HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #5 [S]Laccio

Quinto appuntamento del progetto“HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie dedicata alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Questo episodio, guidato dalla parola chiave “[S]Laccio”, vede protagonista l’opera di Marcella Vanzo e Shawnette Poe

Il progetto HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #2 Lockdown
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #3 Transiti
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #4 [In]esistenza

1. #5 [S]LACCIO – MARCELLA VANZO

Marcella Vanzo, Limbo, 2006 – Mostra personale, Studio Guenzani, Milano – Installazione in galleria (legno, tessuto) dimensioni ambientali


Marcella Vanzo, Limbo, 2006, 7:07 – Courtesy dell’artista

Limbo è il secondo atto di un trilogia video che racconta la casa come incubatrice delle relazioni umane e dei desideri. Come nasce il progetto?
Il progetto nasce guardando l’interno dall’interno e infatti la trilogia si chiama The World of Interiors, riprendendo il titolo di una famosa rivista d’interni.
Tornare a casa. Andarsene da casa. Pare che a volte la vita si dipani tra questi due estremi, che sia tutta qui, da dove veniamo dove andiamo. E quello che in quella casa succede. La prima, quella dove siamo nati. Quando si riesce davvero ad andarsene, nel senso di quando si riesce davvero a non rispondere più in modo automatico alle dinamiche tra cui siamo cresciuti in casa? Credo che ci voglia tutta la vita per rispondere. Noi cresciamo, cambiamo e così fanno i nostri paesaggi interiori ed esteriori e a volte riusciamo a rispondere a queste domande. Il lato interessante è che non sono risposte definitive, lo si scopre andando e lo dico in senso positivo.

Partendo dalla parola “[S]Laccio”, che caratterizza questo appuntamento, puoi darci una chiave di lettura per conoscere e capire meglio la tua opera?
Il video parla da solo. C’è una famiglia, la mia, lato paterno soltanto, le relazioni tra gli astanti sono reali. Ai tempi, su sollecitazione di una curatrice, chiesi ai miei genitori, divorziati da sempre, di partecipare entrambi, io non ci avevo proprio pensato, sapevo che non sarebbe successo, infatti mio padre rifiutò. Ma questo non ha niente a che fare col lavoro, è solo gossip.
Vedo le relazioni, qualsiasi relazione, come un double bind come diceva Bateson, un doppio laccio, una modalità per essere migliori o peggiori, spesso un misto di entrambe. Senza dramma, siamo umani, è cosi. Dal mio punto di vista la leggerezza è fondamentale. Quindi Limbo è come guardare una famiglia al microscopio, nel dettaglio, gli abiti son color pelle, la scenografia e il cibo sono neutri, il focus è sui gesti. Scopriamo che le persone sono legate una all’altra e si comportano di conseguenza. Tutto qui, alcuni gesti esprimono amore, riverenza, altri sottomissione, insofferenza. C’est la vie.
Ogni personaggio, inoltre, indossa un tutore, a mostrare quale è il suo punto debole e come superarlo. Io credo che ci sia una soluzione a tutto.

Limbo concentra la sua attenzione intorno a un tavolo da pranzo, spazio per intrattenere relazioni e provare sentimenti non sempre capaci di rispettare la libertà altrui. In questo difficile periodo di emergenza sanitaria secondo te in che modo sono potenziati/decaduti i rapporti familiari?
Ecco, si sono potute mettere ancora più a fuoco queste relazioni, nel bene o nel male, tutto qui. Non parlo certo per coloro che sono stati toccati sul vivo dall’emergenza sanitaria, che son finiti in ospedale, che hanno perso parenti stretti o il lavoro. Per gli altri, i reclusi regolari diciamo, non vedersi, non potersi toccare, capire come farlo, capire quanto ci manca una persona o rendersi conto che ne possiamo fare completamente a meno, sono state scoperte chiare che nel vuoto del tempo son venute a galla da sole, volenti o nolenti. La reclusione è stata un lungo momento per capire come si sta con se stessi, è raro avere tanto tempo del genere a disposizione, oltre a tanto bene, è venuto a galla tanto male. E chiarezza su quanto ognuno di noi possa fare per migliorare la propria situazione e quella degli altri.

