Dopo la Serie A e la B della pittura italiana, Roberto Ago svela gli appartenenti alla Serie C. Senza esimersi dal dispensare qualche consiglio ai “non classificati”.

La scorsa volta abbiamo identificato, sulla scia di Rudolf Stingel, i tre pittori italiani più meritevoli tra quanti emersi nelle prime due decadi del nuovo secolo, i quali veleggiano tra Serie B e Serie A in attesa di venti utili ad approdi definitivi. Ciò non significa, naturalmente, che i maestri delle generazioni precedenti vadano dimenticati, semmai ci rammenta che la pittura e l’arte italiana in genere viaggiano su una manciata di successi a decennio, a fronte di migliaia di aspiranti. Il vulnus che tiene alla larga l’arte italiana dalle scene che contano è, naturalmente, il dilettantismo misconosciuto del nostro non-sistema formativo e promozionale, cui si accompagna un’esterofilia sorella gemella del provincialismo.

REPETITA IUVANT O PAROLE AL VENTO, DIPENDE DA VOI

Prima di procedere, è utile una premessa di ordine generale. La conquista di un’identità artistica in epoca di globalizzazione è rovello che riguarda ogni artista del Pianeta, non solo quello italiano. A fronte di una concorrenza agguerrita, che non si accontenta dei confini nazionali e che può cavalcare un “International Style” di cui sovente detiene i diritti, guai a scimmiottare l’esempio estero senza mediazione tricolore: paga solo nell’immediato e solo da noi. Un mercato globalizzato non ha alcun interesse per le merci contraffatte, basta delocalizzarsi mentalmente per comprenderlo. L’arte contemporanea non è in nulla diversa dall’arena che contrappone una Coca-Cola a un Barolo, tanto che sarebbe ora d’includere dei corsi di marketing nelle accademie d’arte. Nonostante la vulgata del Belpaese volentieri creda il contrario, è vera la necessità, per gli artisti italiani che vogliano risultare competitivi fuori dai confini nazionali, di pescare dalla nostra tradizione, rendendosi esotici agli occhi del mondo. Non per caso il podio della pittura tricolore è occupato da due neo-transavanguardisti e un neo-bizantino. Se non credete a me, credete a loro. I sapori nostrani non piacciono? Legittimo, ma allora è altamente consigliabile emigrare per sfidare gli originali sul loro territorio, stilistico e non, come hanno fatto molti nostri connazionali de-italianizzati apprezzati all’estero.

Sopra, Walter Swennen; sotto, Luca Bertolo
Sopra, Walter Swennen; sotto, Luca Bertolo

LA PITTURA ITALIANA DI SERIE C

Un topos consolidato ci vuole un Paese di santi, navigatori e pittori, cosicché i pennelli in lizza per la terza serie sono legione. Purtroppo per loro, in questa lezione ci occuperemo solo quei pochissimi che sono approdati in Serie C, la quale è individuata secondo criteri di giudizio tarati su un livello internazionale. Non me ne vogliano dunque gli esclusi. Pure è scontato che sia incorso in “dimenticanze” ritenute imperdonabili: comunque di Serie C si tratterebbe. Non me ne voglia nemmeno il collega Damiano Gullì, ma non trovo nulla di più puntuale, per mappare la terza serie, della sua encomiabile ricognizione sulla pittura della Penisola, un’iniziativa benemerita che si affianca a consorelle parimenti lodevoli dedicate alla ceramica, all’architettura, ai graffiti, ecc. Se è lecito non condividere i suoi entusiasmi, pure gli va riconosciuta un’avanscoperta capillare, per ciò stesso immune da valutazioni negative. Per quanto concerne gli assenti dalla sua lista in progress, ne recupererò qualcuno io.
Ci si sorprenderà che non abbia riconosciuto a nessuno la patente di Serie B. In un sistema dell’arte sommamente disfunzionale, che racconta di una provincia esclusa quasi completamente dalle scene internazionali, la soglia tra Serie C e Serie B è fatalmente al ribasso, le false promesse essendo all’ordine del giorno. Serie B significa fare la storia dell’arte del proprio Paese, dimostrando di meritare le sale dei suoi musei a prescindere da quegli acquisti sconsiderati che purtroppo oggi non mancano. A mio avviso, i nomi che ho selezionato appartengono ancora tutti alla Serie C, la quale è pur sempre un ottimo punto di partenza. Non fanno eccezione un Luca Bertolo e un Alberto Di Fabio “liminari”: sono solo messi un po’ meglio degli altri. Il talento del primo potrebbe ambire alla Serie B, ma appare male indirizzato, anche da parte di quei curatori che premiano un internazionalismo d’importazione scambiato per aggiornamento, illudendolo di stare operando per il meglio. Di Fabio, al contrario, vanta un marchio di fabbrica inconfondibile, si tratterebbe di evolverlo in pitture dal mordente maggiorato. Ma è difficile credere che, data l’età e i percorsi maturati, siano in grado di mettere in discussione se stessi e i loro promotori.
Qualcuna delle ultime leve, forse, è ancora in tempo? Per quanto riguarda i restanti pittori della terza serie, si possono suddividere nelle due classiche categorie: 1) i manierati peculiari (astratti e figurativi); 2) i manierati generici (idem). Si sorvoli qui sulla distinzione tra astratto e figurativo, è utile all’orientamento. Menzionerò solo i nomi della prima categoria, laddove la professionalità è variamente ostacolata. Ai pittori del secondo gruppo, anche talentuosi, fornirò invece un identikit utile all’autoriconoscimento.

