HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #14 Confini

Nuovo appuntamento del progetto “HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie dedicata alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Questo episodio, guidato dalla parola chiave “Confini”, vede protagonista l’opera di Filippo Berta

Il progetto HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #2 Lockdown
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #3 Transiti
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #4 [In]esistenza
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #5 [S]Laccio
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #6 Stigma
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #7 Densità
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #8 Legami
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #9 Mankind
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #10 Scambio
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #11 Automa
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #12 Schermo
HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #13 Irrefrenabile

Intervista a Filippo Berta

Filippo Berta, One by One Project, (video monocalane), 4K video 2160p, 2021, 10’

Quando e come nasce il progetto One by One?
Le tensioni sociali e individuali, che producono diverse forme di dualismi, sono la base su cui si struttura e si sviluppa la mia ricerca artistica. Di conseguenza, la realizzazione di One by One è stato un processo spontaneo, nato dalla volontà di toccare con mano le barriere prodotte dalle molteplici forme di confini invisibili celati nella società e nell’individuo, con cui ci confrontiamo e ci scontriamo quotidianamente. L’indice che tocca una spina è l’immagine su cui poggia tutto il progetto, ed è proposta come sintesi del tentativo di entrare in relazione con la parte irrisolta di noi stessi, che per comodità evitiamo. In altre parole, nel progetto One by One, ogni singola pressione sulla lama della spina corrisponde a un atto introspettivo, in cui l’essere umano interagisce con gli innumerevoli punti di tensione che costituiscono la sua natura complessa. Il progetto nasce nel 2015, anno in cui la costruzione dei muri e barriere spinate nei Balcani stava subendo una crescita esponenziale, e l’anno successivo non ho potuto esimermi dal fare un sopralluogo lungo i confini tra l’Ungheria, la Serbia e la Croazia. Questo viaggio è stato necessario per staccarmi da una fase prettamente ideale e progettuale, e vivere in prima persona ciò che stava accadendo, libero da qualsiasi forma di filtro presente nelle immagini passate dai media. L’ultima notte di questo primo viaggio, grazie al supporto di un’associazione umanitaria attiva in Ungheria, sono entrato nella stazione ferroviaria di Zákány, un piccolo villaggio situato sul confine tra Ungheria e Croazia. In un silenzio disarmante, sotto il rigido controllo della polizia e dell’esercito ungherese, i profughi erano caricati sulle carrozze per essere inviati in Germania, come fossero materiale di scambio. Questo meticoloso smistamento di esseri umani si è ripetuto ciclicamente per tutta la notte, e da spettatore impotente ho ripreso ciò che stava accadendo, evitando di inquadrare i visi di quelle persone. Solo dopo avere emotivamente rielaborato questa esperienza, ho realizzato un breve video dal titolo One Way. Tornato in Italia, ho iniziato a creare una fitta rete di contatti con associazioni culturali di ogni genere, presenti sui territori di confine, gettando così le basi per una serie di collaborazioni fondamentali per la realizzazione del lavoro. Nel 2019 il progetto è stato premiato dall’Italian Council V Edizione, con il supporto della Nomas Foundation di Roma e della GAMeC di Bergamo, e si è concluso nel 2021.

Filippo Berta, One by One Project, still da video

Hai attraversato l’Europa, per poi arrivare in America e infine in Asia.  Qual è stato il criterio nella scelta delle tappe di questo progetto?
La scelta dei luoghi dove realizzare One by One si basa un semplice criterio: partire dall’Europa, intesa come un punto geograficamente centrale, per poi spostarsi in estremo Occidente (USA e Messico) ed estremo Oriente (Corea del Nord e Corea del Sud). Sulla base di questa scelta pragmatica, fondamentale invece era l’eterogeneità dei paesaggi, delle persone e delle lingue, perché l’obiettivo è offrire l’impressione dell’esistenza di un unico confine che divide in due parti la terra, in quanto attraversa e taglia luoghi e società visivamente differenti.

Una siepe metallica di spine acuminate, posta come barriera, evoca eventi tragici e conflittuali di un recente passato.  Qual è lo stato d’animo delle popolazioni che vivono in questi luoghi e come hanno reagito i performer a contatto a queste recinzioni?
I muri di confine ricoperti da fili spinati si impongono con una “prepotenza monumentale”, che lascia l’individuo abbandonato in una disarmante impotenza, cosciente di trovarsi in un luogo ibrido in tensione, e non semplicemente su una linea di demarcazione. Partendo da questa sensazione condivisibile a prescindere dal luogo d’origine, esiste uno stato d’animo che accomuna gli abitanti delle zone di frontiera coinvolti nel progetto. Tutti mostravano un’attitudine all’accettazione del dato di fatto, prodotto da dinamiche geopolitiche incontrollabili, figlie dell’ostinazione dell’essere umano nell’imporsi limitazioni di ogni genere, palesate con la presenza arrogante del muro. Questa gente può essere paragonata a un branco di prede, le quali sebbene percepiscono con l’olfatto la presenza del predatore nascosto, continuano a vivere la loro quotidianità. La partecipazione alla performance è stata per loro un’occasione per prendersi la libertà di toccare letteralmente con mano questa soffocante presenza. Tra le molteplici reazioni delle persone, tradotte nella modalità d’esecuzione dell’atto performativo, come la pressione esercitata su ogni singola spina, vorrei citare un caso veramente esclusivo. Sul confine tra Macedonia del Nord e Grecia, eravamo scortati da un agente della polizia di frontiera, il quale mi ha confessato il suo disagio nel respingere quotidianamente persone bisognose. Il fato ha voluto che poco dopo, lungo i binari che attraversano il confine, passò lentamente un treno merci con dei giovani immigrati aggrappati alle carrozze, e come da copione, l’agente si mise a fare il suo lavoro sorridendo amaramente. Le sue parole mostrarono uno spiraglio di umanità, che si liberava tra i bottoni di una divisa uniformante, tendenzialmente recepita come un anestetico di qualsiasi forma di empatia per il prossimo. 

