HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere

Prende il via oggi sulle pagine di Artribune TV il progetto “HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie di appuntamenti dedicati alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Il primo episodio, guidato dalla parola chiave “Malessere”, vede protagonisti tre artisti: Sabrina Muzi, Davide Mancini Zanchi e Sanja Lasic

Il progetto HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

1. #1 MALESSERE – SABRINA MUZI

Sabrina Muzi, Tortures, 2001 – 10’ 40”

Come nasce questo lavoro?
L’opera nasce nell’ambito di un progetto di residenza in Florida, all’Atlantic Center for the Arts (ACA). Ricevetti un’email con lettera di invito il 10 settembre del 2001, lo ricordo benissimo, perché solo il giorno dopo il mondo cambiò con l’attentato terroristico alle due torri, e io sarei dovuta andare proprio in quella parte del mondo. È interessante che tu mi abbia chiesto di presentare proprio questo lavoro per la rassegna Humans, nata, come mi raccontavi, per sviscerare la condizione umana del drammatico periodo che stiamo vivendo. Il video Tortures effettivamente trasmette uno stato di malessere. Ma la cosa curiosa è che questo lavoro è nato in un momento che ha segnato la nostra civiltà e storia recente, dove la paura e l’insicurezza iniziata con l’incubo del terrorismo risuona con il periodo che stiamo vivendo ora, stavolta per un altro nemico, il virus. Credo che niente accada per caso, e ti ringrazio per questa scelta, poiché riproporre un lavoro, che ha rappresentato per me lo stato d’essere nel mezzo di una svolta epocale nel momento in cui un’altra svolta sta avvenendo in ognuno di noi e nel mondo, diventa un’occasione di riflessione, personale ma anche sul ruolo dell’arte.

Sei arrivata in Florida con l’idea già in mente?
Si, avevo già una vaga idea del progetto da realizzare, ma il lavoro si è materializzato quando ad ottobre dello stesso anno arrivai in Florida. Si è nutrito già durante il viaggio, dai controlli serrati negli aeroporti, dai check-in interminabili, dall’estenuante attesa di una valigia smarrita, riconsegnatemi dopo dieci ore di arrivo a destinazione, perché soggetta a supercontrolli. E infine dalla miriade di bandierine, frasi e gadget inneggianti la grandezza dell’America, espressione del dolore di quel momento, che riempivano le strade e i cortili delle case, fino alle testate dei giornali che parlavano quasi esclusivamente di terrorismo e di antrace. Questa è l’atmosfera in cui è nato questo lavoro, benché come ho già detto l’idea iniziale di lavorare sul concetto di tortura era già in programma nella mia ricerca, in linea con una serie di lavori di quel periodo in cui ho lavorato molto sul corpo.

Partendo dalla parola “malessere”, che caratterizza questo appuntamento, puoi darci una chiave di lettura per capire meglio la tua opera?
In questo lavoro propongo tre diverse torture, fruibili come unico video monocanale con la sequenza dei tre episodi, che è stata la versione più diffusa, oppure, come era stato proposto la prima volta all’ACA, come video-installazione con tre proiezioni o tre monitor simultanei.
Nel video avviene una scansione dal propriamente fisico all’immateriale, cioè partendo da una vera e propria violenza sul corpo e sfumando su una violenza più sottile, psicologica. Nella prima tortura la persona è impossibilitata a esprimersi, a parlare, a muoversi. Nella seconda, la violenza riguarda lo spazio occupato da un corpo, uno spazio che viene continuamente sottratto. Nella terza, assume la forma di una sfida, dove il gioco è tra chi perde e chi vince, ma anche tra chi tortura e chi resiste. Il malessere è sempre dato però da un’inflizione fatta al corpo dell’altro inteso nella sua interezza, ovvero all’essere umano come persona, per la sua diversità, genere, appartenenza, credenza.
In fondo l’idea è anche che l’identità è spesso una gabbia che contiene all’interno di sé derive drammatiche fino a quando l’essere umano non diventa consapevole del valore positivo della differenza. È una questione tra gli esseri umani, ma anche tra gli esseri umani e le altre forme viventi.

