Lezioni di critica #17. Maurizio Cattelan e la banana 4 e lode

Roberto Ago dice la sua sull’ormai celeberrima banana esposta da Cattelan a Miami. Parlando di sesso, provocazione e anche di una novità che non è più tale.

Sopra, Maurizio Cattelan _ sotto, Wilfredo Prieto
Sopra, Maurizio Cattelan _ sotto, Wilfredo Prieto

UN PO’ DI LOGICA, PER COMINCIARE

Come tutti sanno, l’aristotelico principio di identità e di non contraddizione sancisce che qualcosa (A) non possa essere altro da sé (non-A) secondo il medesimo rispetto, pena una violazione radicale del senso comune. Lo Stagirita, tuttavia, mai sospettò come tale principio vacilli in forza non solo del differente uso che si può fare di una stessa cosa, ma anche del senso che le si attribuisce. Se per l’insaziabile Alessandro una banana in bella vista è un’esotica leccornia, al vecchio Tarzan susciterà il voltastomaco. Ciò vale in sommo grado per l’ultima invenzione di Maurizio Cattelan (Comedian, 2019), che pur differendo dalla prima versione dedicata al gallerista Massimo De Carlo (A Perfect Day, 1999), ci obbliga a convocare il paradigma dell’interprete. Come c’era da aspettarsi, infatti, a taluni Comedian è sembrato un capolavoro di sprezzatura, a talaltri mera spazzatura, e il bello è che, in barba ad Aristotele, comunque ci si schieri si ha torto e ragione a un tempo. Possibile?

IL SIGNIFICATO “PRIMARIO” DELL’OPERA

Comedian (nomen omen) certamente rappresenta una sfida per il giudizio critico. Occorre innanzitutto rintracciare quel che l’icona rappresenta, un simbolo fallico appeso al muro con lo scotch vorrà pure dire qualcosa. Intanto s’affloscia presto, e allora va sostituito. Se il collezionista vuol fare bella figura con l’ospite di turno, il banco delle banane deve trasfigurarsi per lui in un dispensatore di Viagra. Lo scotch, da parte sua, mentre sostiene a mo’ di slip evoca un banner che censura l’osceno, se non fosse che a essere censurata, qui, sembrerebbe l’impotenza in potenza. In realtà, siamo di fronte non a una disfatta della virilità, ma a un ritratto a tutto tondo della fisiologia virile. L’opera non restituisce tanto una cosmesi compensante pienezza e vacuità, secondo il modus simbolico tipico di un Manzoni o di un Wolfson, quanto un sano realismo. Non basta a rendere ragione delle contraddizioni che circondano il nostro “fruit of the boom”.

Sopra, Urs Fischer _ sotto, Mike Kelley
Sopra, Urs Fischer _ sotto, Mike Kelley

LE RAGIONI DI UN’ANTINOMIA

Non potendo essere classificata né come un capolavoro, né come una quisquilia, Comedian fa della sua mestizia una vittoria, secondo il modus compensativo tipico di Cattelan. La cosmesi non riguarda il referente primario ma, come di consueto, il teatro dell’operazione. Come canta il poeta Brunello Robertetti, alias Corrado Guzzanti, “la miglior purga è quella che fa cagare”. Tornando al nostro, “un capolavoro del cazzo” potrebbe essere l’ecfrasi retroattiva che lo ha ispirato nel proposito di innescare l’ennesimo, calcolato scandalo. C’è riuscito, evidentemente. Innanzitutto se pensiamo che Comedian è stata venduta per ben due volte ad almeno 120000 dollari, e che un museo si è interessato al terzo esemplare. Non si può che riconoscerle una prestazione eccellente, e per ben tre volte. I due collezionisti che hanno avuto l’ardire di spendere un capitale per un frutto proibito non dubitino di aver concluso l’affare della vita; il museo, dal canto suo, potrà vantare un’attrazione più intrigante della Gioconda. Occorre considerare, anche, le infinite interpretazioni suscitate e il mare di cover che imperversa sul web. Quando un’icona conosce la clonazione incontrollata, si può essere certi che qualcosa di virale è stato trasmesso. Il segreto di Comedian consiste, per l’esattezza, in un dis/valore perfettamente sovrapponibile all’altra antinomia fondamentale affidata alla banana. Ostaggio entrambe di un ostensorio sadomaso, generano una polisemia di ossimori irresistibile, e scusate se è poco.
Ma, allora, perché ci appare al contempo una “cazzata”, impedendoci di schierare il giudizio fin quasi a provare disagio? Per almeno tre falli che nulla hanno a che vedere col membro maschile. Innanzitutto, è in ritardo sui tempi (non quelli), la retorica della provocazione essendo ormai logora. Immancabilmente, in molti hanno reagito come se si trattasse di uno spogliarello, ma ciò non segna un punto a favore di Comedian, semmai dimostra che pescava facile. A seguire, è didascalica, e di nuovo non c’entra il fallo. Intervistato nei lontani Anni Novanta, Damien Hirst tesseva le lodi di un’arte contemporanea dove, prima di dire che una buccia di banana poggiata su un sercio è una minchiata, devi pensarci quattro volte. Vero, ma quando il precetto è preso alla lettera, l’ombra della minchiata fatalmente s’invera. Infine, Comedian è “un” Cattelan inequivocabile, soprattutto di glorie passate si sostanzia. Non è la prima volta che l’artista approfitta di se stesso per sdoganare icone così-così. Se anche questa prova sa cingersi d’alloro, pure è lontana dal gesto, ben più sublime e innovativo, che appese al muro un sofferente Massimo De Carlo, laddove Duchamp parodiava nientemeno che Marx, Nietzsche e Freud.
Il senso di questa ennesima fatica, che non è lecito dubitare sia costata ore, giorni e perfino anni di messa a punto, è prossimo a quello di tante “trovate” novecentesche. Con una differenza sostanziale: il pubblico odierno non può più essere scandalizzato. Nemmeno spiazzato? Laddove tutto appare condannato a una macedonia senza tempo, è bastata una banana a fare la differenza, se non sul tempo, certamente sulla macedonia. Già, ma agli occhi di chi? A seconda dell’osservatore, quest’opera risulta più o meno spiazzante, ne traduce lo sguardo in effigie. Se al neofita pare un’epifania, all’esperto rammenta sì una ventata d’aria fresca, ma di ventilatore. Se la postura che convoca è quella, paradossale, dello spiazzamento a priori, della crisi d’astinenza cronica dalla sorpresa, la provocazione non può che apparire telefonata. Il plauso va quasi solo alla genialata di aver piazzato una banana a una cifra trismegista, una performance degna di Totò (Cattelan) e Peppino (Perrotin). Ma quante ne abbiamo viste, dalla merda d’artista, passando per le caramelle infette, fino al maniacale interruttore della luce, che a parità di audacia univano ben altra sofisticazione?