Filippo Berta, One by One Project, still da video

In One by One il muro imposto dalla rete e il conteggio ininterrotto del numero di spine, scandito dalle voci delle persone coinvolte, s’intreccia nel desiderio comune di trovare una fine a una condizione disumana caratterizzata da esclusioni, disuguaglianze e ostilità, ma anche una ricerca che va oltre i confini sociali e individuali imposti dall’essere umano ai suoi simili. Esiste la reale possibilità di portare a termine l’azione permettendo al genere umano di trovare la fine di questi fenomeni?
Viviamo in una società che paradossalmente trova una forma di equilibrio perverso proprio nel non risolversi, e a riguardo posso citare un’esperienza vissuta tra il confine che separa la Bulgaria dalla Turchia. Mi trovavo sulla cima di una collina, da dove era possibile vedere il muro contemporaneo, mentre nelle vicinanze c’erano ancora i fili spinati arrugginiti del vecchio confine, costruito negli anni della Repubblica Popolare di Bulgaria. Questa immagine di fusione tra passato e presente rappresenta la ciclicità dell’imposizione di confini, incentivata da differenti motivazioni. Ciò sottintende che se l’intelletto umano è in evoluzione, oggi siamo ancora in una fase primordiale, in cui ci stiamo ancora difendendo da “noi stessi”. Le statistiche parlano chiaro: in data odierna i muri certificati sono settantasette, quando invece prima della caduta del muro di Berlino erano sette. Nel progetto One by One questa attitudine umana si riassume nel video con la fusione delle voci delle persone coinvolte, che formano un coro globale, come fosse una preghiera laica in cui non c’è una narrazione che trova una conclusione logica, ma al contrario un persistente tentativo. Il video cede allo spettatore il peso del dubbio sulla reale possibilità di trovare una fine a questo confine globale. L’Eden proposto dalle ideologie è ancora molto lontano, e forse in una società perfetta nemmeno l’arte avrebbe motivo di estere, in quanto non propone le soluzioni ai problemi, ma li svela dall’ordinarietà accomodante.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha generato tra le persone nuove forme di esclusione, muri, barriere politiche e ideologiche.  In futuro la distanza sociale può divenire un terreno fertile per concepire nuove forme di separazione e d’isolamento socio-politico basate sulla paura dell’altro?
La segregazione domestica che abbiamo vissuto con la pandemia ha avvicinato quelle barriere così lontane da noi, al punto tale che il gesto di toccare la spina mostrato nel progetto One by One, era paragonabile all’atto di appoggiare il palmo della mano sul muro di casa nostra. Sebbene viviamo in uno dei “Paesi occidentali ricchi” e vediamo ormai la fine di questo problema, dobbiamo impegnarci a non dimenticare quella condizione introspettiva. I confini invisibili interiori, che si concretizzano con i muri analizzati nel progetto One by One, si evolvono proprio come i virus, eludendo qualsiasi nuova “forma di vaccino”. La soluzione è mettersi sempre in discussione, compreso i principi ritenuti inamovibili, e forse così facendo saremo vaccinati contro gli indottrinamenti pericolosamente iniettati nella società. Inoltre l’esperienza della pandemia dovrà essere un monito per il futuro, necessario per ricordarci che l’essere umano è solo un organo di un organismo che è la natura, e che non potrà mai controllare prepotentemente. Tuttavia, dopo l’isolamento imposto, le persone hanno mostrato la necessità di stare con l’altro, ricordandoci che l’essere umano è un animale sociale e non potrà mai distinguersi da suo simile. La società e le sue dinamiche interiori sono necessarie all’individuo, come l’ossigeno che respira costantemente e inconsapevolmente.

 

Filippo Berta
Nato a Treviglio (BG) nel 24/01/1977. 

Vive e lavora a Milano ed è rappresentato dalla Prometeo Gallery di Ida Pisani, Milano, Lucca. Nel 2019 è tra i vincitori dell’Italian Council V Edizione con il progetto One by One, promosso da Nomas Foundation di Roma e GAMeC di Bergamo. Nel 2015 ha vinto il Premio Fondazione MIA di Bergamo; nel 2014 il Premio Maretti, La Habana (Cuba) ed è stato finalista al Talent Prize di Roma. Nel 2008 è stato tra i vincitori del Premio Internazionale della Performance, Galleria Civica di Trento. Ha esposto al Museo MADRE di Napoli, MSU-Museo Arte Contemporanea di Zagabria, Museion di Bolzano, MART – Galleria Civica di Trento, Jonkopings Lans Museum, Staedtischegalerie di Brema, State Museum of Contemporary Art di Salonicco, Museo di Pori, Victoria Art Center di Bucarest, Center for Cultural Decontamination, CZKD, Belgrado, Matadero Centro Creativo Contemporaneo a Madrid, MAO-Museo dell’Architettura e del Design della Slovenia. Ha partecipato alla Biennale di Salonicco (2013; 2017), alla Biennale di Curitiba (2017), alla Biennale di Praga (2011) e alla Biennale di Mosca – Young Art (2012). Ha preso parte a festival quali: Festival Internazionale di Sarajevo (2014, 30a edizione), International Konst Film (2013, Svezia), Romaeuropa Festival (2012, Roma), Tulca-After the fall (2011, Galway, IR), European Performance Art Festival (2011, Varsavia, PL). 

www.prometeogallery.com/it/artista/filippo-berta 

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AutoreFilippo Berta
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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.