HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #8 Legami

Ottavo appuntamento del progetto“HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea”, a cura di Giovanni Viceconte. Una serie dedicata alla videoarte e alla performance, per riflettere sulla condizione umana ai tempi della pandemia. Questo episodio, guidato dalla parola chiave “Legami”, vede protagonista l’opera di Cosimo Terlizzi, Davide Sebastian e Debora Vrizzi

Il progetto HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea, a cura di Giovanni Viceconte, nasce in un momento di “isolamento” dell’uomo contemporaneo, originato dall’emergenza sanitaria da Covid-19. Una quarantena forzata che ha generato nelle persone nuove forme di comportamento e allo stesso tempo ha amplificato pensieri e riflessioni. Partendo da questa condizione di disagio e dalla formazione di un nuovo modo di concepire la vita, il progetto propone una serie di appuntamenti dedicati al linguaggio della video arte e della performance, presentando una selezione di artisti che hanno interpretato il sentimento di malessere-inquietudine e il senso di inadeguatezza collettiva o personale dell’uomo contemporaneo.
Ogni appuntamento/mostra è identificato da una “parola chiave”, che può introdurre l’opera video di un singolo artista oppure individuare legami comparativi tra più opere video, che saranno proposte dal curatore con lo scopo di stimolare nello spettatore nuovi ragionamenti e confronti.

HUMANS. VideoRitratti della società contemporanea. #1 Malessere
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HUMANS. Video-ritratti della società contemporanea. #5 [S]Laccio
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1. #8 LEGAMI – COSIMO TERLIZZI

Partendo dalla parola “LEGAMI”, che caratterizza questo appuntamento, puoi introdurci alla visione della tua opera?
Cerco nell’opera Fratelli Fava, di elaborare il legame complesso tra fisicità e intelletto. Due entità che sembrano riflettersi in un solo corpo. Vivo questo scontro continuo tra parte istintiva e razionale.
Mostro la parte più bella di me, proteggo la parte più sensibile, nascondo quella impulsiva. Un gioco forse infantile, come quello tra fratelli, un legame di confidenza e anche di massacro giocoso. I nodi vengono al pettine davanti all’eredità lasciata sul tavolo. Il fratello come mio corpo esterno, legato dal sangue eppure altro da me.

Una grossa pietra diviene lo spazio di condivisione, rivalità ed equilibrio tra due entità legate da un filo comune instaurato fin dal loro concepimento. Puoi raccontarci i gesti e le azioni di confronto/scontro tra i fratelli Fava protagonisti di questo video?
La pietra è il nostro mondo, spina dorsale, ciò che ci regge. Pesante, eppure fluttua nell’universo. È chiaro che si tratta di un universo interiorizzato. La lotta per accaparrarsi uno spazio proprio, più grande, più comodo. Vorrei tanto essere padrone degli istinti, manovrarli senza far danni. Vorrei tanto liberare la bestia e non avere timore di essere fuori dalla prigione della mente. Queste sono le due posizioni in antitesi che rispondono alle due figure distinte nei Fratelli Fava. Uno vorrebbe uccidere l’altro, eppure si amano e non possono fare a meno di loro.

In questo lavoro utilizzi le musiche di Christian Rainer. Come mai la scelta di questo brano e come nasce la tua collaborazione con il musicista?
Christian immaginò un album composto dai suoi brani resi in video da quegli artisti che adorava. Mi chiese se poteva piacermi Jongleur (il titolo del brano di Fratelli Fava), e ovviamente me ne innamorai. Il video arrivò da sé, la musica di Christian mi ha da sempre ispirato. La collaborazione con lui risale dai prima anni a Bologna fino al 2018 con il film Dei dove ha realizzato la colonna sonora. E devo ammettere che in Fratelli Fava un po’ del nostro legame è espresso.

In questo difficile periodo di emergenza sanitaria il tempo e il distacco hanno portato inevitabilmente a riflettere sull’importanza dei legami e degli affetti. In che modo questo nuovo modo di vivere ha influito sulla tua vita e sui sentimenti/rapporti delle persone che ti sono più vicine?
La distanza mi ha portato a cercare più fisicità. È non poteva essere altrimenti. Più allontani più desideri. È ritornato il senso del peccato, per via delle restrizioni. Il toccare, l’abbracciare, il baciare, sono atti potenzialmente pericolosi. Per questo sempre più attrattivi. In tutto questo si aggiunge l’igiene della parola, contro omofobie, bullismi, razzismi. Tutto ciò porta a una tensione sessuale e identitaria maggiore. È un periodo molto interessante, ben presto riconosceremo in esso le avanguardie artistiche e di pensiero.

