Alle OGR di Torino 6 artisti faccia a faccia con gli algoritmi

Quali contorni ha l’attuale collisione tra la sfera digitale e il mondo fisico? A rispondere sono gli artisti in mostra a Torino, da James Bridle a Paolo Cirio

Nelle scienze come nella società, in politica come nell’istruzione, in guerra come nel commercio, le nuove tecnologie non si limitano ad aumentare le nostre capacità ma, nel bene e nel male, le modellano e le indirizzano”. Con questa sorta di assioma tratto dal suo saggio Nuova era oscura, l’artista e teorico britannico James Bridle offre un’analisi più che lucida di quello che forse meglio rappresenta il cuore pulsante delle criticità proprie del nostro tempo. Ovvero la sempre più incisiva e ingombrante presenza delle nuove tecnologie in ogni aspetto della nostra vita. E ovviamente non è un caso che lo stesso Bridle faccia parte di Perfect behaviors. La vita ridisegnata dall’algoritmo, la mostra allestita alle Officine Grandi Riparazioni di Torino che, fino al 25 giugno, prova in un modo o nell’altro ad affrontare una tematica così ampia.

Paolo Cirio, Sociality, 2018. Courtesy the artist

Paolo Cirio, Sociality, 2018. Courtesy the artist

LA MOSTRA PERFECT BEHAVIORS ALLE OGR

Curata da Giorgio Olivero, la mostra si avvale della presenza di sei degli artisti più attenti a questo tipo di problematica per evidenziare le conseguenze di quei cortocircuiti tra mondo tangibile e mondo prettamente digitale che oramai determinano la nostra quotidianità. Un’intuizione potenzialmente interessante, quella di Olivero, che però non riesce ad affiorare nel migliore dei modi. Allestita negli spazi dei Binari 1 e 2, la rassegna offre un corpus di sei opere differenti che volgono lo sguardo verso le imperfezioni invisibili ma concrete in grado di plasmare il tessuto sociale – e non – nel quale ci muoviamo giorno dopo giorno. Ad accogliere il pubblico in questo labirinto fatto di algoritmi e glitch (quest’ultimo da intendere in un’accezione più concettuale che estetica) è Tribes, il monumentale video firmato nel 2019 dal collettivo di designer, sviluppatori e artisti multimediali Universal Everything. Caratterizzato dalla messa in scena di coreografie tanto precise quanto preoccupanti, il lavoro in CGI presenta orde di esseri umani intenti a muoversi alla stregua di automi impeccabili. Un’ondata inarrestabile di personaggi tenuti costantemente sotto controllo, che porta alla mente sia l’impiego di strumenti quali i droni da monitoraggio sia l’enorme flusso di dati che scaturisce da ogni nostra azione. Sorveglianza e manipolazione sono anche alcuni dei temi affrontati in Sociality, la stratificata opera multimediale che Paolo Cirio ha concepito partendo da una raccolta di dati provenienti da oltre 20mila brevetti per dispositivi, algoritmi e interfacce registrati nell’arco di vent’anni. Un progetto complesso che si articola attraverso un sito online, dal quale poter visionare e scaricare i sopracitati brevetti, e l’affissione di poster illustrativi sulle pareti di un corridoio strettissimo.

