Roberto Ago sprona le nuove generazioni interessate all’arte a lasciare il Belpaese. Portando alcuni esempi a supporto di questo invito.

La sensazione, giunti alla decima lezione proferita da una cattedra pure molto seguita, è che le mie siano parole al vento. In realtà, nell’Italia dell’arte contemporanea appare inutile esprimere ragionamenti e giudizi ponderati da parte di chicchessia, tanto che questa rubrica è espressamente dedicata ai giovani e in particolare agli studenti d’accademia, nella speranza che almeno loro, in futuro, sappiano correre ai ripari di se stessi e del prossimo. Ragazzi studiate e discutete a lungo queste lezioni tra di voi, fondate un vostro giornale d’Accademia perfino, in modo da esercitare fin da subito il giudizio e imparare a imporlo agli altri, invece di subire le cantonate altrui. Fatte salve le (rare) eccezioni, non dovete fidarvi né dei vostri docenti d’accademia, né degli addetti ai lavori, né di voi stessi. In una nazione in declino irreversibile anche per quanto riguarda l’arte contemporanea, diffidate sia quando vi diranno che siete il nuovo Cattelan, sia quando ve lo negheranno, semplicemente perché non lo sanno. Se non avrete voglia di emigrare in una delle tante capitali europee, mossa che vi consiglio caldamente anche perché ormai sono a portata di mano, almeno impugnate voi le redini. Dall’alto, nessuno saprà dirigervi. L’etichetta cattelaniana di “artista fai da te” deve diventare il vostro mantra quotidiano, e la parola d’ordine da trasmette a quelli dopo di voi.
Non menzionerò le infinite ragioni anteriori a questo incerto autunno per le quali è conveniente, per voi, evolvere in curatori di voi stessi. Sono sufficienti quattro occorrenze dell’ultima ora: l’annuncio degli artisti partecipanti al prossimo Padiglione Italia; una visita a Palazzo Reale a Milano in occasione del XIX Premio Cairo; la performance di Marcello Maloberti al Museo Pecci di Prato; la vittoria romana di Diego Marcon al MAXXI Bulgari Prize. Se perseverare è diabolico, qui siamo nel girone infernale della coazione a ripetere.

IL PADIGLIONE ITALIA

Non occorre attendere l’estate per sapere che il prossimo Padiglione Italia è un’ulteriore occasione mancata. Certo sarà dignitoso, rispetto al livello indecoroso delle edizioni passate, come Cecilia Alemani il curatore Milovan Farronato è sufficientemente aggiornato da confezionare una mostra tarata su un livello internazionale standard. Enrico David è un buon manierista, nulla da eccepire. A parità di anacronismi magari sarebbe stato più saggio invitare un artista residente in Italia e, per ciò stesso, meno fortunato di David, ma si tratta di una svista perdonabile. Dove non appare lecito chiudere un occhio è sulle restanti scelte. Chiara Fumai e Liliana Moro sono state opzionate non solo in barba a un talento del tutto trascurabile, ma soprattutto per la loro nota sintonia col curatore, come sempre avviene in Italia. Si dirà che si è amici di chi si ha stima, e il punto è proprio questo: tutti stimano amici differenti, cosicché l’unanimità intorno ai nostri artisti più rappresentativi va a farsi benedire. Non aver messo a fianco di David, per esempio, i più meritevoli Diego Perrone e Alessandro Pessoli (questo sì che sarebbe stato un bel terzetto di saltimbanchi), è il chiaro indizio di un’amicizia compromettente il giudizio. Fumai, bella e dannata, deve aver avuto una personalità affascinante, per abbacinare non solo Farronato con trasformismi di vaga intellegibilità e una cifra stilistica affidata a installazioni e collage non diversi da quelli di migliaia di artisti. Certamente è il mix di confusività e conformismo a sdoganare il suo teatrino di marionette adolescenziali, volentieri scambiate per sibille. La più matura Moro pure è equivocata, con l’aggravante di almeno due terzi del Paese pronti a sottoscrivere la dubbia liceità di un suo rinnovato invito alla Biennale di Venezia. Al di là della prova che l’attende, questa artista non conquisterà mai l’empireo del suo maestro, perché dunque concederle un piedistallo tanto ambito, quanto raro? Visto che le occasioni per l’arte italiana di farsi conoscere nel mondo sono ancor meno delle leve candidabili, non sarebbe stato più saggio spendere altrimenti i due campioni nazionali? È semplicemente scandaloso che siano state preferite due artiste così modeste alle innumerevoli alternative che si sarebbero potute negoziare previo dibattito critico pubblico, del tutto assente nel nostro Paese. Il prossimo Padiglione Italia ancora una volta sarà espressione di un curatore che tradisce, in nome del proprio ego, meritocrazia e mandato collettivo, le uniche due chance che abbiamo di risollevare il prestigio dell’arte italiana agli occhi del mondo.