Cosimo Terlizzi
Nato nel 1973 a Bitonto (BA). Vive e lavora in Puglia.

Dalla metà degli anni Novanta sperimenta nel suo lavoro l’uso di diversi media, dalla fotografia alla performance, dall’installazione al video.
Le sue opere sono state esposte al Centre Pompidou a Parigi, MamBo di Bologna, Centre for Contemporary Art di Varsavia, Fondazione Merz di Torino, Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento, MACRO di Roma, National Museum of Breslavia in Polonia. Per il cinema firma la regia di documentari presentati a Rotterdam Int. Film Festival, Festival d’Automne a Parigi, Kunstenfestivaldesarts di Brussel, Biennale Danza di Venezia, Torino Film Festival, Festival Internacional de Cine de Mar del Plata, London Int. Documentary Festival, Festival Internazionale del Cinema di Roma e Homo Novus festival di Riga. Nel 2018 realizza con Buena Onda (casa di produzione di Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri) il suo primo lungometraggio di fiction, Dei. Dal 2019 al 2020 è stato il direttore artistico di Asolo Art Film Festival.

www.cosimoterlizzi.com 

2. #8 LEGAMI – DAVIDE SEBASTIAN

The Gao brothers è il primo di altri appuntamenti dedicati al video-ritratto. Come nasce il progetto?
Il video ritratto ai Gao Brothers è stato girato a Roma in occasione di una loro mostra. Questo lavoro è parte del mio progetto “Video-portraits of the last century”. Una collezione di video ritratti a persone che con la loro vita hanno trasformato il secolo scorso.
Ho creato un’opera d’arte che racchiude un’altra opera d’arte per rafforzare il significato e per sposare lo stesso ideale a moltissimi chilometri di distanza”. Ho diretto questo video citando volutamente una celebre performance dei Gao Brothers: L’abbraccio.

L’incontro tra due fratelli artisti Gao brothers (Gao Zhen – Gao Qiang), ambientato all’interno di un’antica cisterna dell’acqua di forma circolare, è sancito dallo scambio di doni, semplici come piccoli oggetti. Ci racconti la scelta del luogo e il significato di questa azione?
Le riprese del video ritratto sono state realizzate in un’antica vasca per irrigare i campi. “Il luogo per la sua forma circolare, l’acqua che una volta conteneva e le mura, racchiudono i protagonisti in una dimensione diversa da tutto ciò che li circonda, mi sembrava la forma ideale per fermare il tempo e sottolineare il loro gesto”. I due oggetti che i fratelli Gao si scambiano sono: un uovo d’argento ed una crisalide. Sono per me due simboli di nascita, l’uovo d’argento è un omaggio al Maestro Vettor Pisani, scomparso proprio quell’anno, mentre la crisalide era stata da me raccolta in Cina e riportata in Italia.

Partendo dalla parola “LEGÀMI”, che caratterizza questo appuntamento, puoi raccontarci il gesto d’affetto che i Gao Brothers, nel secondo episodio di questo video-ritratto, riversano nei confronti dell’artista e musicista Fabiano Lioi?
Con Fabiano Lioi, mio carissimo amico, eravamo andati insieme a vedere la mostra dei Gao (Un)forbidden City: La post-rivoluzione della nuova arte cinese al MACRO. Appena entrati i fratelli Gao videro Fabiano che avanzava con le sue stampelle, si avvicinarono a lui e lo abbracciarono insieme per salutarlo con grande affetto. Avevo visto personalmente come in Cina veniva considerata la disabilità (le persone disabili vengono tenute in specifici ospedali oppure in casa) pertanto quell’abbraccio per me era diverso, mi emozionò a tal punto da voler dedicare un mio progetto a quello specifico incontro.

In questo difficile periodo di emergenza sanitaria, in cui l’isolamento e la distanza hanno portato inevitabilmente alla separazione degli affetti, abbiamo imparato ad apprezzare molti gesti e abitudini che prima davamo per scontati: tra questi ci sono gli abbracci. Questi semplici atti d’amore, comuni a tutti gli esseri umani, che importanza hanno assunto nella tua vita?
Gli abbracci per me sono sempre stati importanti, prima della pandemia era una mia consuetudine poiché rappresentavano il momento più intimo all’inizio e alla fine di ogni incontro. Era come uno scambio di energie, calore, e profumo dove si aveva contezza della persona che avevi incontrato.
Spero di poter tornare presto ad abbracciare ed essere abbracciato. Questo gesto secondo me riporterà le persone ad un vero contatto con l’altro e dunque sarà risolutore di molte incomprensioni nate in questo periodo dove il contatto virtuale ha superato quello reale creando in ognuno di noi, in maniera diversa, un parziale distacco con la realtà.

