La collaborazione con la designer Patricia Urquiola, vista recentemente a EDIT Napoli, è soltanto l’ultimo tassello di un percorso che ha portato la Real Fabbrica fondata nel Settecento da Carlo di Borbone e la scuola a essa collegata a confrontarsi con le istanze del design contemporaneo. Ne abbiamo parlato con il direttore, Valter Luca De Bartolomeis

L’esercito di organismi mutanti in porcellana messo insieme da Patricia Urquiola con gli studenti dell’Istituto ad Indirizzo raro Caselli-Real Fabbrica di Capodimonte in occasione della terza edizione di EDIT Napoli si è dissolto piuttosto rapidamente: tutti i pezzi della collezione Hybrida sono stati venduti durante l’asta organizzata da Christie’s, il cui ricavato servirà a realizzare un giardino didattico all’interno della scuola. Non è la prima volta, comunque, che un creativo di fama mondiale varca i cancelli del Real Bosco per collaborare con i ragazzi, o che i lavori da loro realizzati trovano posto in esposizioni dedicate al design contemporaneo in giro per il Paese. Qualche mese fa, per esempio, l’architetto e artista Santiago Calatrava ha portato a termine il suo intervento decorativo nella Cappella di San Gennaro, voluta da Carlo di Borbone e progettata da Ferdinando Sanfelice all’interno del bosco. Un’opera d’arte totale, realizzata grazie al savoir-faire dei maestri della Real Fabbrica e ai loro allievi, che può riportare alla mente interventi analoghi compiuti su edifici religiosi da grandi pittori del passato, per esempio Henri Matisse nel borgo provenzale di Vence. Durante l’ultima design week milanese, a settembre, una mostra dedicata alle interpretazioni contemporanee della tazza allestita alla casa museo Boschi Di Stefano presentava, a fianco delle creazioni di designer affermate come Elena Salmistraro o Laura Fiaschi (una metà del duo Gumdesign), una tazzina parte di un più ampio progetto di rilettura “made in Capodimonte” della collezione La gallina del Compasso d’Oro Antonia Campi.
In occasione della vendita all’asta di Hybrida, abbiamo parlato a lungo con Valter Luca De Bartolomeis, direttore dell’Istituto Caselli da quasi quattro anni e promotore di questi progetti.

Patricia Urquiola in collaborazione con l'Istituto Caselli Real Fabbrica di Capodimonte, Hybrida, work in progress. Photo © Studio Urquiola
Patricia Urquiola in collaborazione con l’Istituto Caselli Real Fabbrica di Capodimonte, Hybrida, work in progress. Photo © Studio Urquiola

INTERVISTA A VALTER LUCA DE BARTOLOMEIS

Come sono nate la collaborazione con Patricia Urquiola e questa nuova collezione?
È cominciata più di un anno fa, ho incontrato Patricia e le ho parlato di un progetto di giardino didattico che avevo sviluppato e per il quale non avevo mai trovato fondi specifici. Nella corte della sede centrale della Real Fabbrica ci sono delle aree verdi un po’ trascurate, dove avevo immaginato di creare un percorso connesso all’ambiente, con le essenze tipiche della storia della porcellana di Capodimonte. Avevamo già cominciato a impostare con gli studenti un concept, quello del “giardino in tavola”, e realizzato alcuni prototipi, ma l’idea era di aprirlo al contributo di artisti e designer.

Il tema naturalistico non è nuovo per voi.
No, anzi, è sempre presente nella nostra storia e nelle nostre produzioni. Il bosco in cui ci troviamo ci fornisce innumerevoli occasioni di spunto progettuale. In questo caso, c’era anche la ripresa di un tema settecentesco, quello dei grandi centrotavola che erano delle vere e proprie scenografie e raccontavano il loro tempo. Ho pensato che questo potesse accadere anche oggi, e che i pezzi, oltre ad avere una vita autonoma, potessero andare a comporre una scenografia e un discorso sul presente. Patricia Urquiola ha abbracciato quest’idea e l’ha sviluppata con grande entusiasmo fino ad arrivare a Hybrida, che porta un messaggio simbolico sulla convivenza tra le diverse specie viventi ma è anche una ricerca molto spinta sull’uso dei materiali e sulle tecniche.

