Ventesima, e ultima, lezione di critica firmata da Roberto Ago, che si accomiata denunciando la mancanza di talento e di identità degli artisti italiani contemporanei.

Nelle persone che vengono selezionate per occupare posizioni di vertice, gli stessi aspetti che consentirebbero di predire il loro fallimento sono comunemente scambiati per indicatori di talento e, come tali, premiati”.
Tomas Chamorro-Premuzic

Scrivere d’arte contemporanea per gli addetti ai lavori è inutile”.
Francesco Bonami

Fino alla scorsa lezione ero convinto di poter contribuire, anche solo di poco, al miglioramento della scena critica italiana e, di riflesso, di quella artistica. Le quali non godono di buona salute, com’è noto e ampiamente documentato, anche se ciò non va impedendo alle tribù dell’arte di allucinare il contrario. Attraverso un ciclo di lezioni di critica e di poetica rivolte non solo ai più giovani, l’intento era quello di promuovere una maggiore consapevolezza circa le produzioni artistiche nostrane e le dinamiche che le informano. In una provincia marginale come la nostra, del resto, una rubrica rivolta all’arte internazionale avrebbe avuto poco senso, mentre nessuno sano di mente può negare che si debba correre ai ripari. Le lezioni a venire potrebbero intitolarsi, per esempio, “L’idioletto artistico, questo sconosciuto”, “La traduzione intermediale non basta”, “Il gergo curatoriale”, ecc. Ma allora perché “Ultima puntata”?

PREAMBOLO

Ricordo ancora il severo appello di Fabio Cavallucci in apertura della prima edizione del Forum di Prato (2015), il quale fu ideato anch’esso per sopperire alle insufficienze dell’arte italiana rispetto alle scene che contano. Invitato a prendere parti ai lavori, declinai gentilmente l’invito optando per un progetto solitario e realmente riformista. Compresi subito, infatti, che nonostante l’appello iniziale fosse quello, corretto, di fare autocritica, difficilmente i corresponsabili della débâcle (assieme agli artisti) si sarebbero rinfacciati le rispettive inefficienze, figuriamoci sanare la situazione. Puntualmente, gli innumerevoli operatori chiamati a raccolta in più edizioni del forum individueranno all’unanimità il loro capro espiatorio: la latitanza delle istituzioni. Che verranno esortate, non senza una punta d’indignazione, a intervenire urgentemente, pena il discredito internazionale di un’arte italiana altrimenti competitiva. Se la conseguente conquista dell’Italian Council si è dimostrata meritevole e preziosa, l’alibi economico è decaduto e una quantità di denari pubblici va finanziando opere e operazioni modeste quanto prima. Tali pecunie non riscattano l’arte italiana, peggiorano la situazione, oltretutto depredando le tasche di ignari cittadini che nulla comprendendo d’arte contemporanea, nulla possono obbiettare. Ma il guaio vero è che i musei vanno acquisendo vestigia tutt’altro che immortali, le quali pesano in più di un senso sulle future generazioni. È certo, in poche parole, che l’arte contemporanea italiana continuerà a zoppicare quanto e più di prima, salvo che per il contributo di qualche raro talento che non necessitava di stampelle.

Sopra, Rebecca Moccia. Sotto, Lia Cecchin
Sopra, Rebecca Moccia. Sotto, Lia Cecchin