Davide Sebastian
Nato a Roma nel 1981, dove vive e lavora.

Il suo percorso inizia nel 1997 con una collaborazione nello studio Cromosoma del fratello Matteo Basilé e di Raphael Pareja dove, in quegli anni, nasceva il Movimento italiano di arte e tecnologia digitale. Dopo la Maturità Artistica conseguita nel 2000, si diploma in Arti Grafiche, strategie e tecniche di marketing all’Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie di Roma. Il suo lavoro indaga le relazioni tra architettura e ambiente, uomo e natura, scienza e artificio. Utilizzando i media della fotografia e della ripresa video Sebastian passa dalla registrazione della realtà all’interpretazione emotiva dei luoghi, che appaiono completarsi con la natura e il flusso della vita. Anche nella rappresentazione dei volti e delle figure umane, i personaggi ripresi dalla telecamera vengono raccontati attraverso accostamenti visivi ad oggetti creati appositamente, per attribuire al ritratto nuove valenze liriche ed evocative.
I suo lavoro è stato esposto in Italia e all’estero: Provincial Fine Arts Museum, Wuhan (Cina); PICI Gallery, Seoul (Corea); Gotanda Design Center, Tokyo (Giappone); Hubei Museum of Art – Whuan (Cina); Mana Contemporary’s Art Center, New Jersey City (U.S.A).; Film Center, New York (U.S.A.); Sochi Art Museum, Sochi (Russia); Centro Cultural José Amadeo Conte Grand, San Juan (Argentina); MACRO Museo di Arte Contemporanea, Roma; Castel dell’Ovo, Napoli; Triennale di Milano.

www.davidesebastian.com
https://www.instagram.com/davidesebastian/

 

3. #8 LEGAMI – DEBORA VRIZZI

Partendo dalla parola “LEGAMI”, che caratterizza questo appuntamento, puoi introdurci alla visione del tuo video?
Qui non solo rappresento, ma metto letteralmente in tavola tutta la mia famiglia – che rappresenta il “legame” di sangue per eccellenza. L’ambiguità della parola stessa “legami”, a seconda di dove batta l’accento: “lègami” o “legàmi”, rappresenta molto bene l’ambiguità dei rapporti d’amore: a volte una connessione, a volte un blocco.
Sullo sfondo della scena, ho collocato una carta da parati: gli intrecci delle piante, i racemi, sottolineano la complessità e la ricchezza dei rapporti, soprattutto quelli familiari, quei legami in cui non sappiamo mai quando prevalga la reale relazione o l’obbligo del legame stesso.

Siedi a un tavolo da pranzo con la tua famiglia (Miranda Noacco, Sergio Vrizzi, Stefano Vrizzi), impegnati a soffiare via dal tuo corpo la polvere depositata dal tempo. L’azione è solo un atto amorevole per prendersi cura dell’altro o nasconde altre forme di sentimenti?
Il soffio è “l’alito che dà vita”.
La famiglia fa questo, dà la vita – e non penso solo ai genitori, che lo fanno materialmente, ma ai fratelli, ai figli, insomma alla famiglia tutta, che con la sua rete di affetti sostiene la vita. Questo lavoro tratta dei contrastanti sentimenti che si provano per la famiglia: essa ci nutre, ma allo stesso tempo ne siamo consumati. La famiglia ci ama ma a volte giudica e il peso del suo giudizio ferisce, non lascia liberi.
Soffiare via la polvere, è anche un gesto semplice di riportarci al tempo presente, distoglierci dalla distrazione. “Family Portrait” parla quindi anche del rapporto tra tempo e amore. Non troviamo mai abbastanza tempo per l’amore, e questo quasi ci definisce come uomini contemporanei.

