Intervista a Giuseppe Mulas, giovane promessa della pittura italiana

È uno dei protagonisti della mostra collettiva organizzata all’interno di miart 2022 a Milano, forte del successo conquistato ad Artissima nel 2021. Lui è Giuseppe Mulas e lo abbiamo intervistato

Tra i protagonisti della pittura contemporanea, Giuseppe Mulas (Alghero, 1995) spicca per l’estrema riconoscibilità stilistica: la tecnica impiegata e le tematiche affrontate dimostrano uno studio e un’investigazione approfonditi, appassionati perché sinceri e mossi da un’esigenza emotiva viscerale, tra le pieghe della realtà e della psiche.
In occasione dell’ennesima prova di valore critico e collezionistico – questa volta, dopo il successo ad Artissima 2021 presso lo stand di Peola Simondi, è stato selezionato tra gli artisti della collettiva dello stand di Intesa Sanpaolo durante l’edizione 2022 di miart – abbiamo intervistato Mulas nella sua nuova casa-studio a Torino.

Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola
Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola

INTERVISTA A GIUSEPPE MULAS

Cominciamo dal principio. Come sei approdato alla pittura?
Non so esattamente come sia approdato alla pittura, non ho nello specifico un momento che ricordo come principio. Da bambino mi divertivo in compagnia della carta e delle matite colorate. Sono sempre stato molto solitario e quel bisogno di tracciare segni, di sfinire i pastelli sui fogli mi proteggeva in un modo magico, solo mio. La mia nonna paterna ha una casa con un grande giardino della quale si prende ancora oggi cura con una costanza e una dedizione instancabile. Non mancavano mai i fiori in ogni stagione e quel luogo rimarrà uno dei miei preferiti; la passione e attrazione verso il colore nacque lì. Guardare l’iris mi catturava; e quell’accostamento blu/violaceo dei petali, unito al colore giallo-arancio del polline, oggi, ritorna come costante cromatica della mia tavolozza.

A quando risale il tuo primo dipinto?
Quando compii dieci anni la mia madrina mi regalò un cavalletto, una tela e dei tubetti di colori primari. Il primo approccio alla pittura è stato come premonitore dell’attrazione viscerale verso la matericità del gesto pittorico. Dipinsi un vaso di fiori e quasi non mi bastarono tutti i tubetti per una piccola tela. Mia madre, sempre parsimoniosa, mi rimproverò per aver “sprecato” quel regalo per una (sola) natura morta impastata di colore. Continuo a divertirmi tuttora nello spremere i tubetti tutti in una volta, mescolando il colore senza preoccuparmi di sporcare e macchiarmi stendendolo corposo sulla tela. Ho sofferto di balbuzie dall’infanzia all’adolescenza e la professoressa delle medie mi diceva sempre: “Ricordati che l’arte dovrà essere la coperta che userai per proteggerti dal buio”. In fondo è stato così: mi ha sempre aiutato a comunicare anche quando le parole facevano fatica a venir fuori.

Quali sono stati i percorsi personali e accademici che ti hanno portato a essere oggi tra i giovani protagonisti della pittura contemporanea?
Sono nato e cresciuto a Ittiri, in Sardegna, dove ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte di Sassari; è stato un periodo molto stimolante e formativo, durante il quale mi sono avvicinato alla pittura. A diciannove anni mi sono trasferito a Torino, dove ho studiato all’Accademia Albertina delle Belle Arti fino al diploma nel 2019.
All’Accademia ho frequentato un corso di pittura classica e inizialmente non avevo idea di che cosa significasse per me dipingere o che cosa cercassi, né perché lo facessi: ero sicuramente ambizioso e volevo ritrarre al meglio la modella, dipingere dal vero o copiare Caravaggio e i grandi maestri. Crescendo, però, quella brama di “fare bene” è scomparsa e per il terzo anno, in un periodo di crisi, ho deciso di partire per l’Erasmus in Polonia. L’Accademia di Varsavia è stata fondamentale: incontrai un docente che mi fece osservare le cose da un punto di vista differente ponendomi davanti un foglio di carta enorme e chiedendomi con un carboncino in mano di disegnare una pianta che non conoscevo, che non avevo mai visto. Dopo diversi tentativi disegnai un banano. Non sono mai stato in una foresta tropicale e non ho mai visto quella pianta in cattività, ma disegnarla è rimasto per me il momento fatidico in cui non penso a niente, in cui mi sento libero. Il banano oggi è l’ambientazione principale, la vegetazione del mio bagaglio visivo, dell’universo immaginifico che ho coltivato nel tempo. Dal 2020 – con la mia prima personale Sleep Well Childhood – ho intrapreso la collaborazione con la galleria Peola Simondi di Torino, che tuttora mi segue.

Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola
Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola

LA PITTURA SECONDO GIUSEPPE MULAS

La tua tecnica è inconfondibile. Come è nata l’idea di sottrarre, spostare massicciamente o aggiungere all’estremo la materia?
All’Accademia di Torino ho incontrato un bravo insegnante di incisione, Franco Febbraro, al quale devo molto: frequentare le sue lezioni era liberatorio; mi piaceva graffiare lo zinco con una punta, tracciare segni, incidere. Successivamente al periodo a Varsavia cambiai il mio modo di dipingere. Tornato a Torino presi una vecchia tela già lavorata e la ricoprii di giallo: non sapevo cosa stessi facendo ma volevo cambiare, cancellare. Una volta asciugato il giallo, ridipinsi la tela di blu e, spostandola con il colore ancora fresco, la toccai lasciando un graffio sulla superfice che fece emergere il giallo dal fondo. Con una spatola iniziai a raschiare la materia e disegnai l’immagine a memoria della mia camera da letto; la mia tecnica si consolidò partendo da quel momento. Attualmente il mio processo di lavoro consiste per prima cosa nel dipingere la tela di giallo in maniera uniforme; successivamente, ricopro la tela di colore a olio che poi vado ad asportare, a graffiare, in un gesto rivelatore della figura. Inizialmente il mio approccio alla materia e alla tecnica era primitivo e grezzo, ma con il passare del tempo e una costante sperimentazione dei materiali ho acquisito una maggiore padronanza e raffinatezza. Questo approccio costituito dal mettere e asportare la materia mi limita nei ripensamenti, ma allo stesso modo mi consente di avere un segno fresco e libero nel costruire le figure. Il graffio è qualcosa che anche concettualmente rimanda alla memoria e al processo del ricordo che ritornano come tematiche della mia ricerca.

E per quanto riguarda i colori?
In origine utilizzavo solo due colori: il giallo permanente e il blu di Prussia. Il giallo è per me un colore difficile, per questo lo metto all’inizio e lo ricopro, lasciando che emerga in linee sottili. Quando scoprii Wolfgang Laib, rimasi colpito dai suoi quadrati di polline: una distesa compatta di un giallo luminosissimo sul pavimento. Mentre per lui i quadrati sono il punto d’arrivo di un lungo processo, per me una tela gialla è il punto di partenza. In seguito ho iniziato ad aggiungere nuove tonalità e oggi la mia tavolozza è costituita da diverse varietà di blu, viola e gialli, rossi e arancioni di cadmio. Mi piace tanto ricercare i colori, mi appassiona collezionarli e trovare tonalità preziose. Non li mescolo tra loro, li uso da tubetto, quello che faccio è semplicemente aggiungere del bianco o dell’argento per le scale tonali. La scelta delle tonalità deriva dalla fascinazione per le fotografie, per i toni bruciati e inversi dei negativi: mi ritrovo in quella distorsione cromatica della realtà. Ho iniziato a invertire e sfalsare i colori degli oggetti per confondere il rapporto tra buio e luce, notte e giorno, reale e irreale.

Il rapporto con la sessualità è intenso ed evidente nelle tue opere. Come è nato questo “vocabolario sentimentale” che minuziosamente segui?
Il “vocabolario sentimentale” si costituisce da un’analisi che verte sul tema della sessualità e sugli impulsi con cui questa si consolida nella personalità di ciascuno/a. La sessualità, con la quale mi sono confrontato fin da piccolo, è una sfera che mi ha sempre condotto ad andare a fondo, a scavare a ritroso fra i ricordi. Mi sono sempre ritrovato a confrontarmi con essa, indagandola e stanandola come fosse un tarlo nella mente. La sessualità mi sprona a interrogarmi sulla psiche e abbatte la barriera tra pubblico e privato. Questo si avverte nelle mie opere attraverso il valore intimo che trapela dalle composizioni. Pongo spesso la mia esperienza di vita come elemento di studio e riflessione sugli impulsi sessuali e sull’impatto con cui la sfera sessuale plasma e modella le persone che diveniamo. Mi interessa indagare inoltre il valore dell’intimità nella società occidentale attuale, dove i social media estremizzano il bisogno di condividere attraverso il digitale il proprio quotidiano, rendendo pubblico ciò che appartiene al privato. L’aspetto intimo e personale è fondamentale; la mia autobiografia è sicuramente analisi e ricerca di un contatto con l’esterno e con gli altri. Il banano è forse la metafora narrativa che mi contraddistingue: ho sempre guardato a questa pianta come un impulso vitale raffigurandola come un innesto con la carne; una propulsione che sostituisce il sesso e germina dal corpo come frutto di un piacere fisico. Questa idea di simbiosi tra umano/vegetale era nata da un disegno in cui avevo ripreso una fotografia scattata da mio padre che ritraeva me, mia sorella e due miei cugini dormire su un divano. Ho ridisegnato la composizione a pastelli su carta e “innestato” sui corpi ritratti una pianta di banano che durante il sonno si propaga dalla zona erogena come un impulso innocente e libero.

Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola
Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola

I MODELLI DI RIFERIMENTO DI MULAS

Oltre al banano (e alle piante tropicali), le stelle sono firme che ti contraddistinguono. Come è nata la fascinazione per l’atmosfera notturna?
Ho sempre amato la dimensione della notte, i colori urbani delle luci, dei fari e delle insegne al neon. Di Torino mi affascina tanto questa dimensione: è una città ancora piena di insegne fluo dei locali che attribuiscono alla notte un sentimento malinconico tipico di questa città. La notte mi faceva paura da bambino: prima di andare a dormire dovevo assicurarmi che tutti i cassetti e l’armadio fossero chiusi, avevo paura potesse emergere un mondo nascosto, sotterraneo. Mi è sempre piaciuto personificare gli oggetti, animarli, e crescendo ho imparato a convivere con l’oscurità: ho aperto gli armadi nel tentativo di trasformare in immagini un mondo che in fondo sentivo vicino, ma in cui non trovavo il coraggio di imbattermi. Quella paura è divenuta una curiosità insaziabile di ricercare oltre il quotidiano un universo inconscio, onirico e magico. Il banano è di conseguenza divenuto l’albero della notte, e dal suo fiore si sprigionano stelle; le banane perdono il connotato fallico divenendo lune che illuminano una dimensione atemporale sospesa nell’universo.
Le stelle che riempiono i miei fondi o ricoprono la pelle dei corpi che raffiguro mi riportano a una condizione universale, collettiva, dell’esistenza; a quel bisogno umano di ritrovarsi nell’altro, così che il corpo perda la sua individualità divenendo una porzione di cielo. Attualmente sto lavorando proprio su questo, rappresentando il corpo non più come un’entità biologica ma come una sagoma notturna e stellata che vive nel buio, sulla cima di una foresta fitta di banani, una sorta di alter ego in preda a un sogno.

Quali modelli artistici hanno orientato maggiormente il tuo cammino?
Ammiro la maniera in cui pittori come Gauguin, Henri Rousseau e Ligabue si sono confrontati con l’esotico. È difficile nascondere l’influenza di Henri Matisse per la sintesi della forma e l’uso del colore e di Vincent van Gogh per la matericità della pittura. Mi interessa molto la brutalità e la densità nel lavoro di Francis Bacon. Un altro artista che ammiro è David Hockney, così come Félix González-Torres per la sua semplicità e schiettezza disarmanti. In Accademia a Torino è stato importante l’incontro con l’artista e docente Franko B, uno dei primi a incoraggiarmi.

E quali mostre ti hanno colpito?
Tra le mostre che mi hanno segnato di più ricordo quella di Caravaggio alle Scuderie del Quirinale per i 400 anni dalla morte dell’artista. È stata la prima volta che entravo in un museo, non avevo mai visto la pittura dei grandi maestri dal vivo. Vedevo sempre la pubblicità in televisione e ho stressato tutti, in primis mia madre, perché volevo andare a Roma a ogni costo. Un’altra mostra importante per me è stata quella di Goshka Macuga alla Fondazione Prada a Milano: un esame di coscienza sul destino della memoria dell’umanità.
Anche i social sono uno strumento di stimolo e ispirazione: mi piace spiare in qualche modo le vite degli altri su Instagram. Allo stesso modo mi lascio suggestionare dalla moda per la scelta e l’accostamento dei colori.