Sopra, George Braque _ sotto, Roy Lichtenstein
Sopra, George Braque _ sotto, Roy Lichtenstein

LA FRUTTA DI STAGIONE È SEMPRE LA MIGLIORE

Se anche la dialettica generazionale che fino all’altro ieri contrapponeva il nuovo ordine al vecchio sembra essersi esaurita, se l’eterno ritorno del pressoché-identico è l’orizzonte estetico che ci si para innanzi, rimane il piacere del carnevale artistico, dove i clown stagionati si dimostrano sovente più pimpanti di quelli nuovi (non solo in Italia). Il senso delle arti visive di ogni epoca e luogo è antropologico e rituale, prima che estetico, l’opening e la chiacchiera contano oggi più del soppesare con acribia feticci progressivamente logori, tanto che la critica si è pressoché estinta. Quanto più l’artista farà discutere, anche cavalcando opere dopate o equivocate, tanto più sarà ritenuto valido e performante. La logica della pubblicità e della comunicazione è in fondo la stessa del consenso religioso, cambiano solo le réclame. Comedian condensa tutto ciò, ne è per così dire il totem antonomastico, mentre il Cattelan 2.0 appare in splendida forma. Questo non significa che ogni sua opera faccia centro con il medesimo godimento dello spettatore, il quale si aspetta, da un professionista dell’arte come lui, qualche accortezza erotica in più.

Roberto Ago

LE PUNTATE PRECEDENTI

Lezioni di critica #1. La sindrome di Warburg
Lezioni di critica #2. Adriano Altamira e il detour del generale Druot
Lezioni di critica #3. Maurizio Cattelan e il culto occulto
Lezioni di critica #4. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (I)
Lezioni di critica #5. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (II)
Lezioni di critica #6. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (III)
Lezioni di critica #7. Come si giudica un’icona
Lezioni di critica #8. Istruzioni per un’arte politicizzata (I)
Lezioni di critica #9. Istruzioni per un’arte politicizzata (II)
Lezioni di critica #10. Scappate dall’Italia!
Lezioni di critica #11. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (I)
Lezioni di critica #12. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (II)
Lezioni di critica #13. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (III)
Lezioni di critica #14 ‒ Transavanguardia Povera Reloaded
Lezioni di critica #15 ‒ Paola Pivi e la frivolezza intelligente
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AutoreMaurizio Cattelan
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Roberto Ago
Roberto Ago è figura poliedrica attiva in molteplici rami inerenti all’estetica. Critico delle immagini, iconologo, artista, editorialista, dopo gli studi d’arte presso l’Accademia di Brera sta conseguendo la seconda laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con particolare riferimento a un’antropologia delle immagini d’impronta transdisciplinare. Ha all’attivo numerose pubblicazioni apparse sulle principali testate nazionali d’arte contemporanea, parallelamente a un’attività espositiva che lo ha visto ospite di importanti gallerie e musei sia nazionali che esteri, dove ama esporre i precipitati delle sue indagini.