LE RAGIONI DI UNA DISFATTA MISCONOSCIUTA

Perché accada ciò si è tentato di spiegarlo nel corso di numerose lezioni, che chi vuole può ripercorrere. Vi è, da un lato, una diffusa incompetenza, da parte delle istituzioni come del grosso degli addetti ai lavori, circa il valore dell’arte contemporanea e il logos delle immagini in genere. Senza il pungolo nemmeno di una critica ormai estinta, ma di un mercato internazionale che non ci contempla, l’informazione curatoriale e giornalistica ha soppiantato una comprensione adeguata sia del fare artistico, sia della posta in gioco. Operatori aggiornati ma spesso impreparati pretendono di soppesare e promuovere, le rare volte che non privilegiano gli artisti stranieri, ricerche che non meriterebbero attenzioni, giocando irresponsabilmente sulla pelle degli artisti. Risultato? Le scommesse effettuate dimostrano, a conti (in rosso) fatti, una scarsa competenza non solo della gran parte dei promoter ma anche dei galleristi, collezionisti e giornalisti che ruotano loro attorno, senza tuttavia che nessuno debba mai risponderne. Più sensibili alle imposture si dimostrano alcuni rari galleristi. Massimo De Carlo e Giò Marconi per esempio, che non a caso trattano con estrema parsimonia l’arte italiana. Anche loro in malafede? Che degli autorevoli rappresentanti del mercato siano più selettivi di musei e intenditori patentati, non fa problema?
Dall’altro lato, specularmente, dopo le avventure di Arte Povera e Transavanguardia si è assestata una modestia generale del prodotto artistico nazionale, con rare e a volte notevoli eccezioni e alcuni felici ripescaggi. Figlia di un sistema accademico disfunzionale e dell’incompetenza dei sedicenti esperti di cui sopra, è sancita non da pareri soggettivi o da malafede ma, di nuovo, dal confronto impari con una scena internazionale ben più professionale e sofisticata, la quale ignora la quasi totalità dei nostri artisti. Gli avamposti italiani all’estero, va da sé, non fanno testo.

… E QUELLE DI UN ABBANDONO ANTICIPATO

La consapevolezza di un’arte di provincia mi dissuade dal dedicare alla scena italiana ulteriori attenzioni. Se ho trascurato i molti, troppi nomi che affollano l’italico turnover, è perché non lasceranno traccia, non nei palinsesti internazionali. Inoltre, avendo svolto una funzione ordinatrice a un tempo di storico e critico militante, non ritengo di dover approfondire i rari artisti che ho indicato, tra innumerevoli fuochi fatui, come i più solidi e rappresentativi delle prime due decadi del nuovo secolo. In aperta polemica, aggiungo, con incaute ricognizioni empiriche quali Espresso (2000), Exit (2002), La Zona (2003), Soft Cell (2008), Terrazza (2014), Ennesima (2016), That’s IT (2018), Fuori (2020), le quali non hanno nemmeno il valore retrospettivo di “euristiche”. Relativamente a tale scorcio temporale, la selezione che ho proposto (con l’eventuale aggiunta di pochissimi altri) è l’unica in grado di scrivere il nuovo capitolo di una storia dell’arte quantomeno italiana, e di farlo perché in continuità prassico-teorica con la nostra migliore tradizione artistica. In un Paese che osteggiava gli allievi di Arte Povera e Transavanguardia nel momento stesso in cui il mondo intero era interessato da analoghi ritorni all’ordine, hanno avuto ragione loro. Semmai il problema è che non hanno superato i maestri, ma non dovremmo dire lo stesso dei loro corrispettivi esteri? Chi, al contrario, non ha guardato al nostro retroterra o l’ha fatto male e superficialmente, ha avuto scarsa fortuna, soprattutto fuori dall’Italia. L’alternativa valida è rappresentata unicamente da quanti sono espatriati adottando i codici estetici dei Paesi ospitanti, dove verranno storicizzati.
Ciò ribadito, ancora non vedo circolare sulla Penisola giovani artisti all’altezza dei loro immediati predecessori. Le produzioni nostrane sono andate peggiorando in particolare nell’ultimo decennio, sia perché la logica dei talent show ha intaccato le arti visive, con gli artisti nel ruolo di meri esecutori e i curatori nei panni entusiastici di Maionchi, Elio e Morgan, sia per motivi intrinseci. La sindrome del clone esterofilo in particolare dilaga. Se qualcuno, tra i più maturi, ha saputo coltivare una cifra stilistica, i più giovani, con l’anonimato che li contraddistingue nonostante premi e residenze (o meglio in loro virtù), non possono ambire a un’arte sufficientemente immune dallo stile internazionale, il quale li condanna alla scomparsa o, se va bene, alle paludi nostrane. Basta saperlo prevedere oppure attendere e verificare: cataloghi e riviste saranno lì a documentarne la scomparsa. Beninteso, ciò vale anche per il recente passato, una delle mie lezioni avrebbe gioco facile a rintracciare vecchi scommettitori tuttora in circolazione.
Dirà il lettore affezionato: continua a denunciare la colonizzazione degli immaginari, se non sai chi promuovere. Il fatto è che al nostro non-sistema dell’arte è funzionale unicamente la chiacchiera al riparo da referee non allineati, perché ne salvaguarda la credibilità. Esso scambia la notorietà di operatori altamente familiarizzati per autorevolezza cognitiva, non esattamente una meritocrazia orientata scientificamente. Intellettualmente asfittico, moralmente disinvolto e soprattutto autoreferenziale, neutralizza ogni contraddittorio affidato alla parola scritta, il quale è l’esatto opposto di un forum di amici. Contraddittorio che, in ogni altro distretto scientifico e culturale, rappresenta quel “peer review process” in grado di mettere in discussione l’operato dei singoli, i quali sono invitati a darsele di santa ragione. Contraddittorio, infine, che le mie lezioni hanno tentato di innescare, come già gli interventi di Michele Dantini (subito ritiratosi a miglior ufficio) e di Luca Rossi (neutralizzato con il suo benestare), risultando altrettanto inefficaci. Se non ho da promuovere, nemmeno posso insistere con un’infermeria impotente.