Marcella Vanzo, Limbo, 2006
Marcella Vanzo, Limbo, 2006, Still lives, stampa su alluminio, 50 x 70 cm – Courtesy dell’artista

La parte sonora è spesso fondamentale nel risultato di un lavoro video. Come nasce questo suono di connessione utilizzato per Limbo?
Per Limbo cercavo un suono prodotto dal corpo, un suono interno, tuttavia il battito cardiaco regolare non mi convinceva. Mia sorella aveva appena fatto un’eco doppler dal medico e mi consigliò quell’esame, in cui si sente il sangue che fluttua per il corpo come un’onda. Andai anch’io, insieme a un fonico. Il risultato è la colonna sonora del video.

Marcella Vanzo
Nata nel 1973 a Milano, dove vive.

Marcella Vanzo, formatasi sia come antropologa che come artista. Tramite video, performance, foto e installazioni indaga le diverse dimensioni dell’essere umano, da quella sociale a quella mitica, da quella emotiva a quella politica. Nel suo lavoro realtà e finzione si fondono in una trama fitta che mette in discussione la rappresentazione della realtà. Nell’ottobre 2019 ha fondato The Momentary Now Performance School da ZONA K a Milano e dall’ottobre 2020 insegna Performance all’Accademia Carrara di Bergamo. Ha ideato un progetto di arte partecipata per i bambini in quarantena durante il Covid19: #squola_pubblica (ospitato anche da Pirelli Hangar Bicocca) e #fareinsiemesquola_pubblica, laboratori di formazione per insegnanti con la partecipazione di Università Milano Bicocca.
Vanzo partecipa regolarmente a mostre collettive e personali in Italia e all’estero, ultimamente: Radical, Fondazione Berengo, Venezia 2019; Festival del paesaggio di Anacapri, 2018; Biennale di Jakarta, 2017; Manifesta11, Zürich, 2016; Nel Mezzo del Mezzo, Palazzo Riso, 2015; Perspectif cinema, Centre Pompidou, 2015. Ha vinto il Premio New York e il premio Acacia Artisti Emergenti.

www.marcellavanzo.com

 

2. #5 [S]LACCIO – SHAWNETTE POE

Shawnette Poe, Barszcz z Uszkami, 2014 still video. Courtesy dell’artista


Shawnette Poe, Barszcz z Uszkami, 2014, 4.23’ – Courtesy dell’artista

 

Partendo dalla parola “[S]Laccio”, che caratterizza questo appuntamento, puoi darci una chiave di lettura per conoscere e capire meglio la tua opera?
La parola [S]laccio rimanda a un legame, a un gesto e a un oggetto, al tentativo di legarsi e slegarsi. Penso che questa sia una valida chiave di lettura. In Barszcz z Uszkami io e mia madre sediamo l’una di fronte all’altra, gli occhi coperti dai capelli, mentre tentiamo di imboccarci a vicenda. Il nutrimento reciproco, come raffigurazione di una relazione basata sulla fiducia, la cura e il “volere bene”, si traduce in un’azione che è, al contempo, delicata, impacciata e fallimentare. La zuppa cade perché è liquida e l’altra bocca è semplicemente troppo lontana per centrarla perfettamente senza vedere. La prospettiva dell’aspetto relazionale e della metafora del sangue viene ampliata dal fatto che a compiere l’azione siano madre e figlia. L’atto speculare dell’alimentazione eccessiva e del fallimento richiama l’imitazione degli errori dei genitori e le questioni di compensazione involontaria. C’è anche un’allusione alla nascita e alla morte in senso metaforico, freudiano e fisico: il primo atto fondamentale della madre verso il figlio all’inizio della sua vita, spesso invertito verso la fine della sua: la cura del figlio verso un genitore quando è vecchio e debole. I due individui raffigurati nello stato intermedio, nonostante o probabilmente a causa del loro legame affettivo profondamente radicato, non riescono naturalmente a vedersi/comprendersi.

