La storia dell’arte come scienza (in)esatta

Quanto può essere fraintendibile un’opera d’arte anche per un critico che ne scrive? Marcello Faletra riflette su un tema spinoso, prendendo come esempio Duchamp

Jean Jacques Lebel (dx) e Marcel Duchamp (sx), 1965 © Archivio Jean Jacques Lebel
Jean Jacques Lebel (dx) e Marcel Duchamp (sx), 1965 © Archivio Jean Jacques Lebel

In un importante libro di Martin Damus sull’arte del Novecento, che opera una lettura analitica e critica dell’arte delle prime e seconde avanguardie – L’arte del neocapitalismo –, l’autore dedica molto spazio all’anti-arte e, soprattutto, ai primi happening europei. A un certo punto prende in parola una battuta di Jean-Jacques Lebel contenuta in una lettera inviata a Wolf Vostell. In essa vi è il seguente passaggio: “Nell’orinatoio di Duchamp si potrebbe pisciare dentro”, e aggiunge Damus: “Senza tradire con ciò il gesto di Duchamp”. La frase di Lebel è vera, ma non corrisponde all’intenzione dell’autore. Mentre il commento che fa convergere battuta e pensiero di Duchamp è inattendibile.
In una conversazione, Lebel mi spiega che quella era una battuta e andava presa come tale. Inoltre mi ha detto che in quella lettera inviata a Vostell vi erano altre battute che confermano la direzione eroticamente ludica e ironica dei suoi happening, dove ciò che contava era il processo di concatenamento tra artisti, musicisti, attivisti e chiunque avesse voluto parteciparvi. E il gioco erotico e l’ironia costituivano “shifters [dislocazioni, N.d.R.] esistenziali e protocolli socio-politici”, come osservò Paolo Fabbri. Con le parole dello stesso Lebel, “gli happening erano generatori di caoidi estetici”. Un’espressione chiave, che nei libri dei suoi amici Guattari e Deleuze diventerà un grimaldello semiotico e filosofico. Ed è lo stesso Duchamp a ricordare questo tratto erotico di Lebel quando, in un’intervista a Pierre Cabanne, dice che “in Jean-Jacques Lebel […] c’è un bisogno di erotismo molto netto”. Happening, quindi, come una specie di Wunderkammer vivente o un gabinetto delle meraviglie.

Marcel Duchamp, Fountain, 1917. Photo Alfred Stieglitz
Marcel Duchamp, Fountain, 1917. Photo Alfred Stieglitz

“Nel vuoto di testimonianze dirette, cosa autorizza a raccontare a modo proprio, fantasticando a volte, le opere di cui gli artisti sono artefici?”

Sull’inattendibilità del commento di Damus per il quale si potrebbe pisciare dentro l’orinatoio “senza tradire […] Duchamp”, lo stesso Lebel precisa che “in realtà Duchamp opera una trasformazione. Mette l’urinoir da una posizione verticale a una orizzontale, cioè l’oggetto da valore maschile è trasformato in valore femminile con una nuova denominazione Fountaine (che in francese suona al femminile). Duchamp ha operato uno spostamento di significato attraverso la parola che ha modificato lo statuto dell’oggetto. È per questa operazione di spostamento semiotico che non ha senso pensare o interpretare il gesto di pisciarvi dentro come ha equivocato Damus”. In sostanza: non è l’oggetto in sé che è opera d’arte, ma la sua dislocazione spaziale e la sua rinominazione linguistica. Ma Damus non è il solo ad aver equivocato Duchamp – e Lebel. Anche la nota critica e storica dell’arte Rosalind Krauss è smentita dallo stesso Duchamp in una conversazione con Otto Hahn, il quale riporta un passo di Krauss sull’origine di Fountaine che recita: “R. Mutt, un gioco di parole fatte col tedesco, Armutt, miseria”. Davanti a questa interpretazione (o fantasia di Krauss) Duchamp risponde seccamente: “Rosalind Krauss? La ragazza dai capelli rossi? Non si tratta affatto di questo. La autorizzo a smentire”.

“Ciò che si scrive sulle opere non sempre coincide con l’apparenza estetica di ciò che si vede e viceversa”.

Sorge spontanea una domanda: nel vuoto di testimonianze dirette, cosa autorizza a raccontare a modo proprio, fantasticando a volte, le opere di cui gli artisti sono artefici? Su questo aspetto lascio ancora la parola a Lebel: “La storia dell’arte […] non è una scienza esatta e, senza offesa per i mandarini universitari giustamente castigati da Artaud e Leiris nella loro Lettera ai rettori delle università europee del 1926, in questo campo, come in tutti gli altri, la falsa scienza regna sovrana”. Siamo nel pieno del problema del rapporto tra realtà e narrazione, in quanto esse sono state spesso definite dalla conformità tra cosa e rappresentazione convenzionale. Quante volte ci si è trovati davanti a storie verosimili (ciò che appare ovvio, l’opinione corrente) ma non davanti al vero?
È la celebre questione posta da Magritte in L’usage de la parole, cioè dell’uso delle parole che negano la cosa rappresentata come tale, alludendo che si tratta di una rappresentazione, cioè di un simulacro. Se proviamo a mettere Lebel e Duchamp al posto di Ceci n’est pas une pipe, troviamo lo stesso problema di fronte a certe letture. Ciò che si scrive sulle opere non sempre coincide con l’apparenza estetica di ciò che si vede e viceversa.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #64
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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.