con una protesi, come nel mio caso ad esempio con delle protesi auditive (ho una condizione genetica di degeneramento progressivo dell’udito che mi rende progressivamente sordo). Gli apparecchi acustici che indosso sono configurati col mio corpo, e gli algoritmi all’interno delle protesi reagiscono con la mia fisiologia. Tutto questo influenza la mia psiche e il modo in cui mi rapporto col mondo.
Nelle 7 Configurazioni ho immaginato e creato sette tipi diversi di configurazioni, unendo delle protesi robotiche IA con dei corpi umani, il mio e quelli di altri performer, oppure con altri corpi non umani, come nel caso di Amygdala. Le protesi sono state create e programmate da zero da me in collaborazione con un brillante team di professionisti del design, dell’ingegneria e dell’IA nella neuro robotica. Una volta realizzate le protesi, ho messo in scena delle performance e delle installazioni performative in collaborazione con altri artisti. Lo scopo era sperimentare con i limiti fisici, fisiologici e psichici di questo tipi di assemblaggi – specialmente quando messi in relazione fra loro – e scoprirne le possibilità estetico-artistiche.
Penso che gli effetti nella vita di tutti i giorni di questo tipo di relazione tra umano e macchina siano davanti agli occhi di tutti e, per la maggior parte, non sono positivi. Basta considerare l’attuale polarizzazione di tantissime società in tutto il mondo, la tecnocrazia rampante nel Global North, l’impatto dello sviluppo tecnologico sulla distruzione degli ecosistemi naturali. Questo succede, a mio avviso, perché lo sviluppo tecnologico è stato lasciato nelle mani dei poteri industriali. Mentre i governi cercavano di capire come sfruttare la digitalizzazione per rinfrescare i loro sistemi strutturali, l’industria, perlomeno nel Global North, ha radicalmente cambiato la cultura, come la si fa e come la si esperisce. La degenerazione dei social media in piattaforme di sfruttamento diretto e indiretto è progredita senza ostacoli e solo ora, quando ormai il peggio è già successo, i governi Euro-Americani cominciano a realizzare che ci sono dei problemi seri. Proprio per questo, penso che sia fondamentale che le nuove generazioni di artisti che lavorano con la tecnologia affrontino la loro pratica come uno strumento critico della società e per la società.

Marco Donnarumma, Amygdala – courtesy dell’artista

Qual è l’età e il background delle persone che seguono il tuo lavoro e come le visioni di immagini/suoni create dal software di intelligenza artificiale influenzano la percezione del pubblico e del corpo sul palco?
Non so con certezza i dati demografici del mio pubblico, ma quello che so si basa sulle interazioni che ho quotidianamente. Mi sembra che il lavoro – dato l’ampio spettro di discipline che combina, dalla musica e la body art alla performance e la tecnologia, il teatro e la coreografia, fino alla scrittura – sia seguito da, o perlomeno interessi a, persone con tanti background differenti. Noto sempre con piacere come venga contattato regolarmente da persone giovani che studiano o che cominciano a sviluppare le loro pratiche individuali, artistiche o di ricerca; questo mi rende felice perché significa che il lavoro riesce a parlare dell’immediato contemporaneo. Dopo tanti anni di carriera, mi comincio a chiedere se i temi e gli approcci che ritengo contemporanei lo siano davvero agli occhi di tutti! Per me è fondamentale dubitare sempre di quello che penso e rimescolare le mie strategie, pratiche e tecniche per non rimanere ancorato al me stesso di ieri. Avere questo tipo di feedback dal mio pubblico è quindi molto importante.
In questo senso, trovo affascinante come i miei lavori acquistino identità diverse a seconda dell’età di chi li esperisce. E’ davvero interessante. Un punto fermo per me è creare lavori che siano ambigui e aperti all’interpretazione, e vedere che questo succede spesso attraverso gli occhi di generazioni diverse è una grande soddisfazione. Ovviamente questo fatto parla anche del cambiamento culturale fra generazioni e come un certo tipo di lavoro come il mio può essere provocatorio e lugubre per alcune persone e invece immaginativo e affermativo per altre.

Sempre più spesso l’intelligenza artificiale si presenta come il futuro dell’umanità, ma se non usata in modo adeguato, l’IA può generare disuguaglianze, violenza sociale e dipendenza psicologica. Cosa vogliamo veramente dalle intelligenze artificiali e come sono cambiate le tue percezioni, aspettative ed esperienze nell’ultimo anno di pandemia?
Onestamente, date le condizioni terribili in cui si trova il pianeta, dall’IA non vorrei nulla. Almeno per ora. Mi piacerebbe invece che, da noi nel Global North, si confrontasse davvero la responsabilità di quanto la nostra cultura sia stata distruttiva nei confronti del pianeta e delle tante comunità che, al contrario delle società capitalistiche, capiscono l’importanza indiscutibile di creare un ambiente di vita equo, di mutuo supporto e libertario per umani e non umani. Sarebbe un primo passo verso una vita decente, senza specchi per le allodole o simulacri che nascondono le nostre colpe.

Marco Donnarumma, Amygdala, vista dell’installazione a Baltan Laboratories, Olanda, 2018. Foto Donnarumma

Marco Donnarumma
Nato a Napoli nel 1984. Vive e lavora a Berlino.

Marco Donnarumma (DE) è un artista, performer, regista teatrale e ricercatore che intreccia performance contemporanea, new media art e interactive computer music dai primi anni 2000. Manipola corpi, crea coreografie, costruisce macchine e compone suoni, combinando così discipline, media e tecnologie emergenti in un’estetica onirica, sensuale e senza compromessi. È riconosciuto a livello internazionale per performance soliste, produzioni teatrali e installazioni che sfidano i confini fra discipline artistiche, e dove il corpo diventa un linguaggio per parlare criticamente di rituale, potere e tecnologia.
Negli ultimi quindici anni il suo lavoro è stato regolarmente in tour in teatri nazionali e indipendenti, sale da concerto, festival e musei in tutto il mondo. Più recentemente il lavoro di Donnarumma è stato mostrato, tra gli altri, al Volkstheater Wien (AT), Münchner Kammerspiele (DE), Romaeuropa Festival (IT), Ming Contemporary Art Museum (CN), Chronus Art Center (CN), Ars Electronica (AT), Donaufestival (AT), Haus der Kulturen der Welt (DE), NRW Forum (DE), Nemo Bienniale/HeK Basel (FR), LABoral (ES), musikprotokoll (AT), CTM Festival (DE), tanzhaus nrw (DE), Laznia Center for Contemporary Art (PL) e Kontejner (HR).
Nel 2019, assieme a Margherita Pevere e Andrea Familari, ha fondato il gruppo artistico Fronte Vacuo.
https://marcodonnarumma.com
https://7c.marcodonnarumma.com
https://frontevacuo.com

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CuratoreGiovanni Viceconte
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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.