In che cosa consiste questa componente sperimentale?
Ci sono elementi di continuità con il passato che abbiamo tradotto in un linguaggio contemporaneo – è una delle cose che il design sa fare benissimo –, cercando di innovare in tutto ciò che riguarda i processi esecutivi, per esempio attraverso l’invenzione di stampi o la prova di commistione tra diversi materiali. Abbiamo raccolto all’interno del bosco tutta una serie di elementi e di texture (muschi, licheni, funghi, pezzi di corteccia…) e li abbiamo fatti diventare parte integrante degli oggetti, lavorando in maniera non così distante dagli studi che si facevano nel Settecento sull’imitazione dei materiali naturali. Le ricerche che cerchiamo di portare avanti non sono mai rigide, né nel predeterminare risultati né nell’immagine finale del prodotto.

Patricia Urquiola in collaborazione con l'Istituto Caselli Real Fabbrica di Capodimonte, Hybrida. Photo © Serena Eller
Patricia Urquiola in collaborazione con l’Istituto Caselli Real Fabbrica di Capodimonte, Hybrida. Photo © Serena Eller

DALLA PORCELLANA AL DESIGN

Anche gli oggetti “mutanti” di Hybrida hanno continuato a trasformarsi in corso d’opera, quindi?
Sì, molti pezzi hanno cambiato forma o texture. In generale, nessuno dei designer o degli artisti con cui collaboriamo viene da noi con un progetto finito, arrivano piuttosto con dei prototipi o dei disegni sui quali lavorare insieme. Anche con Calatrava è andata così. Noi non abbiamo una produzione industriale, per cui una volta fatto uno stampo è quello e non si torna indietro, abbiamo la possibilità di rileggere e reinterpretare e il progetto è una costruzione in itinere. Questo secondo me è un atteggiamento molto contemporaneo, il fatto di adattarsi in maniera organica alla realtà e l’idea che anche le criticità che emergono durante la realizzazione di un’opera possano diventare opportunità.

Il design negli ultimi anni è tornato in maniera molto evidente a dialogare con l’artigianato. A Napoli poi c’è un genius loci tutto particolare, c’è una grande ricchezza di tecniche ed esperienze…
Certamente. Noi cerchiamo di fare rete con tutti i “sopravvissuti”, con le eccellenze ancora presenti sul territorio. In alcuni casi magari hanno un po’ perso il contatto con il mercato, in altri non hanno portato avanti una ricerca sui linguaggi, una ricerca estetica e di sperimentazione tecnologica che invece è necessaria per poter corrispondere sempre a quello che è il sentire del nostro tempo e che noi riusciamo a fare con maggior forza proprio grazie alla collaborazione con artisti, architetti e designer. Io dico sempre che ho cercato di costruire un piccolo Bauhaus, non ragionando in termini di limiti o di frontiere tra una disciplina e l’altra ma al contrario facendole incontrare. È una cosa che abbiamo nel nostro DNA, a maggior ragione a Napoli che è una città aperta e tollerante in cui il dialogo si sviluppa naturalmente.

Quando e come è nato questo movimento di apertura all’arte contemporanea e all’architettura?
Io vengo da un dottorato in design industriale e dalla ricerca universitaria, ho incontrato la realtà di Capodimonte in questo contesto e me ne sono innamorato. Al mio arrivo ho trovato un contenitore che si era un po’ svuotato, soprattutto di sogni. Ho cercato di creare condivisione, ripristinando cattedre che esistevano solo formalmente ma erano a zero ore e valorizzando le persone, facendo capire loro che ciascuno aveva qualcosa da dare. C’era già un certo movimento di docenti universitari, designer, artisti – che partecipavano per esempio ai nostri workshop estivi –, ma questo movimento necessitava di un progetto e di una visione. Abbiamo lavorato sulla passione, d’altra parte si dice che a Napoli l’ordinario sia difficile ma che i miracoli succedano una o due volte al giorno.

Giulia Marani

https://istitutocaselli.edu.it

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AutorePatricia Urquiola
Spazio espositivoMUSEO DI CAPODIMONTE
IndirizzoVia Di Miano 2 - Napoli - Campania
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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.