A sinistra, Roberto Cuoghi; a destra, Oscar Giaconia
A sinistra, Roberto Cuoghi; a destra, Oscar Giaconia

I MANIERATI PECULIARI

A una cifra riconoscibile sono giunti, nell’astrazione, Giuseppe Adamo, Paolo Bini, Stanislao Di Giugno, Sophie Ko, Marta Mancini, Maria Morganti. Le loro composizioni non appaiono troppo distanti da quelle di più blasonati colleghi esteri, dunque bene così. Ma, appunto, da quelli necessiterebbero di distinguersi, altrimenti non potranno fronteggiare una concorrenza avvantaggiata, che nel caso di Adamo è addirittura già nostrana: si è selezionato lui e non Matteo Montani o Roberto Coda Zabetta solo per la qualità superiore. Un Afro che media tra tonalismo (genis loci) e Action Painting (stile internazionale), e meglio ancora un Capogrossi che rintraccia una “mano” senza più abbandonarla, costituiscono il loro viatico da aggiornare. Più in generale, la grande stagione dell’Informale avrebbe molto da insegnare sulla difficile arte dell’identità nella contaminazione, perché non prendere esempio? Lo suggerisce, puntuale, la concorrenza, si pensi a una Cecily Brown che guarda a De Kooning dopo aver digerito il cinquantennio successivo, e nel geometrico a una Sarah Morris che media tra Frank Stella e industrial design. La strada, per la neo-astrazione italiana, è in salita, fatale ritenersi arrivati (a meno di accontentarsi).
Un discorso analogo, ma che varia di più a seconda dei casi, si può fare per Silvia Argiolas, Pierpaolo Campanini, Valerio Carrubba, Guglielmo Castelli, Adelaide Cioni, Pierpaolo Curti, Francesco De Grandi, Patrizio Di Massimo, Fulvio Di Piazza, Alessandro Fogo, Oscar Giaconia, Giuliano Sale, Nicola Samorì, Giovanni Sartori Braido. Ai quali non guasterebbe incrementare l’identificabilità di cifre non sempre inequivocabili (anche Giaconia deve vedersela innanzitutto con Roberto Cuoghi, che tuttavia a parete surclassa), rendendosi unici e non solo peculiari. Cifre che, soprattutto, andrebbero raffinate sia formalmente che concettualmente, ché ancora non ci siamo. Come? Ora attraverso degli impianti compositivi più sapienti, ora in virtù di film pittorici più felici (tavolozza compresa), ora per via di immaginari più accattivanti, ora avvalendosi di tutti questi elementi. Le loro ricerche appaiono, per motivi diversi e a prescindere dall’età, acerbe o limitate, tanto che il plauso di operatori facili agli entusiasmi dovrebbe valere da incoraggiamento, non certo da allori raggiunti.
Ecco, per tutti, un campione di corrispettivi esteri utile a farsi un’idea di cosa significhi un marchio pittorico competitivo, e tale al di là delle somiglianze: Matthew Brannon, Glenn Brown, George Condo, John Currin, Julie Curtiss, Peter Doig, Barnaby Furnas, Per Kirkeby, Yui Yaegashi, Sol LeWitt, Victor Man, Damien Meade, Anselm Reyle, Ivan Seal, Emily Ludwig Shaffer, Dana Shutz, Walter Swennen, Daichi Takagi, Alice Tippit. Nemmeno loro segnano un campione d’innovazione, ma all’estero chi credete che ritengano epigoni di provincia? Distinguere il differenziale tra questa compagine e la nostra è tutt’uno con il rintracciare il logos della competitività, che non deve significare omologazione. Esso mostra che il segreto del successo sta innanzitutto nella riconoscibilità stilistica, sovente affidata a impianti compositivi più sofisticati degli analoghi nostrani; quindi in immaginari stimolanti, l’altro comune denominatore.

