HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #11 Automa

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Nuovo appuntamento del progetto “HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie dedicata alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Questo episodio, guidato dalla parola chiave “Automa”, vede protagonista l’opera di Rita Casdia

Il progetto HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #2 Lockdown
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #3 Transiti
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #4 [In]esistenza
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #5 [S]Laccio
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #6 Stigma
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #7 Densità
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #8 Legami
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #9 Mankind
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #10 Scambio

INTERVISTA A RITA CASDIA

Parlare d’identità e di omologazione sociale ci pone inevitabilmente di fronte al desiderio dell’uomo contemporaneo di ricorrere ad una forma di addomesticamento legato alle richieste/attese di massa o di forze superiori. Questi comportamenti, generati dall’incertezza e da una totale incomunicabilità di un’umanità priva ormai di una propria identità, sono presentati con chiarezza nel tuo Stangliro, in cui emerge uno “spettacolo” conflittuale fra il “corpo collettivo” e il tentativo fallimentare di indipendenza del singolo personaggio. Raccontaci come nasce e quali sono state le fonti d’ispirazione per la realizzazione di questa tua opera?
La “costruzione” della propria identità e l’indole innata che contraddistingue ogni essere umano creano un conflitto, spesso sano, che ribalta e mette in discussione l’esistenza stessa. Il contraltare di queste forze che si contrastano internamente nell’individuo, è il corpo collettivo o meglio la “massa” di persone che crea una forza cieca, impietosa, inarrestabile ed inesorabile. Fritz Lang ha saputo descrivere con delle bellissime immagini questa forza sia fisica e sia verbale del corpo collettivo in Metropolis ed M – Il mostro di Düsseldorf, questi film mi hanno fortemente ispirata per la creazione del video Stangliro. L’uomo contemporaneo come l’uomo del passato forse non ha mai avuto una coscienza vigile e adeguata per potersi emancipare dal proprio tempo storico, da se stesso e dall’alterità. “Ed io non voglio più essere io!” Carmelo Bene cita Gozzano nella sua lettura dell’Amleto di Shakespeare, siamo praticamente nella tragedia della tragedia.

Come in altri tuoi lavori anche per Stangliro utilizzi piccole sculture “automi” di plastilina colorata. Come nascono e qual è il legame personale/autobiografico con questi tuoi personaggi?
Le mie prime produzioni video (1999/2004) documentavano le mie performance. L’impatto emotivo che provavo durante la esposizioni per me non era piacevole, un po’ per timidezza un po’ perché ancora adesso trovo quasi sempre ridondanti questo genere di opere.
L’utilizzo delle mie piccole sculture in plastilina è quindi nato dal bisogno di farmi sostituire fisicamente da loro per evitare di essere l’oggetto stesso dell’opera. Con questa scelta, sento di aver acquisito una libertà espressiva maggiore proprio perché in fondo questi “automi” incarnano prevalentemente le mie visioni e non soltanto il mio corpo.

Stangliro è un mondo abitato da solo donne che si esprimono con un linguaggio incomprensibile. Perché hai scelto di utilizzare solo sculture femminili?
Credo che il linguaggio verbale sia un terreno franoso e per questo spesso genera fraintendimenti. Le parole possono essere facilmente manipolate sia da chi le pronuncia e sia da chi le ascolta. Nel video Stangliro l’incomprensione è ulteriormente degenerata dall’uso del linguaggio fonosimbolico che di fatto è parlato da un solo personaggio femminile e ne rivela la sua emancipazione dal gruppo, inevitabilmente tutte le altre figure pur essendo identiche alla protagonista non arriveranno mai a comunicare con lei poiché parlano un’altra lingua. Sono tutte donne con un livello di femminilità azzerato, questa visualizzazione dell’umano mi era sembrata più corrispondente al reale.

Dal punto di vista tecnico-formale quali sono i mezzi adottati per la realizzazione di questo lavoro?
La realizzazione di un video in stop-motion è soprattutto un lavoro di regia che prevede la collaborazione di molte figure professionali, determinanti per la riuscita del progetto. Il processo creativo è articolato e mediato costantemente da problemi di realizzazione tecnica, diventa quindi per me una bella sfida trovare le soluzioni corrispondenti all’aspetto formale dell’opera come è stata ideata all’origine. Ogni fotogramma è dunque stato pensato e vagliato in ogni suo dettaglio sia durante le riprese e sia nella fase di post-produzione dove l’analisi della durata temporale del movimento viene calibrata al millesimo. Negli ultimi anni utilizzo un software che permette di rivedere il girato in tempo reale o costruire traiettorie che migliorano i movimenti delle azioni. Tutto questo di certo aiuta ad arrivare in modo spedito alla fase finale del progetto che in realtà comunque si sviluppa in un processo creativo che dura circa un anno. Quello che più mi attrae in questo genere di lavoro è la sua smaterializzazione e di conseguenza la possibilità di generare delle opere dove il concetto del “pezzo unico” come “prodotto artistico” svanisce.

Un altro aspetto che si coglie nei tuoi lavori è il grado di umorismo che riesci a mettere nella tua poetica: catastrofica e allo stesso tempo beffarda. Ci spieghi qual è la visione del mondo che racconti?
Ho sempre osservato la realtà che mi circonda con moderata diffidenza, per me gli eventi della vita o le persone diventano mondi da scoprire, non mi fermo mai alla prima apparenza e questo nel tempo mi da modo di constatare le incredibili contraddizioni che animano un essere umano o le catastrofi che vengono a crearsi da un qualsiasi banale episodio della vita. Sicuramente il tempo si prende beffa di noi accecati dal vivere nel presente. A questo punto avere dell’umorismo significa cedere anzi concedersi alla realtà e capire quanto tutto sia effimero e denso di non-sense. Sicuramente in tutto questo c’è anche del tragico poiché in questo percorso tirannico e tortuoso chiamato consapevolezza, quando arriva a buon fine, solo ad alcuni viene concesso di ridere di se stessi.

Partendo dalla parola “AUTOMA” e alla luce di quanto sta succedendo negli ultimi due anni a livello globale, puoi darci una tua visione o una riflessione sulla società e i suoi comportamenti?
Quello che sta succedendo, non può essere secondo me riferito solo all’esperienza vissuta di questi ultimi due anni, tutto era già alla deriva più di un secolo fa. Mi dispiace offrire questa visione catastrofica dove di fatto tutti ne subiamo le conseguenze, dove non basta essere consapevoli e affrontare con ironia i paradossi a cui siamo sottoposti quotidianamente. Negli ultimi due anni mi sembra di vedere che la nevrosi stia imperversando senza nessun freno. È certamente utopico sperare nella sua sparizione però sarebbe bello vedere una società con più contegno, basta con questi sterili sbrodolamenti solipsistici.

Rita Casdia
Nata a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) nel 1977, vive e lavora a Milano.

Rita Casdia si diploma all’Accademia di Belle Arti di Palermo in Pittura e si specializza in Arte e Nuove Tecnologie all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel corso degli ultimi anni ha esposto alla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare, Video.it, Fondazione Merz, Torino, 39˚Festival du Nouveau Cinéma di Montreal, Premio Ariane de Rothschild, Palazzo Reale, Milano, 14° Premio Cairo, Museo della Permanente, Milano, XIII International Image Festival, Manizales, Colombia, 4th Athens Digital Arts Festival, Cà Foscari Short Film Festival 10, Venezia, Videograma Festival 2021, Galerìa Santa Fe, Bogotà, in gallerie private come Galleria Nuvole, Palermo e Galleria Muratcentoventidue, Bari.
www.ritacasdia.com

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AutoreRita Casdia
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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.