Sopra, Marcel Duchamp interpreta il suo alter ego femminile preferito; sotto Chiara Fumai fa altrettanto
Sopra, Marcel Duchamp interpreta il suo alter ego femminile preferito; sotto Chiara Fumai fa altrettanto

IL PREMIO CAIRO

L’ultima edizione del Premio Cairo sancisce definitivamente la modestia di un concorso che molto potrebbe fare per promuovere l’arte tricolore. Cari studenti, l’anno prossimo andate e osservate con cura non solo la mostra dei candidati, quanto soprattutto la collezione permanente. Quel compendio di opere vincitrici è un ottimo esempio di cosa non fare, se volete diventare dei bravi artisti. Su ben diciannove lavori, vi segnalo come opere di qualità solo quelle di Alessandro Piangiamore, Laura Pugno e, un tono più sotto, di Loredana di Lillo e Serena Vestrucci. Nemmeno un quarto del totale. Sta a voi comprendere perché, e finché non ci riuscirete vuol dire che sarete ancora in balia della chiacchiera incompetente. Il primo di voi che avrà trovato la soluzione si auto-omaggi con un viaggio di studio a Londra o Berlino, o anzi ci vada subito ché altrimenti la soluzione non la trova. Venendo alla gara di quest’anno, prima di elargire un tal gruzzolo a un artista sarebbe il caso di selezionarlo con cura, anche se poi la giuria dimostra di non saper apprezzare la differenza. Essa ha le sue belle responsabilità nell’aver premiato, invece delle prove dignitose di Sophie Ko o Giorgio Tentolini, un lavoro come quello di Fabrizio Cotognini (Aurora, 2018), prossimo a certe configurazioni iconico-tattili come solo si vedono nei negozi d’arredamento o nelle gallerie di provincia. Un consiglio “modale” all’artista: proprio perché premiato, accolga questa stroncatura come la chance mefistofelica che ha di salvarsi la carriera, la quale è in pericolo soprattutto ora che tutti lo acclamano. E uno strategico al patron della manifestazione: cambi di nuovo sede o aggiusti di corsa il tiro. Palazzo Reale non è la Permanente, siamo a due passi dal Duomo e alla mostra c’erano parecchi visitatori per caso. A partire dal 2019 diffidi dei team locali e affidi le scelte degli artisti ai curatori italiani residenti all’estero, i quali non c’è bisogno che prendano l’aereo per segnalarle degli artisti quantomeno di livello standard. Per quanto riguarda la premiazione, faccia altrettanto con nomi differenti. Per prendere visione delle opere e votarle in diretta sono sufficienti una buona documentazione e un maxi-schermo, che oltretutto donerebbe all’evento un’aura da talent show, magari da trasmettere in piazza. Certamente i turisti di Piazza Duomo gliene sarebbero grati, e noi pure.