A sinistra, Patrizio Di Massimo; a destra, John Currin
A sinistra, Patrizio Di Massimo; a destra, John Currin

I MANIERATI GENERICI

Venendo ai tanti cloni dall’identità multipla, ovvero senza identità alcuna, e naturalmente ai loro mentori esterofili, occorre riconoscere che nell’Italia di oggi sono la maggioranza. Ecco un precetto negativo/positivo utile a orientarsi: n) se la paternità di una tela anche pregevole appare contesa da una rosa di candidati, c’è qualcosa che non va, nella tela come nei candidati; p) questo geniale articolo su alcuni classici della pittura lo dimostra in positivo. La possibilità di identificare un impianto compositivo a venti metri di distanza è, nel nuovo secolo, conditio sine qua non per emergere, il che non significa che sia sufficiente. Se un tempo la qualità vinceva sull’identificabilità, oggi è vero l’opposto. Per sapere se si appartiene o meno alla categoria degli irriconoscibili, occorre chiedersi se a un livello pittorico anche eccellente corrisponda una altrettanto valida carta d’identità. Sospettate che non sia così? I pittori internazionali convocati per un confronto, ma soprattutto i maestri compendiati nell’articolo, mostrano quand’è che si diventa genitori delle proprie tele.
Un’ultima avvertenza: l’abilità non sta solo nella mano, quanto soprattutto nello sguardo. Infatti, si possono copiare male i modelli giusti, ma anche bene quelli sbagliati. Come distinguerli? I primi hanno personalità, i secondi un’identità incerta. Per questo è facile parassitarli, infettandosi a propria volta.

Roberto Ago

LE PUNTATE PRECEDENTI

Lezioni di critica #1. La sindrome di Warburg
Lezioni di critica #2. Adriano Altamira e il detour del generale Druot
Lezioni di critica #3. Maurizio Cattelan e il culto occulto
Lezioni di critica #4. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (I)
Lezioni di critica #5. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (II)
Lezioni di critica #6. Stori(ell)a dell’Arte Italiana d’inizio millennio (III)
Lezioni di critica #7. Come si giudica un’icona
Lezioni di critica #8. Istruzioni per un’arte politicizzata (I)
Lezioni di critica #9. Istruzioni per un’arte politicizzata (II)
Lezioni di critica #10. Scappate dall’Italia!
Lezioni di critica #11. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (I)
Lezioni di critica #12. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (II)
Lezioni di critica #13. Sull’incompetenza dell’arte e della curatela italiane (III)
Lezioni di critica #14. Transavanguardia Povera Reloaded
Lezioni di critica #15. Paola Pivi e la frivolezza intelligente
Lezioni di critica #16. Luca Rossi e la commedia degli equivoci
Lezioni di critica #17. Maurizio Cattelan e la banana 4 e lode
Lezioni di critica #18. Sulla pittura italiana al principio del secolo (I)

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Roberto Ago
Roberto Ago è figura poliedrica attiva in molteplici rami inerenti all’estetica. Critico delle immagini, iconologo, artista, editorialista, dopo gli studi d’arte presso l’Accademia di Brera sta conseguendo la seconda laurea in filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, con particolare riferimento a un’antropologia delle immagini d’impronta transdisciplinare. Ha all’attivo numerose pubblicazioni apparse sulle principali testate nazionali d’arte contemporanea, parallelamente a un’attività espositiva che lo ha visto ospite di importanti gallerie e musei sia nazionali che esteri, dove ama esporre i precipitati delle sue indagini.