L’arte comunitaria e la relazione con l’altro

Nuovo capitolo della serie di mini saggi di Christian Caliandro sull’arte comunitaria. Stavolta a essere sciolto è il nodo della relazione con gli altri

Martha Rosler, Photo Op, dalla serie Bringing the War Home House Beautiful, 2004-08 ca.
Martha Rosler, Photo Op, dalla serie Bringing the War Home House Beautiful, 2004-08 ca.

Ho visto le migliori menti della mia generazione / distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude / strascicarsi per strade negre all’alba in cerca di una pera di furia / hipsters testadangelo bramare l’antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte, / che povertà e stracci e occhiaie fonde e strafatti stavan lì a fumare nel sovrannaturale buio di case con acqua fredda librati su tetti di città contemplando jazz, / che il cervello spogliavano al Cielo sotto l’Elevata vedendo angeli maomettani barcollare su tetti di condomini illuminati, / che in università eran di passaggio con occhi raggianti e cool allucinando Arkansas e Blake-lumilievi tragedie tra studiosi della guerra, / che erano espulsi da accademie per pazzo e osceno pubblicare odi sulle finestre del cranio, / che in camere non sbarbate impauriti s’acquattavano in mutande, bruciando i soldi nella carta straccia e ascoltando il Terrore di là dalla parete” (Allen Ginsberg, Urlo [Howl, 1956], in Urlo & Kaddish, Il Saggiatore, Milano 2015, pp. 23-25).

Robert Rauschenberg, Signs, 1970
Robert Rauschenberg, Signs, 1970

LA RELAZIONE CON L’ALTRO

Tivoli, 11 agosto 2021. La questione della relazione. Tutto è relazione, cioè un rapporto: ogni gesto, ogni azione, ogni movimento, ogni scelta.
Mentre guidiamo – mentre parliamo – mentre allestiamo una mostra – mentre pensiamo.
Non esiste l’esistenza (o la riflessione, o la creazione) solitaria, puramente individuale – è un’illusione.
Che lo vogliamo o meno, che ne siamo consapevoli o meno, ogni discorso pensiero comportamento avviene con l’altro, esiste con e insieme all’altro, e non può prescindere dall’altro.
Ogni cosa che faccio è un rapporto: mentre guido in autostrada, per esempio, devo stare attento non tanto a ciò che faccio io, ma a quello che fanno (o non fanno) gli altri. Quando allestisco le opere per una mostra, la relazione nello spazio comprende e ingloba e prevede gli spettatori che, nella migliore delle ipotesi, smettono di essere tali e diventano parte dell’opera, partecipando attivamente alla sua creazione (oltre che alla sua fruizione).
Durante un concerto, il cantante e il gruppo stabiliscono con il pubblico una relazione, uno scambio, un’
INTERAZIONE –
e il pubblico stesso (se va molto bene) cessa di essere tale e partecipa alla produzione della musica.
Mentre scrivo, non solo ho presente i (potenziali) lettori e un lettore/una lettrice ideale (adolescente o ventenne, si interessa di arte e cultura contemporanea ma non sa ancora bene che cosa farà della sua vita, legge un sacco e ascolta bella musica…), ma quelli che saranno i futuri lettori in molti casi hanno già partecipato in varia misura alla realizzazione e alla concatenazione dei pensieri e delle idee che poi vengono qui tra-scritti, e nel testo rimane traccia di queste presenze ‒ di queste co-creazioni.
Questo tipo di approccio (basato, ancora una volta, sull’incontro e sull’esperienza diretta intensa) presuppone una grande fiducia nei confronti degli spettatori/lettori (che non sono quindi clienti/consumatori): cioè io autore non devo accompagnarti passo passo, guidarti per mano e consolarti, ma ti faccio perdere e disperdere e disconoscere e ti distraggo continuamente dalla meta che non c’è, e non ti metto quasi mai a tuo agio ma magari ti spingo e ti abbandono in zone dove non vuoi essere né restare – e a te questo piace.

