Arte comunitaria e libertà di espressione secondo gli studenti dell’Accademia

Proseguono i dialoghi di Christian Caliandro con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Foggia sull’arte comunitaria. Stavolta si parla di libertà di espressione e intelligenza collettiva

Félix González-Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991. MoMA, New York © 2022 The Felix Gonzalez Torres Foundation, Courtesy Andrea Rosen Gallery, New York
Félix González-Torres, Untitled (Perfect Lovers), 1991. MoMA, New York © 2022 The Felix Gonzalez Torres Foundation, Courtesy Andrea Rosen Gallery, New York

22 dicembre 2021. Probabilmente questo input che tu citi potrebbe identificarsi con il dono: una cosa che l’artista regala agli altri per vedere poi che cosa succede.
Wanda Giannini: Non lo so… rapportando questo discorso alla mia esperienza non sento di dire di aver fatto un atto di generosità decidendo di includere nella mia idea anche le mie compagne.
No, dono nel senso che tu stai dando senza aspettarti niente: tu dai una cosa senza per forza aspettarti immediatamente una contropartita, un compenso, un profitto.
Wanda: No, il profitto no, forse quello che mi aspetto è di avere delle emozioni positive. Io, Gaia, Rossella e Marta abbiamo un progetto in comune.
Gaia: Secondo me alla base dell’arte relazionale in generale c’è il rispetto della libertà di espressione.
La libertà di espressione di chi?
Gaia: Di chi partecipa. Sebbene l’artista abbia un’idea, mettendola alla portata di tutti deve poi rispettare qualsiasi modo in cui questa idea viene declinata.
E se non ti piace? E se non ti piace il singolo apporto?
Gaia: Non dipende più da me.

Brian Eno
Brian Eno

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E ACCETTAZIONE DELL’ALTRO

Adriana: Io per questo prima parlavo di ACCETTAZIONE, nel senso che iniziando un progetto del genere, anche se ci dovesse essere qualcosa che non si condivide, in quel momento si deve accettarlo per il bene dell’opera e del processo.
Wanda: Sì, però se tu realmente partecipi, tipo noi abbiamo fatto finora riunioni di gruppo su WhatsApp, il discorso è che mentre tu parli… noi avevamo pensato di portare avanti, di sperimentare l’arte relazionale su di noi e quindi partendo da una mia idea iniziale che comunque era già stata concepita come idea da condividere con altre persone, praticamente realizzeremo un arazzo utilizzando la tecnica del macramè. La cosa bella e che comunque nel momento in cui discutiamo o parliamo, il risultato, le idee che ne escono, nascono realmente dalle quattro menti, come se ci fosse una sorta di fusione, almeno io l’ho vissuta così.
Rossella: Secondo me per poter lavorare in gruppo bisogna avere una forte consapevolezza di sé e dei propri limiti. Penso sia assurdo anche solo pensare di lavorare in gruppo se non ci si conosce. (…) L’aspetto che secondo me sta funzionando tra di noi è il fatto che, proprio perché il gruppo è più piccolo, nessuno si sta impuntando tanto sulle proprie idee, ed era quello che Wanda voleva quando parlava di umiltà, nel senso che: è vero che tu puoi credere tanto nella tua idea, però bisogna sempre sapersi mettere in discussione.

Velvet Underground, White Light White Heat (1968)
Velvet Underground, White Light White Heat (1968)

INTELLIGENZA COLLETTIVA DA BRIAN ENO ALLA BEAT GENERATION

Infatti è quello che noi diciamo quando parliamo di cedere porzioni dell’identità. (…) Brian Eno, che ha sempre creduto nelle e praticato le collaborazioni artistiche, a un certo punto ha elaborato questa distinzione tra genius e scenius. Il genius è il mito (romantico) dell’autore individuale che attraverso la sua genialità esprime i contenuti di un’intera epoca, il suo Zeitgeist; lo scenius è rappresentato dall’intelligenza collettiva, composta da tante individualità che insieme realizzano quell’idea, una pratica dunque molto più realistica. Per comodità o per pigrizia è molto più facile individuare e rappresentare le cime degli iceberg, che non questa creatività diffusa e comunitaria.
Nella realtà un gruppo funziona se c’è uno scambio talmente efficiente da non arrivare a distinguere l’apporto del singolo. (…)  Un esempio di questo genere di scambi lo si può ritrovare tra John Cale e gli altri musicisti che frequentavano la Factory di Warhol, a proposito per esempio di una musica “modulare” a cui certamente si rivolge quella dei Velvet Underground, in particolare nel secondo disco. Determinate idee sono parte di un’epoca e poi i singoli artisti dei vari territori le catturano, si tratta di vedere chi riesce a dargli forma in maniera più credibile, più completa, più articolata. La letteratura della Beat Generation, per esempio, è tutta un’opera collettiva: gli scambi erano giornalieri proprio come nel jazz, nel bebop, nel free jazz.

Christian Caliandro

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AutoriBrian Eno, John Cale
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).