Esiste una storia dell’arte contemporanea univoca e data una volta per tutte? Sembrerebbe di no, complice la tangenza con le discipline più disparate e anche una certa propensione delle opere a “svanire” una volta apparse. Ecco qualche spunto su cui riflettere suggerito da Marcello Faletra.

Storia dell’arte o storia delle immagini? All’articolazione arte/storia se ne è aggiunta un’altra: immagine/storia. L’arte ha un bisogno vitale di immagini. Per comprendere l’arte occorre comprendere le immagini. Da tempo gli studi sulle immagini hanno relativizzato la storia dell’arte. Si potrebbe datare questo passaggio allo j’accuse del 1983 di Hans Belting ne La fine della storia dell’arte, o la libertà dell’arte: Belting decretava la fine della storia dell’arte come paradigma che ha sottoposto – hegelianamente – a sua volta alla storia come processo. Nelle mani di Belting, il concetto di “storia”, come maschera dell’unità disciplinare, diventa mortale come tutte le cose. Come paradigma, la storia dell’arte contemporanea si dissolve nella proliferazione di immagini che non hanno alcuna temporalità comune. D’altra parte, tutte le cosiddette storie dell’arte contemporanea non concordano sulle date. Ciascuna ha la sua. Sorge una domanda: è mai esistita una storia dell’arte contemporanea? O è mimetizzata in un differenziale del tempo che Didi-Huberman chiama “anacronismo”? Nel campo della storia, il Novecento – per Hobsbawm come per Badiou – si chiude con il crollo dell’Unione Sovietica. E per l’arte? Marx osservava che la storia universale non è mai esistita, se non nelle rappresentazioni. Tra processo sociale e fenomeni artistici non vi è una necessaria coincidenza. Questo va a favore dell’arte contemporanea slegata dai fatti storici.

È mai esistita una storia dell’arte contemporanea? O è mimetizzata in un differenziale del tempo che Didi-Huberman chiama “anacronismo?”

Forse si potrebbe parlare di una storia probabile dell’arte contemporanea. La “storia dell’arte contemporanea”, come disciplina, oscilla tra un presente incerto misto di locale e globale; è tesa fra partigiani del fatto propriamente artistico e formale e flâneur che girovagano tra l’antropologia, la semiologia, la filosofia e altre discipline. Disciplina storica e indisciplina (involontaria) del pensiero queer (prestiti e sovrapposizioni teoriche) oggi si contendono la materia dell’arte. La prima volge verso una retorica identitaria, la seconda verso un montaggio rizomatico di frammenti. Il fatto che le opere contemporanee svaniscano subito dopo la loro apparizione (non sono simboli collettivi ma feticci privati) fa nascere il sospetto che nell’arte si sia infiltrata segretamente una specie di obsolescenza programmata, come quella che governa i prodotti domestici: usa-e-getta. L’arte, appena esposta, respira già lo spettro dell’anacronia. La tentazione di sostituire le parole della celebre pittura di Magritte – “Questo non è una pipa” – è forte, e diventerebbe: “Questo non è una storia dell’arte contemporanea”.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #36

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.