***

Martha Rosler, Patio View, dalla serie House beautiful Bringing the War Home, 1967 72
Martha Rosler, Patio View, dalla serie House beautiful Bringing the War Home, 1967 72

LA QUESTIONE DELLA RECIPROCITÀ

Io non esiste.
Tu non esiste.
Io e tu sono nel tutto.
(Sghembi, e incompleti, e disarticolati, e inadeguati, e sfrangiati, e aperti.)
Pat aveva i capelli tagliati a spazzola che gli si sono allungati durante l’estate e io resto sorpreso nel vedere quant’è giovane, 19 o giù di lì, mentre io sono così vecchio, 34 – Non mi disturba, mi fa piacere – Dopo tutto anche il vecchio Fred ha 50 anni e non se ne cura e le cose vanno come vanno e se ne vanno per sempre quando ce ne andiamo noi – Solo per tornare sotto qualche altra forma, come forma, l’essenza dei 3 nostri rispettivi esseri non ha certo preso 3 forme, ma semplicemente passa attraverso – Perché è tutto Dio e noi le menti-angeli, perciò benedite e sedetevi –” (Jack Kerouac, Angeli di desolazione, Mondadori 2000, p. 123).
Un pensiero veramente radicale, oggi come ieri, parte dall’identificazione con l’altro e con le sue ragioni/osservazioni/percezioni/interpretazioni, attraverso:

  • RECIPROCITÀ
  • ESPERIENZA
  • SCAMBIO

***

IL PROBLEMA DI NON PRENDERE POSIZIONE

In viaggio per Roma, 1° ottobre 2021. Il non parlare, l’abituarsi al non esporsi mai, a stare al coperto, a non esprimere la propria opinione, per paura delle eventuali conseguenze o rappresaglie, per non offendere o infastidire o far arrabbiare il potente di turno, il potente che ci potrebbe favorire o sfavorire a seconda di come gli gira, e quindi non bisogna farsi notare, non bisogna segnalarsi, che vadano avanti gli altri se ci tengono, che si espongano loro… salvo poi fare finta di prendere posizione, e acquisire improvvisamente una coscienza sociale e civile e politica, quando conviene e quando fa comodo; quando diventa una faccenda di moda, e quindi l’esserci nel gruppetto, nella consorteria, tra i firmatari dell’appello X o della lettera Y o del programma Z diventa un fattore di distinzione, un elemento per contarsi e per contare – per dimostrare agli altri (invidiosi, tiè!) che si conta qualcosa, qualsiasi cosa: che si è qualcuno… e poi, mi raccomando, fate pure gli artisti (o i curatori, se è per questo) “relazionali”, “esperienziali”, “di comunità”, gli artisti civili & responsabili & politici, gli artisti tanto coraggiosi che hanno a cuore la democrazia e che combattono a viso aperto per la sua affermazione e tutela – a patto che sia nelle Filippine o in Birmania o a Hong Kong o in Russia, lontano comunque da qui, lontano da noi e da voi stessi, per carità. Ne viene fuori un quadro abbastanza spaventoso di immaturità, irresponsabilità, infantilismo ed egoismo. Ma opacità, non detto, ambiguità e omertà non portano mai a nulla di buono.

***

Martha Rosler, House Beautiful Bringing the War Home, 1967 72
Martha Rosler, House Beautiful Bringing the War Home, 1967 72

IL MURO DEI PINK FLOYD

Lungomare di Bari, 19 ottobre 2021.   …. il “muro” eretto da Roger Waters e dai Pink Floyd a fine Anni Settanta è il più importante tentativo di costruire un’opera monumentale che fosse al tempo stesso un racconto autobiografico e una critica abrasiva della mitologia rock’n’roll.
Il muro che divide la band dal suo pubblico, la rockstar dai suoi fan, è un muro che separa e isola, che protegge l’individuo creativo dall’assalto potenziale dei suoi ascoltatori/spettatori/lettori/fruitori, ma che al tempo stesso lo rinchiude all’interno delle proprie ossessioni, della sua prigione mentale (Hey You, Is There Anybody Out There, Comfortably Numb). La liberazione offerta e rappresentata dal “crollo” finale del muro (Outside the Wall) è illusoria, una specie di parodia, comunque più un auspicio e un evento fittizio che non una realtà acquisita: non a caso, The Wall costituirà il vero modello di tutti i concept album successivi costruiti attorno al concetto e all’esperienza dell’alienazione (in primis Disintegration, 1989 e Bloodflowers, 2000 dei Cure, The Downward Spiral, 1994, The Fragile, 1999 e Year Zero, 2007 dei Nine Inch Nails).

Christian Caliandro

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Che cosa significa arte comunitaria oggi
Cosa significa essere artisti nel tempo presente

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AutoreAllen Ginsberg
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).