La nostra rubrica dedicata ai modi in cui i musei internazionali usano il digitale raggiunge Venezia. E stavolta la parola va a Clementina Rizzi, membro dello staff di Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

Dagli States di Stanford e Harvard, torniamo in Italia e precisamente a Venezia. Per incontrare Clementina Rizzi, responsabile comunicazione di Palazzo Grassi | Punta della Dogana, il distaccamento lagunare della Collezione Pinault. Il soggetto dell’intervista è il rapporto tra musei e digitale.

Quando conta la comunicazione digitale in un museo per te?
Ti rispondo con una provocazione: riusciresti a immaginare oggi un museo che non abbia una sua “voce” digitale?

Ovviamente no. Ma andiamo oltre la provocazione.
Ho vissuto in prima persona lo sviluppo del digitale nei musei: la trasformazione è stata radicale. Il digitale può contenere infiniti mondi e modi, linguaggi e usi, esattamente come tutti gli altri strumenti di comunicazione. L’unico criterio utile da seguire ora è la coerenza. Anche in momenti difficili come quelli che stiamo vivendo, durante i quali abbiamo visto tutte le istituzioni culturali attivarsi per essere presenti sul digitale – generando anche molto rumore –, quello che rimane è la consapevolezza (finalmente!) che il digitale non è solo un utile strumento per narrare le attività dell’istituzione, ma è un dispositivo che può produrre contenuti fruiti completamente in digitale. È anche il mezzo migliore per alimentare la dialettica tra visitatore e museo. Non solo il dialogo, che è alla base della relazione pubblico-museo, ma proprio la dialettica: i musei sempre più si candidano a essere palcoscenico attivo della società in cui operano, un luogo di connessioni e quindi anche di contraddizioni.

Quali sono stati i vostri progetti digitali durante il lockdown?
Abbiamo fatto appello alla nostra identità e alle nostre attività. Abbiamo ideato un format digitale inedito che sapesse entrare in contatto con l’intera comunità, digitale e reale: nascono così gli Open Lab con Olimpia Zagnoli, Emiliano Ponzi, studio saòr, Erik Kessels, Marco Cappelletti, Giulio Iacchetti e Ryoko Segikuchi. Il progetto è stato lanciato nell’ambito di #palazzograssiatyours, il palinsesto offerto dai nostri canali digitali che comprende diversi contenuti: da PalazzograssiTeens al Masterset Stories, “racconti in tre righe” dedicato a Henri Cartier-Bresson, all’Alfabeto di Palazzo Grassi, tra gli altri. Il successo dell’iniziativa ci ha spinto a continuare, riservando quei canali a temi e momenti dedicati, come quello realizzato con Livia Satriano (curatrice del progetto digitale @libribellibooks) e altri in programma per il futuro.

Clementina Rizzi
Clementina Rizzi

DIGITALE E COMUNICAZIONE

Quanto la digitalizzazione delle risorse influisce sull’efficacia della comunicazione digital e social?
Ribalterei il punto di vista, chiedendomi se le risorse, una volta digitalizzate, non siano utili ad altri fini. Ancor più se la digitalizzazione stringe una valida alleanza con la dimensione reale. Per fare un esempio, cito l’ultimo dei nostri progetti in tal senso, Archive for the Future, il ciclo di interviste Zoom con artisti, storici dell’arte, compositori e performer internazionali dedicate alla mostra di Bruce Nauman a Punta della Dogana e incentrate sull’influenza che l’artista americano ha avuto sul loro lavoro. La risorsa in questo caso è stata “tradotta” in digitale, permettendo di approfondire i temi della mostra prima o dopo la visita.

Cosa significa svolgere un’attività “relevant” sul digitale?
Da tempo percorriamo una strada che vede coinvolti più soggetti nell’ideazione di progetti dal contenuto inedito che sia complementare all’attività che si svolge nelle sedi: penso al progetto con Futura del Corriere della Sera in occasione della mostra Dancing With Myself a Punta della Dogana, con un questionario proustiano sul tema delle identità per il pubblico digitale; oppure ancora Masterset Stories, il progetto su Instagram con i racconti in tre righe firmati dalle scrittrici italiane pubblicate da Marsilio, ispirati alle immagini di Henri Cartier-Bresson; infine, le guide di Instagram realizzate in occasione delle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia nell’ambito del progetto Dorsoduro Museum Mile, cui partecipiamo insieme alla altre istituzioni del Sestiere: Gallerie dell’Accademia, Peggy Guggheneim Collection e Palazzo Cini.

Online e offline sono due mondi o uno solo?
Direi distinti, uniti nella strategia che li deve accomunare, ma distinti nel processo di produzione e quindi nella modalità di fruizione. Bisogna saper capitalizzare quello che si è compreso in modo più diffuso nell’ultimo periodo. Sapremo rompere il tabù dell’arte che si sostiene senza svendersi? Una visita virtuale delle mostre starà al museo come un film sulla TV on demand sta a una sala cinema?

Bruce Nauman. Contrapposto Studies. Exhibition view at Punta della Dogana, Venezia 2021. Photo Irene Fanizza
Bruce Nauman. Contrapposto Studies. Exhibition view at Punta della Dogana, Venezia 2021. Photo Irene Fanizza

PUBBLICO, MUSEI E DIGITALE

Come possiamo valutare le attività sui social media? Le mettete in relazione diretta con l’afflusso fisico dei pubblici?
Sì, certo: nei dati che abbiamo, soprattutto quelli acquisiti ultimamente, in occasione delle poche giornate di apertura, abbiamo visto crescere i pubblici in modo proporzionale. Siamo sempre consapevoli che entrambi i valori crescano e decrescano in ragione di un insieme di elementi di interesse per le attività online e offline. Ma invece mi domando: quando inizieremo ad aggiungere nuovi parametri e quindi nuovi risultati?

Parli di ricaduta?
La qualità dei progetti di comunicazione digitale in ambito culturale sta cambiando rapidamente, ancor più dopo la sbornia degli ultimi tempi, ora si è capito che non c’è ressa che tenga: raggiungere livelli di qualità nella proposta digitale non è automatico neanche per le istituzioni più note. È l’ora delle scelte, delle reti e delle interconnessioni. Mi aspetto ora che il pubblico non si chieda quanti follower hanno gli account di un museo, ma quanto sia stimolante seguirlo o visitarlo.

In ultimo: un libro da consigliare ai colleghi. Quello che trovi più ispirante di tutti.
A parte quello a firma tua? [Musei e cultura digitale, Editrice Bibliografica, Milano 2000, N.d.R.] Mi fa piacere citare il libro Che Sbaglio di Erik Kessels edito da Phaidon, proprio perché ci insegna che sbagliare è utile e nel suo caso lo fa proprio attraverso le immagini della nostra vita che noi tutti condividiamo sulle diverse piattaforme digitali. Non è esattamente come ora?

Maria Elena Colombo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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IndirizzoSalizzada San Samuele 3231 - Venezia - Veneto
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