L’azione si svolge intorno ad un tavolo imbandito con un solo pane. È solo lo spazio più adatto per stabilire relazioni e legami con le persone più care o vuoi rivelare attraverso questi pochi ed essenziali elementi (tavolo, tovaglia e un pane spezzato), concetti e simbologie differenti?
Quello che presento è uno spazio simbolico, rarefatto.
Amo impiegare me stessa, il mio corpo, i miei genitori e i miei amici per affrontare un’analisi sull’identità̀ collettiva e personale. Interpreto spesso favole e miti echeggiando spesso dipinti della storia dell’arte.
In “Family Portrait” il pane, uno dei simboli più importanti dell’iconologia cristologica, è stato un dono divino, un simbolo di generosità e condivisione.
Si trova nella preghiera: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Questa preghiera è una richiesta di cibo sia reale che spirituale. Il pane è un elemento ricorrente in tutte le tradizionali rappresentazioni medievali dell’“Ultima cena”.
Per non morire di fame si può sempre trovare il pane, è l’elemento salvifico, che però qui sembra quasi strappato a morsi con avidità. La polvere si mescola alla farina, mangiare diventa quasi un atto di cannibalismo.
Nel mio lavoro il respiro dei miei leva la patina del tempo, delle ambizioni che ci distanziano attraverso la cura e mi liberano all’amore.
Solo dopo, infatti, riesco ad aprire gli occhi e a posare in una sorta di ritratto di famiglia.
Mi sono ispirata ad un dipinto di Balthus, Still Life with a Figure che ha pochi piccoli elementi compositivi, ma per questo estremamente significativi. Gli oggetti del dipinto sono intrisi di significati simbolici, forse sacri: il pane e un bicchiere di vino su un panno di pizzo.
Ho fatto tesoro di un approccio simile in Family Portrait.
I vestiti sono semplici, ma con attenzione al colore per rendere una composizione armonica, e rinascimentale.
Siamo pronti per andare a letto, il che fa pensare a un momento dimesso; eppure tutta la scena vuole essere intrisa di sacralità. Del resto famiglia è il luogo dove non diamo peso alla crisalide esterna, e anche questo ci dovrebbe far riflettere sugli orpelli di cui ci carichiamo nella vita fuori dalla famiglia. Mi soffiano via tutto questo: in famiglia non ce n’è bisogno. La notte è tradizionalmente il momento dell’iniziazione mistica, della verità (nonostante l’oscurità), della domesticità.
I miei occhi, fino a che la famiglia non mi aiuta, sono feritoie: occhi non vedenti come quello delle maschere funebri.

In questo difficile periodo di emergenza sanitaria il tempo e il distacco hanno portato inevitabilmente a riflettere sull’importanza dei legami e degli affetti. In che modo questo nuovo modo di vivere ha influito sulla tua vita e sui rapporti con la tua famiglia?
È curioso perché l’opera ha trovato il suo innesco da un incidente automobilistico, che mi ha costretto allettata per mesi. Sono dovuta tornare alla casa della mia famiglia, e a pensare all’importanza di essa. A sopportarne l’invadenza ma anche ad apprezzarne il sostegno.
Quindi quando è arrivato il lockdown, il mio spirito per così dire aveva già fatto uno switch su una differente percezione del tempo. Il lockdown è stato solo l’occasione per rimetterla alla prova, per ri-praticarla.

Debora Vrizzi
Nata a Cividale del Friuli nel 1975, vive tra Udine e Roma.

Debora Vrizzi è videoartista, fotografa e direttore della fotografia nel cinema. Usa il corpo come strumento di indagine sulla società̀ contemporanea attraverso linguaggi e tecniche provenienti dal cinema. I suoi video sono stati proiettati in diverse istituzioni tra cui: Museo MAXXI, Museo Macro di Roma, Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, Congress Center di Basilea, Loop Festival di Barcellona, Cafa Art Museum di Pechino. Ha vinto il premio Pitti Immagine per ITS photo7. Alcuni film di cui ha curato la fotografia hanno partecipato al Festival di Cannes, alla Berlinale, alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia.

www.deboravrizzi.com
www.instagram.com/deboravrizzi/

 

Dati correlati
AutoriDebora Vrizzi, Cosimo Terlizzi, Davide Sebastian
Generearte contemporanea
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Giovanni Viceconte
Giovanni Viceconte (Cosenza, 1974), è giornalista e curatore d’arte contemporanea. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti, nel 2004 consegue il Master in Organizzazione Eventi Culturali e nel 2005 il Master in Organizzazione e Comunicazione delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato negli ultimi anni con diverse testate nazionali di settore (Flash Art, Julietart Magazine, Segno) e scritto testi critici su cataloghi e pubblicazioni. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati, seguendo il lavoro di artisti italiani e internazionali, specificamente delle ultime generazioni legate al linguaggio video e performativo. Attualmente si occupa de progetto 2video undo.net e dell’archivio ArtHub.it.