Nuovo appuntamento con la rubrica che dà voce alle intersezioni fra musei e digitale. Una serie di interviste a firma di Maria Elena Colombo, lei stessa anticipatrice in Italia di tante pratiche che, pian piano, stanno diventando la norma. Parola a Nancy Proctor, direttrice della MuseWeb Foundation.

Vero e proprio gigante nell’ambito che miscela competenze digitali e museologia, Nancy Proctor è stata recentemente invitata a Milano per una conferenza del ciclo Meet the Media Guru. Abbiamo colto l’occasione per intervistarla e questa è la versione integrale del dialogo pubblicato sul nostro magazine.

Quanto conta la comunicazione digitale e lo sviluppo sul digitale in generale in un museo?
Ormai senza esagerare direi che non avere competenze sul digitale è come non avere l’energia elettrica. È una parte profonda dell’infrastruttura di ogni organizzazione, in particolare di quelle che hanno bisogno di connettersi con il pubblico esterno. Ritengo che il ruolo del digitale nel museo oggi sia del tutto indispensabile.

Quanto la digitalizzazione delle risorse e dei processi influisce sulla possibile efficacia della comunicazione in un museo?
Ricordo il periodo nel quale i musei erano preoccupati di digitalizzare e mettere online le loro collezioni, per paura che nessuno sarebbe più andato a visitare il museo. Naturalmente quello che abbiamo scoperto è esattamente l’opposto: ora le persone capiscono quanto interessante potrebbe essere visitare quegli oggetti di persona, le collezioni del museo e trovare le ragioni per andare al museo.
Certamente c’è una sorta di maturazione nella riflessione al riguardo, anche se forse non un consenso universale, rispetto all’importanza di digitalizzare e mettere online le collezioni proprio col proposito di attirare il visitatore reale, fisico. Ma c’è anche un ruolo critico che la collezione online svolge per coloro i quali non saranno mai in grado di visitarla di persona. Privilegiare il pubblico fisico ed escludere il visitatore online è come dire che le nostre porte sono aperte solo per coloro che sono fortunati abbastanza da vivere vicino o da avere le risorse per visitare musei anche lontani, sostenendo le spese per aereo, hotel…

Nancy Proctor
Nancy Proctor

Su quale versante ritieni debba essere ora l’impegno più consistente?
La vera sfida è capire meglio come il pubblico online usa quelle risorse e come creare esperienze più avvincenti delle collezioni online. Quello che dobbiamo fare è creare un’esperienza online che sia capace di generare un engagement emotivo e intellettuale. Per esempio, io ho lavorato con il Google Culturale Institute durante il loro primo lancio, con i primi 17 musei, perché lavoravo allo Smithsonian a quel tempo. Una delle cose che fecero fu la riproduzione in gigapixel per le collezioni che mettevano online. Non posso dimenticare il momento nel quale ho potuto mostrare la portata della riproduzione al direttore al museo: abbiamo cominciato a ingrandire, ingrandire e a un certo punto fu evidente che la medesima operazione non sarebbe possibile fisicamente davanti all’opera esposta in galleria; quantomeno le guardie ti avrebbero fermato, perché troppo vicino. Ci sono operazioni di osservazione ed esame di esperti e ricercatori che ora sono più facili grazie allo sviluppo digitale, molto di più di quanto non lo siano di persona, ma dobbiamo ammettere che ancora non siamo bravi nel fare design dell’esperienza digitale e nel renderla profondamente interessante.

Per un museo cosa significa svolgere un’attività relevant, determinante?
Penso che relevant abbia molto a che vedere con inclusione: se mi sento incluso in un’esperienza, quella sarà determinante per me. Uno dei problemi dei quali abbiamo consapevolezza è che nel museo troppe persone non si sentono incluse: il risultato è che, direi poco sorprendentemente, non essendo per loro determinante l’esperienza, queste persone scelgono di non varcare più la soglia del museo stesso.

Quando i processi di integrazione delle figure potranno dirsi conclusi, sarà inutile avere ancora il suffisso digital? Curatore e digital curator saranno la medesima professione?
Beh, lo è già abbastanza. Quando cominciai il mio lavoro presso lo Smithsonian American Art Museum, il ruolo era “Head of New media”, che oggi suona davvero superato, e certamente il suffisso digital subirà lo stesso destino. Se non altro, perché tutte le tecnologie che sono digital coinvolgono audiences non nel senso nel quale noi utilizziamo il termine digital nel mondo dei musei. Quindi la mia risposta è: oh, sì! Non abbiamo nei musei squadre di professionisti per scrivere al computer, giusto? Ciascuno sa come scrivere al computer e come usarlo. Sarà la medesima cosa.

Nancy Proctor a Meet the Media Guru, Palazzo Litta, Milano 2017
Nancy Proctor a Meet the Media Guru, Palazzo Litta, Milano 2017

Come possiamo valutare le attività sui social media?
Questa è una domanda molto importante. Vorrei avere una risposta semplice e definitiva. È davvero un’area fondamentale sulla quale lavorare. Gli esempi più significativi in merito sono rappresentati da professionisti come Sebastian Chan e da Jane Finnis con il progetto Let’s get Real.

Mi viene in mente anche Elena Villaespesa…
Certo, ed è veramente meraviglioso che grandi istituzioni come la Tate o il Met stiano assumendo risorse dedicate all’analisi dei dati dei social network e dei digital media. Ma credo che siamo ancora all’inizio.
Un altro saggio di riferimento al riguardo è Museum… so what? di Robert Stein, pubblicato su Medium, ma parte di un lavoro più ampio intitolato CODE || WORDS: Technology and Theory in the Museum. In quel saggio Rob sottolinea l’opportunità che perderemo se non saremo in grado di immaginare e misurare, e quindi accrescere, la nostra capacità di valutare l’impatto del museo e il suo valore; e, dall’altro lato, se non saremo abbastanza capaci di dimostrare il nostro impatto, non avremo il supporto critico di alcuni filantropi e di alcuni segmenti di pubblici che sono davvero necessari.

Maria Elena Colombo

Si ringrazia Meet the Media Guru per la collaborazione

www.museumsandtheweb.com

Prima versione dell’articolo pubblicata su Artribune Magazine #38

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