Sopra, Alek O. Sotto, Anne Libby
Sopra, Alek O. Sotto, Anne Libby

COMMIATO

Prima di pubblicare quest’ultima lezione ho voluto attendere la nuova Quadriennale di Roma. Spiegare per l’ennesima volta perché l’arte giovane italiana, e con essa il grosso dell’arte italiana in genere, sia destinata a restare “fuori” (nomen omen?) da un’arena internazionale che, viene da pensare, non interessa quanto la movida di casa, segnerebbe un’ulteriore manovra controvento. È giunta, piuttosto, l’ora dei saluti. Non dico che lascio definitivamente, ma che sospendo la cattedra virtuale messami a disposizione da Artribune, che ringrazio, in attesa di una temperie artistica e curatoriale migliore. Se non verrà, non potrò che riprendere a decostruire l’italico malcostume occupandomi esclusivamente di buona arte, come usa tra osservatori allergici a passerelle dopate e recensioni a buon rendere. L’estrema ratio di trarre da delle lezioni nel deserto una testimonianza da consegnare alle future generazioni di artisti e curatori, così da ritrovare ex post il loro antico mandato, mi suggerisce di suggellare con un “continua…”.

Roberto Ago

LE PUNTATE PRECEDENTI

Lezioni di critica #1. La sindrome di Warburg
Lezioni di critica #2. Adriano Altamira e il detour del generale Druot
Lezioni di critica #3. Maurizio Cattelan e il culto occulto
Lezioni di critica #4. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (I)
Lezioni di critica #5. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (II)
Lezioni di critica #6. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (III)
Lezioni di critica #7. Come si giudica un’icona
Lezioni di critica #8. Istruzioni per un’arte politicizzata (I)
Lezioni di critica #9. Istruzioni per un’arte politicizzata (II)
Lezioni di critica #10. Scappate dall’Italia!
Lezioni di critica #11. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (I)
Lezioni di critica #12. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (II)
Lezioni di critica #13. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (III)
Lezioni di critica #14. Transavanguardia Povera Reloaded
Lezioni di critica #15. Paola Pivi e la frivolezza intelligente
Lezioni di critica #16. Luca Rossi e la commedia degli equivoci
Lezioni di critica #17. Maurizio Cattelan e la banana 4 e lode
Lezioni di critica #18. Sulla pittura italiana al principio del secolo (I)
Lezioni di critica #19. Sulla pittura italiana al principio del secolo (II)

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Roberto Ago
Roberto Ago è figura poliedrica attiva in molteplici rami inerenti all’estetica. Critico delle immagini, iconologo, artista, editorialista, dopo gli studi d’arte presso l’Accademia di Brera sta conseguendo la seconda laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con particolare riferimento a un’antropologia delle immagini d’impronta transdisciplinare. Ha all’attivo numerose pubblicazioni apparse sulle principali testate nazionali d’arte contemporanea, parallelamente a un’attività espositiva che lo ha visto ospite di importanti gallerie e musei sia nazionali che esteri, dove ama esporre i precipitati delle sue indagini.