So che alcune tra le ultime opere sono state influenzate da particolari letture. Quali libri contaminano la tua poetica?
Al liceo il docente di pittura mi regalò due libri. Uno era il romanzo di Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta: il titolo mi mandava in confusione, non capivo. Provai a leggerlo e rileggerlo ma ne rimanevo deluso. Quel libro si rivelò poi importante, aprì una riflessione sul peso della memoria e sul valore del viaggio come strumento per oltrepassare il reale e intraprendere un percorso di scoperta di se stessi. L’altro libro era Il Barone Rampante di Calvino, che fu da subito una grandiosa scoperta. Il tema del viaggio ritorna: non è fatto di pensieri ma di foglie, è un’evasione dagli schemi, una necessità di osservare il reale da un punto di vista differente, come quello al di sopra delle chiome degli alberi in favore – per riprendere le parole di Rosi Braidotti – di un visone “zoe-centrata” dell’esistenza. Attualmente sto lavorando in sintonia con l’immaginario del Barone Rampante nel tentativo di dare forma a un’esistenza al di sopra delle foglie, sospesa nel vuoto. Sempre nel periodo del liceo scoprii presso la biblioteca dell’Istituto d’Arte un catalogo su Giuseppe Penone di cui rimasi colpito – soprattutto per le fotografie del suo lavoro Alpi Marittime (1968). All’epoca scelsi Torino anche per questo. Il romanzo per me più influente è stato però Orlando di Virginia Wolf, alla quale ho dedicato tutto un progetto (esposto a miart lo scorso anno) dove riprendevo l’idea del corpo come abito trasformandolo in un indumento mediante una cerniera cucita sulla pelle.

Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola
Giuseppe Mulas. Photo credits Alberto Nidola

PRESENTE E FUTURO DI MULAS

Sei stato selezionato per una collettiva di miart 2022. Nel novembre 2021 hai ottenuto un grande successo ad Artissima, nello stand di Peola Simondi. Come avverti l’esperienza in fiera?
Sì, sono stato selezionato da Luca Beatrice per partecipare a una collettiva all’interno di miart, nello spazio espositivo promosso dalla Sanpaolo, insieme ad altri tre giovani artisti italiani.
Artissima 2021 è stata molto importante per me: ho avuto una forte risposta da parte dal collezionismo e questo mi ha colto di sorpresa. Merito della galleria, che ha fatto un grande lavoro. Torino mi è stata riconoscente, e mi motiva ad andare avanti. Oltre ad Artissima ho partecipato a miart lo scorso settembre e ad ArtVerona a ottobre, mentre nel 2020 sono stato selezionato con una tela all’edizione di Artissima unplugged presso la GAM di Torino curata da Ilaria Bonacossa. Lo scorso anno è stato il primo in cui ho partecipato alle fiere e sicuramente è stato impattante, devo dire che ad Artissima ero molto emozionato, vedremo come andranno le prossime!

Che progetti hai all’orizzonte?
Attualmente è in fase di progettazione, presso la galleria Peola Simondi, una seconda personale. In seguito alla personale vorrei allontanarmi un po’ dalla città e fare un’esperienza fuori dal mio studio: mi piacerebbe partecipare a una residenza. Non immagino di rimanere a Torino ancora troppo a lungo e in futuro vorrei vivere fuori dall’Italia. Non so bene come immagino la mia pittura un domani, non so dove mi porterà; ammetto di vivere in un costante processo di mutazione (e spero non arrivi mai una stabilità). Mi piace evolvere o in qualche modo stravolgere mettendo sempre tutto in discussione.
Mi piace rimanere spiazzato, sorpreso; mi piace che si manifestino delle scosse che scombussolano i pensieri. Sono una persona disordinata; vado sempre alla ricerca di un modo che complichi tutto, che distrugga quelle che fino a un minuto pima consideravo certezze. Mi piace guardarmi allo specchio e vedermi con i capelli lunghi e il giorno successivo ritrovarmi con i capelli rasati e viola. La fissità mi spaventa e non voglio proteggere un’immagine sicura di me stesso. Non so ancora chi esattamente vorrei essere da grande e magari non troverò mai risposta; di fatto, non la sto nemmeno cercando.

Federica Maria Giallombardo

https://peolasimondi.com/it/

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AutoreGiuseppe Mulas
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Federica Maria Giallombardo
Federica Maria Giallombardo nasce nel 1993. Consegue il diploma presso il Liceo Scientifico Tradizionale “A. Avogadro” (2012) e partecipa agli stage presso l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Biella (2009-2012). Frequenta la Facoltà di Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Torino, laureandosi nel 2016 con una tesi di ricerca di Filologia Italiana sull’epistolario di Vittorio Alfieri. Partecipa come relatrice alla X edizione della Scuola di Alta Formazione “Cattedra Vittorio Alfieri” nel settembre 2016. Collabora con la Fondazione Centro Studi Alfieriani e con Palazzo Alfieri. È associata alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Scrive recensioni per la webzine «OUTsiders». In occasione di Artissima 2016, partecipa al progetto “Ekphrasis 21”. Collabora con diversi artisti, tra cui Giuseppe Palmisano, Massimo Brunello e Stefania Fersini, dei quali cura il portfolio e i comunicati stampa.