In questo lavoro sei tu, con il tuo corpo, a farti carico dell’azione e catalizzare l’attenzione del pubblico. Quanto è importante per te intervenire fisicamente dentro l’opera?
La questione del corpo e dell’esserci fisicamente è sempre stata importante nella mia ricerca. In alcuni periodi questo aspetto è stato più esplicito, in altri momenti più celato o assente, ma in ogni caso ciclicamente ritorna, attraverso il video, la performance o la fotografia. Essere dentro l’opera assume un valore fortemente simbolico, in quanto ha anche un effetto catartico. Interpretare un’azione non significa solo recitare una parte, ma porta a un cambiamento della visione e di conseguenza della condizione del sentire da parte di chi la compie. Entri dentro un percorso che vuoi fare, come nel viaggio iniziatico di Dante, o di Orfeo che scende negli inferi, sei nella dimensione estetico-simbolica, ma qualcosa cambia mentre la fai, proprio perché ci sei. Per me è quindi prima di tutto un’esigenza personale, che però si espande, irradia la sua luce, quando viene espressa e riflessa su un pubblico che con la sua attenzione la raccoglie, reagisce e interagisce.
La performance assomiglia anche ad un rituale arcaico, ed intervenire in prima persona, sentirla sul proprio corpo, significa entrare sì dentro una rappresentazione estetica, ma anche estrarre un frammento di vita e metterlo in una cornice, senza finzioni. La nostra capacità di immedesimazione è molto alta, lo vediamo davanti a un film, sappiamo che stanno recitando eppure siamo in preda a delle emozioni. Ma quando il pubblico sa che sta avvenendo sul serio, improvvisamente anche quell’esserci dell’artista può diventare un valore aggiunto. Nel video Tortures, come in miei altri lavori performativi, la priorità era che si dovesse fare sul serio, costringermi il volto, spingermi fuori dal quadrato… e che dovessi esserci io dentro quella dinamica di forze.

Sabrina Muzi
Nata nel 1964 a San Benedetto del Tronto, vive e lavora a Bologna.
Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Macerata inizia la sua pratica artistica lavorando dapprima con l’installazione e il disegno e concentrandosi poi in ambito video, performativo, fotografico, video-installativo. Nel corso della sua attività ha realizzato interventi in contesti urbani, performance partecipative, lavori site specific, installazioni in ambienti naturali, progetti fotografici e video, libri d’artista, alternando l’attività in Italia alla partecipazione a programmi di ricerca internazionali in giro per il mondo. Il suo lavoro è stato esposto in gallerie, musei, fiere d’arte, spazi pubblici, residenze d’artista e festival.

www.sabrinamuzi.it

2.
#1 MALESSERE – DAVIDE MANCINI ZANCHI

 

Davide Mancini Zanchi, Lavarsi un sasso, 2012, 2’50”

Come nasce questo lavoro?
Beh, anzitutto devo dire che questo video mi fa sentire un po’ vecchio perché, ormai ha en nove anni. In quel periodo ero molto incuriosito dal rapporto tra corpo e oggetto.

Partendo dalla parola “malessere”, che caratterizza questo appuntamento, puoi darci una chiave di lettura per capire meglio la tua opera?
Semplicissimo, basta immaginarsi la durezza di un sasso grande più o meno come una prugna incastonato nella propria bocca che si muove con lo spazzolare raschiando gengive e denti; il tutto condito dalla schiuma che sbrodolando vedete colare dalla bocca. Tutto sommato il video è piuttosto chiaro.

In questo lavoro sei tu, con il tuo corpo, a farti carico dell’azione e catalizzare l’attenzione del pubblico. Quanto è importante per te intervenire fisicamente dentro l’opera?
Per me Lavarsi un sasso è un lavoro embrionale, oggi lo riguardo e mi sembra passata una vita. Pensando al mio percorso vedo la presenza fisica, in carne e ossa, messa da parte. La fisicità invece è sempre presente nel mio lavoro in un duplice aspetto: o le tecniche che chiamo in causa hanno un forte aspetto performativo, anche se il risultato può essere pittorico-oggettuale, oppure chiamo in causa un eventuale interazione da parte di un corpo esterno.

Davide Mancini Zanchi
Nato ad Urbino, nel 1986, vive e lavora ad Acqualagna (PU)

Diplomato nel 2013 presso l’Accademia delle Belle Arti di Urbino, dal 2011 ha esposto mostre personali e collettive in numerosi spazi privati e musei pubblici, in Italia e all’estero. È vincitore di diversi premi, tra i quali: Premio città di Treviglio (2017), Tina Prize (2015), Premio Lissone Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (2014), Premio Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro (2010). Tra il 2014 e il 2015 è ospite della Dena Foundation for Contemporary Art a Parigi, nel 2018 presso la BoCs Art – Residenze Artistiche a Cosenza e di recente si è aggiudicato una residenza a Montevideo(Uruguay) tramite l’Italian Council.
La sua opera è presente in collezioni private e pubbliche di rilievo, tra cui: Galleria Civica di Modena, Villa Manin di Codroipo (UD), Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno, MAC Museo di Arte Contemporanea di Lissone (MB), DENA Foundation for Contemporary Art di Parigi, Banca Intesa Sanpaolo Invest, Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, BoCs Museum di Cosenza.

https://instagram.com/davidemancinizanchi

3. #1 MALESSERE – SANJA LASIC

 

