Dada e Controcultura: una lunga storia di somiglianze

Francesco Ciaponi ripercorre le vicende di Dada e della Controcultura degli Anni Sessanta, individuando una serie di, spesso celate, similitudini.

Death of Hippie Parade, San Francisco, 6 ottobre 1967
Death of Hippie Parade, San Francisco, 6 ottobre 1967

“Qualsiasi società che edificherete avrà i suoi limiti. E fuori dai limiti di qualsiasi società vagheranno gli irregolari vagabondi eroici, con i loro pensieri selvaggi e vergini, quelli che non riescono a vivere senza programmare sempre nuove fiammate di rivolta”.
Renzo Novatore

Dalle parole di Renzo Novatore, anarchico italiano dalla vita a dir poco turbolenta, deriva una lezione che appartiene alla storia dell’umanità e che insegna quanto inutili siano i tentativi di arginare quel desiderio irrinunciabile di libertà insito in alcuni elementi della società sin dagli albori dell’essere umano. E proprio a questo continuo lottare rimandano due esperienze che sono una conseguenza dell’altra: il Dadaismo e la Controcultura.
Se infatti ci soffermiamo su alcuni aspetti dell’avventura Dada, risulta chiaro come uno dei suoi principali lasciti – del tutto ignorato dalla storiografia – sia la nascita della Controcultura degli Anni Sessanta, in particolar modo il nucleo fondante, ovvero il movimento hippie di San Francisco.

Man Ray, Tristan Tzara, 1934
Man Ray, Tristan Tzara, 1934

IN PRINCIPIO FU DADA

Non è questo il momento di ripercorrere la storia di Dada, ci limiteremo a ricordare che il movimento sorge a Zurigo nel 1916, e a descriverne il contesto prendendo a prestito le parole del suo fondatore, Tristan Tzara, durante un’intervista del 1950: “Per comprendere come è nato Dada è necessario immaginarsi, da una parte, lo stato d’animo di un gruppo di giovani in quella specie di prigione che era la Svizzera all’epoca della Prima Guerra Mondiale e, dall’altra, il livello intellettuale dell’arte e della letteratura a quel tempo. Verso il 1916-1917, la guerra sembrava che non dovesse più finire. Di qui il disgusto e la rivolta”.
Questa dunque l’origine di Dada: l’insoddisfazione per un mondo borghese ipocrita e in cui è oramai impossibile riconoscersi. Ritroviamo già in questi presupposti una totale sovrapponibilità con le tesi della Controcultura, ma andiamo avanti e analizziamo gli aspetti teorici e comunicativi che accomunano le due esperienze.

LA TEORIA DELLA LIBERAZIONE COME FATTORE COMUNE

Da un punto di vista teorico, un primo contatto fra Dada e Controcultura sta nel fatto che, nonostante la carica eversiva di entrambi, non parteciperanno mai alla politica attiva, anzi, ne rifuggiranno sempre le funeste tentazioni inclusive vedendo nella pratica esistenziale la sola via per modificare i paradigmi della società.
Il tono volutamente ironico e la tendenza alla spettacolarizzazione, ripresi a piene mani dalla Controcultura, portano con sé due elementi onnipresenti nelle manifestazioni dei due movimenti ovvero il caso e soprattutto il gioco. Caso e gioco configurano infatti una dimensione effimera della spontaneità e dell’imprevedibilità creativa che percorre i sentieri dell’arte, forieri di straordinarie energie artistiche.
Entrambe le esperienze tendono alla definitiva saldatura fra arte e vita che tramite l’emancipazione da dogmi e pregiudizi può condurre verso nuovi spazi di liberazione. Vita dunque da creare, da dipingere, da scrivere, seguendo l’istinto e le passioni travolgenti non mediate da alcuna forma di razionalità.
Un’esistenza, quella proposta da Dada, che sarà faro spesso inconsapevole per la gioventù underground che, con i suoi esperimenti psichedelici, il misticismo e i tentativi comunitari, inseguirà anch’essa una libertà integrale, antitetica all’individuo alienato tipico della società borghese. Tutte e due le parabole discendenti sono già previste tanto da Dada quanto dalla Controcultura che infatti – così come Dada in precedenza – spettacolarizzerà la propria fine attraverso i medesimi criteri di simbolizzazione teatrale. Basti pensare a Death of the Hippies, l’evento di celebrazione durato tre giorni e conclusosi il 6 ottobre 1967, in cui una bara aperta contenente ornamenti tipici degli hippie viene trasportata da un gruppo di ragazzi per le strade del quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco.

291, n. 1, New York, 1915
291, n. 1, New York, 1915

STRUMENTI DI COMUNICAZIONE AFFINI

Da un punto di vista comunicativo sono altrettanti gli elementi che evidenziano una parentela tutta da approfondire. Pensiamo a come, in entrambi i casi, il mezzo individuato come centrale per la diffusione delle idee sia stata la stampa con la poderosa produzione di riviste sia da parte di Dada: Dada di Tzara, 291 di Picabia, Mécano di Schwitters, e molte altre; sia della Controcultura: San Francisco Oracle di Allen Cohen, Berkeley Barb di Max Scheer, The Chicago Seed di Don Lewis, solo per citarne alcune fra le svariate centinaia prodotte tra il 1966 e il 1970.
Il collage, ovvero la tecnica artistica democratica per definizione, utilizzata da Dada nella primitiva forma dei détournement di artisti quali Hannah Höch, Kurt Schwitters e Raoul Hausmann, viene sostanzialmente ripreso solo pochi decenni dopo dalla grafica psichedelica di artisti come l’inglese Martin Sharp o il Peter Blake di Sgt.Peppers Lonely Art Club Band.

IL SUPERAMENTO DELLA DIALETTICA GENERATRICE DI DADA

Non volendo però focalizzarci solo sulle analogie, è da sottolineare quella che è la principale differenza. Dada si afferma come una avanguardia anti-arte, negando in modo assoluto non soltanto la società, ma tutto ciò che è radicato nella tradizione. Il processo innescato da quel termine di quattro lettere due sillabe e nessun significato consiste nel distruggere per ricreare e, così, il movimento si scaglia su tutto ciò che incontra portando all’estremo il concetto di noi contro loro.
In questo la distanza con la Controcultura è sostanziale, con quest’ultima che intende invece rifuggire dal concetto di distruzione – anche se intesa come atto rigenerante – tramite il superamento di ogni dialettica al fine di realizzare una società nuova, inclusiva e finalmente libera.

‒ Francesco Ciaponi

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi, laureato in Storia della stampa e dell’editoria presso l’Università di Pisa con una tesi dal titolo “Mondo Beat: la nascita dell’editoria underground in Italia“, dopo anni di fanzine e Happening Underground, nel 2010 fonda Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Dal 2016 dirige il sito e l’omonima casa editrice Edizioni del Frisco con articoli di approfondimento sulla storia della grafica e dell'editoria indipendente. È art director del magazine indipendente Friscospeaks. È autore di "The Big Lebowski Art Collection" (EdF, 2016), "Underground: ascesa e declino di un'altra editoria" (EdF, 2018), "Amazing Surf Logos" (EdF, 2019). Dal 2019 è docente di Storia della stampa e dell’editoria presso LABA, Libera Accademia di Belle Arti di Rimini e collabora con eventi (Fruit Exhibition) e istituti accademici (Accademia di Brera, Accademia di Frosinone, ACCA Jesi, ISIA Firenze). Negli anni ha collaborato con articoli e interviste con magazine internazionali quali Polpettas magazine (Spagna), Moof magazine (Inghilterra) e The Concern Newsstand (USA).