L’atto di imboccarsi l’un l’altra, senza vedervi, è una scelta fondata solo sulla fiducia verso tua madre o nasconde scelte fallimentari e di malessere?
Il prendersi cura dell’altro contiene sempre un certo rischio di fallimento, perché richiede una vicinanza, a volte una dipendenza, in cui è facile oltrepassare limiti personali, mettere l’altro a disagio, infastidirlo, pur con le migliori intenzioni. Credo che, raggiunta una maturità in cui si è in grado di prendersi cura di sé stessi, sottoporsi alla cura di un altro sia sempre un atto ambivalente.
Portiamo dentro cosi tante esperienze, traumi, pregiudizi, convinzioni, aspettative, che plasmano la nostra percezione del mondo e sono un filtro che non sempre ci permette di mettere a fuoco l’altro. Le relazioni interpersonali sono, forse, la cosa più complessa da affrontare, non c’è niente che lasci, al contempo, così tanto spazio per bellezza e gioia come per delusioni e dolore. E poi la relazione tra madre e figlia, tutto quello con cui le nostre madri ci nutrono, influisce su quello che diventiamo e le scelte che facciamo nella nostra vita come nient’altro.
Nella lingua italiana c’è questa espressione, “voler bene” che così bene riassume il sentimento che accomuna i figli con le madri. Volere il bene porta spesso, prima le madri e poi le figlie, a sbagliare continuamente, essendo il bene di una non sempre il bene dell’altra. Volere il bene è averne l’intenzione, non necessariamente riuscirci.

Shawnette Poe, Barszcz z Uszkami, 2014 still video. Courtesy dell’artista
Shawnette Poe, Barszcz z Uszkami, 2014 still video. Courtesy dell’artista

Puoi spiegarci il significato del titolo della tua opera “barszcz z uszkami”?
È il nome di una zuppa di barbabietola con ravioli ripieni di funghi, un piatto tradizionale che, in Polonia, si prepara per la vigilia di Natale. Uno dei motivi per cui ho scelto questo piatto è proprio la connessione con il Natale, una festa che si trascorre con la propria famiglia e che è spesso luogo di riunioni molto emozionali.

Barszcz z uszkami racconta, con le sue diverse sfaccettature, la relazione tra la una madre e una figlia. Quanto è stato importante durante questo difficile periodo di emergenza sanitaria avere un legame con la tua famiglia?
Il legame con la mia famiglia, intesa sia come nucleo ristretto che allargato, per me è fondamentale, a prescindere dal periodo. Questa distanza fisica prolungata è stata molto difficile da gestire, e questo nonostante io sia ormai abituata a mantenere relazioni familiari a distanza, non vivendo da anni nella stessa città.

Shawnette Poe
Nata a Varsavia nel 1980. Attualmente vive a Berlino.

Artista poliedrica, si occupa di installazioni, pittura, performance e video, ma anche di design. Nel 2006 si laurea all’University of Arts Design Music and Theory di Brema e dal 2009, affianca alla sua ricerca individuale, anche il lavoro in duo con Alessandro Fonte (Fonte & Poe). Le sue opere e i suoi progetti sono stati esposti in musei e istituzioni nazionali e internazionali tra i quali: Museo MAXXI Roma, Triennale di Milano, Onassis Center Atene, Städtische Galerie Brema, Chiostro del Bramante Roma, Galleria Nazionale della Macedonia Skopje, Museo di Architettura e Design Lubiana, Fondazione Orestiadi Gibellina, Museo Civico Castelbuono (Palermo), Galleria Nazionale Cosenza, Schusev State Museum of Architecture di Mosca. Ha partecipato negli ultimi anni a diverse residenze: Stato in Luogo #1 – Latronico (PZ); SAC| mari tra le mura, Fondazione Pino Pascali – Polignano a Mare (BA); BoCs Art – Cosenza; iART, Museo di Castelbuono – Castelbuono (PA); TEMENOS, Area archeologica della Sibaritide – Sibari (CS).

www.shawnettepoe.com

Dati correlati
AutoriMarcella Vanzo, Shawnette Poe
CuratoreGiovanni Viceconte
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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.