Sanja Lasic, 200 Fights, 2010, 1’37”
Come nasce questo lavoro?
Il lavoro nasce dalla necessità di realizzare un autoritratto in quel particolare momento. La parte importante per me è stata durante il montaggio, dove ho capito che nel gesto – battere con la testa contro la parete dietro di me (un armadio) – risiedeva un’importanza più grande di quello che inizialmente pensavo. Un gesto quasi primitivo e infantile. Un po’ come quando i bambini non riescono a esprimere le proprie emozioni tramite parole e lo fanno con il loro corpo, a volte anche in maniera molto auto-aggressiva, come ho fatto io nel video.
Nel periodo in cui realizzai questo lavoro sentivo una profonda incapacità di esprimermi. Era un periodo di grande frustrazione, riempita da emozioni che non riuscivo a capire e controllare. Girare il video, auto-riprendendomi, mi ha aiutata a calmarmi e capire quello che mi succedeva dal punto di vista emozionale. Rivedere l’immagine di me stessa sullo schermo garantiva a me stessa che le mie emozioni erano vere, anche se non riuscivo a dare un senso alla situazione.

Partendo dalla parola “malessere”, che caratterizza questo appuntamento, puoi darci una chiave di lettura per capire meglio la tua opera?
Per me il video 200 Fights è stato un modo di esprimere la rabbia, l’insoddisfazione e l’impotenza che sentivo in quel periodo. Il titolo stesso indica la voglia di combattere contro il senso del malessere, combattere per la ricerca della “sanità”, combattere per tirare avanti ad ogni costo. Sono qui e sono viva, sono presente, sono una persona e sono una giovane donna. Volevo far vedere parte di me stessa e nello stesso tempo nascondermi. Essere nuda davanti alla telecamera, anche se non si vede tutto il corpo, mostra la purezza e la corporeità di quel momento.
Il feedback ricevuto su questo lavoro è stato sempre lo stesso e per me molto strano da sentire: mi vedono sdraiata sul letto con qualcuno che sta facendo sesso con me, causando in chi osserva una forma di disagio data da una visione che ricorda uno stupro. Mi ci sono voluti dieci anni per capire cosa volevo esprimere tramite il mio lavoro e che la lettura degli altri non era poi così lontana dall’esperienza reale. Il tema dello stupro e dell’abuso sessuale l’ho elaborato con più profondità e con più consapevolezza nella mia performance Cipolla, 2018 e il video What I’m trying to say is that I think, 2018.

In questo lavoro, sei tu con il tuo corpo a farti carico dell’azione e catalizzare l’attenzione del pubblico. Quanto è importante per te intervenire fisicamente dentro l’opera?
Dipende dall’esperienza e dalle emozioni che sto esplorando. Nel caso di 200 Fights intervenire fisicamente è stato molto importante, una decisione consapevole e personalmente necessaria. Questo lavoro è molto vicino alle opere di Ana Mendieta e Regina José Gonzales, artiste per me importanti per la maniera con cui usano il corpo per comunicare cose che altrimenti risulterebbero quasi impossibile da spiegare o vedere.
Storicamente, il corpo della donna, specialmente delle ragazze giovani, è stato usato dalle società in cui viviamo anche in modi che non gli appartengono. Il mondo del porno e il marketing pubblicitario, infatti, usano da sempre il corpo femminile come elemento per scatenare desideri di possesso, distorcendo così il vero significato dell’immagine e del ruolo della donna. Il corpo femminile sembra appartenga da sempre a qualcun altro e mai veramente a se stessa.
I miei 200 Fights sono un grido di liberazione per uscire da un corpo che non riconoscevo più, ma che comunque continuavo ad amare, anche se per tanto tempo mi è stato quasi impossibile identificare. 200 Fights è stato un modo per darmi il coraggio.

Sanja Lasic
Nata nel 1987 a Sarajevo (BiH), vive a Vienna.
Si forma tra la NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e l’Accademia di Belle Arti di Vienna. La sua ricerca indaga temi di identità culturale, memoria e traumi, legati al ruolo della donna nella società nelle sue strutture più intime e familiari in cui vive. Ha partecipato a diversi festival di video e performance art, tra i quali: Film screening, Tovarna Rog, Ljubljana (2019); Group exhibition & Live performance, LOW, Vienna (2018); “FEKK” short Film Festival, Ljubljana (2018); “CIPOLLA” Live performance, Vienna (2018); Format STRK, Vienna (2018); “NO PLACE 4”, Italia (2018); “ARTEFACT” Film festival, Mosca (2017); “1. Sausaler Kunst Biennale”, St. Andrä im Sausal, Austria (2017); “Re-Perform” (Under Different Conditions), mo.ë, Vienna (2017); Video screening, MUMOK, Vienna (2015); Video screening, LISABIRD Contemporary, Vienna (2014), Invasion One, Italy (2011), 2Video- Undo.Net.

http://www.sanjalasic.com

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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.