Geumhyung Jeong, Toy Prototype, 2021. Courtesy La Biennale di Venezia

Geumhyung Jeong, Toy Prototype, 2021. Courtesy La Biennale di Venezia

DA EVA E FRANCO MATTES A BRENT WATANABE

È il ritratto di un’umanità messa in disparte da se stessa quello offerto da Perfect behaviors, una tendenza della quale siamo sia vittime sia artefici e che ci costringe spesso a trovare soluzioni alternative per tentare di vivere in maniere meno vincolanti. Questo è quanto avviene in The bots, la videoinstallazione di Eva e Franco Mattes nella quale alcuni soggetti raccontano le proprie drammatiche esperienze lavorative alternandosi tra un tutorial di make up e l’altro (escamotage messo in pratica da diversi influencer e tiktoker per aggirare la censura e denunciare allarmanti situazioni tanto personali quanto collettive). Metodologie sovversive e hackeraggi di varia natura costituiscono un altro fil rouge che attraversa il percorso espositivo presentando le ibride creature cyberpunk di Geumhyung Jeong – già note al grande pubblico dopo l’ultima Biennale di Venezia –, il progetto Autonomous trap 001 di James Bridle (nel quale l’artista trova un modo analogico per rendere inefficienti determinati dispositivi hi-tech) e l’opera più incisiva di tutta la mostra: San Andreas Streaming Deer Cam, di Brent Watanabe.
Tramite l’inserimento della figura giocabile di un cervo all’interno del famoso videogame GTA V, la videoinstallazione dell’artista statunitense porta a risvegliare nello spettatore quell’empatia che rende un uomo degno di essere definito in questo modo, ponendo l’attenzione sul ruolo dell’animale in un’epoca fortemente antropocentrica nella quale l’essere umano e le sue innovazioni non lasciano troppo spazio agli altri abitanti di questo pianeta.
A chiudere in un certo senso il cerchio del progetto espositivo è Tesh, la sorprendente performance audio video presentata da Lorem durante l’inaugurazione della mostra che si avvale di sistemi di Intelligenza Artificiale per reinterpretare 21 anni di trascrizioni dei sogni dell’artista e ricercatore americano Mirek Amendant Hardiker.

OGR Torino, Perfect Behaviors, installation view, credits Andrea Rossetti

OGR Torino, Perfect Behaviors, installation view, credits Andrea Rossetti

LUCI E OMBRE DELLA MOSTRA ALLE OGR

Nonostante i buoni propositi curatoriali, nell’insieme la mostra non sembra convincere del tutto, suscitando perplessità che partono in primis dal suo concept per poi raggiungere il contesto nel quale è stata inserita. Data la vastità e l’attualità dell’argomento, ci si aspettava forse qualcosa di più mirato e di concettualmente meno dispersivo, poiché si fa davvero fatica a trovare un’omogeneità di fondo che vada oltre l’estetica dei lavori. A peggiorare la situazione è inoltre quel senso catchy e di eccessiva pulizia che distingue la maggior parte delle opere esposte: connotazioni che appaiono in netto contrasto sia con il carattere informe, sporco e sotterraneo proprio della natura stessa del fenomeno preso in analisi sia con l’ambiente delle OGR, di matrice esplicitamente industriale. In un’operazione simile ciò che appare evidente è purtroppo la volontà di far emergere quell’“effetto wow” insito nelle opere stesse rispetto alla più nobile ricerca di una coerenza di fondo. Un po’ come è avvenuto durante l’esibizione impeccabile di Lorem, penalizzata ancora una volta da una scelta allestitiva (dominata dalla disposizione di numerosi posti a sedere che hanno di fatto impedito la lettura dei sottotitoli presenti nel video proiettato) che ha sacrificato la corretta fruizione della performance pur di accontentare un certo tipo di pubblico palesemente fuori contesto. Probabilmente, però, a essere sbagliata è innanzitutto la domanda posta dal curatore stesso nel comunicato stampa dell’evento. Invece di chiedersi: “Cosa succede quando l’ordine del mondo viene quotidianamente sostituito, aggiornato in modo invisibile dall’evoluzione tecnica?”, sarebbe stato meglio domandarsi cosa succeda, ad artisti e mecenati, quando un certo tipo di collezionismo avverte l’urgenza di addentrarsi in territori che di catchy e raffinato hanno ben poco.
A parte tutto, tra i numerosi dubbi sollevati dalla mostra una certezza c’è: che i tempi in cui si provava ad affibbiare etichette come New Media Art per promuovere delle opere difficili da vendere sono abbondantemente passati.

Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso

Valerio Veneruso

Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM –…

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