MARCELLO MALOBERTI

La modesta performance di Marcello Maloberti (Raid, 2018), ospitata di recente al Museo Pecci di Prato e consistente in un gruppo di giovani che scaraventano a terra dei cataloghi d’arte classica, costituisce un bellissimo caso di etnografia contemporanea. Al contrario di quanto vorrebbe una vulgata critica massimamente inconsapevole, l’intentio operis di Raid racconta solo in apparenza una passione collezionistica dell’artista rivolta al passato. Maloberti intuisce che, data l’incombenza di un patrimonio storico-artistico prestigioso ma ingombrante, si può reificarlo e martirizzarlo attraverso un’azione eseguita da una moltitudine unanime, con ciò sperando di rinnovarlo secondo un doppio transfert tipicamente sacrificale tale per cui la vittima martirizzata è al tempo stesso santificata, in questo caso in quanto “arte”. Aristotele per primo teorizzò nella Poetica il carattere paradossale della catarsi, senza sospettare la sua origine nel rituale sacrificale, il quale informa anche molta arte contemporanea laddove è previsto il martirio di opere e spazi espositivi quale veicolo del loro stesso riscatto. Se letta così, ed è il solo modo corretto di leggerla, la performance di Maloberti è antropologicamente interessante perché sa illuminare una volta di più come le vie del sacrificio siano infinite. Ma il rituale fallisce, perché il risultato è tutt’altro che catartico, nemmeno vanta la consapevolezza decadente della parodia. Si poteva confezionare la cosa decisamente meglio, per esempio evolvendo la performance verso il teatro, facendo recitare agli attori la commedia dell’impotenza di fronte alla tradizione (come già fece Jordan Wolfson in un video giovanile). Oppure accendendo il falò purificatore di un’arte classica “degenerata”. Al contrario, una serie di cataloghi malconci gettati a terra non racconta nient’altro che un desiderio di rivalsa sconfitto, perché il museo che li ospita non è certo sufficiente a sancire il plauso delle Muse. Eppure quei tomi sono lì, a testimoniare delle glorie martirizzate che non necessitano di risorgere perché già immortali, tanto da decretare l’evanescenza di una “Giornata del Contemporaneo” dove l’artista, smembrato come Dioniso, era sparpagliato tra i musei AMACI del Paese.

DIEGO MARCON

Del video di Diego Marcon (Ludwig, 2018) è sufficiente dire che è stato premiato lo sforzo realizzativo, secondo una retorica vetero-marxista per cui il valore di un artefatto è direttamente proporzionale alla quantità di lavoro e di tecnologia impiegati per realizzarlo. Non importa che il concept sia retorico e il risultato stucchevole, melenso, kitsch nel senso deteriore del termine, che punti allo stomaco del povero spettatore in modo non diverso dai melodrammi strappalacrime. No: ricorda vagamente Parreno e rispetta gli standard museali internazionali, ecco ciò che conta. Ma soprattutto, se una giuria internazionale lo ha premiato, vuol dire che lo meritava. Già, ma cos’altro poteva fare la giuria se non scegliere tra opzioni già stabilite? Il problema è la selezione a monte, in Italia si è perso completamente il volano di qualità e meritocrazia. Si goda Marcon i suoi quindici mesi di notorietà come già mille e cinquecento artisti prima di lui. Oppure, come Cotognini, cominci a dubitare seriamente di chi gli dice bravo, magari scappando dall’Italia proprio ora che è coperto di applausi.
Tutto ciò in appena due mesi, comincia bene la stagione. Ragazzi prendete appunti.

Roberto Ago

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Dati correlati
AutoriChiara Fumai, Liliana Moro , Enrico David, Fabrizio Cotognini , Marcello Maloberti, Diego Marcon
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Roberto Ago
Roberto Ago è figura poliedrica attiva in molteplici rami inerenti all’estetica. Critico delle immagini, iconologo, artista, editorialista, dopo gli studi d’arte presso l’Accademia di Brera sta conseguendo la seconda laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con particolare riferimento a un’antropologia delle immagini d’impronta transdisciplinare. Ha all’attivo numerose pubblicazioni apparse sulle principali testate nazionali d’arte contemporanea, parallelamente a un’attività espositiva che lo ha visto ospite di importanti gallerie e musei sia nazionali che esteri, dove ama esporre i precipitati delle sue indagini.