Fuoriuscita (XI). Carla Lonzi e l’arte contemporanea

Christian Caliandro torna ad affrontare la critica di Carla Lonzi, mettendola in dialogo con alcune voci del panorama artistico contemporaneo.

Laura Cionci,
Laura Cionci, "Stringersi - Ciò che rimane" (2021), azione, dettaglio, mostra collettiva Fragile, Monitor, Roma

Arrivato dunque quasi alla fine di questa serie, che cos’è che mi attrae così tanto in Carla Lonzi? Perché sento proprio questa autrice “sorella” fino a tal punto?
Certamente, innanzitutto, il senso della scoperta che caratterizza la sua scrittura e le sue idee. La sensazione, cioè, così profonda e così facile da avvertire, di essere approdati a una terra incognita, senza coordinate a disposizione, in cui valgono regole e convenzioni diversissime rispetto a quelle del mondo (artistico e non solo) di là. Il senso, cioè, di un’enorme apertura, di una dilatazione esponenziale delle possibilità per l’arte, per l’opera, per l’artista.
È, però, anche una conquista dura, difficile, aspra – a tratti respingente, c’è da dire. Avviene a prezzo di grandi sforzi, di rinunce, di litigi come quello con la Accardi. E questo, in fondo, è l’altro aspetto che mi piace molto.

LA CRITICA DI CARLA LONZI

Come dice Emanuela, “comunque lei era troppo incazzata: questa incazzatura ancestrale deriva chiaramente da altri periodi della sua vita, precedenti alla critica, alla sua scelta di operare nell’arte”. Sì, certo, ma lei lo scrive infatti, in maniera approfondita e circostanziata: la stesura del diario (i due tomi di Taci, anzi parla) copre cinque anni, dal 1972 al 1977, e si riversa come un fiume per mille pagine, tra microeventi, sogni e lettere mai spedite.
Posso dire? Ho capito una cosa in questo istante: che in realtà tutto il problema sta nel fatto che esiste la lusinga, esiste l’apprezzamento, che vengono confusi con il riconoscimento. Una volta, se qualcosa non funzionava o non andava bene, il pubblico era realmente critico, attivo. Tu ti preparavi, studiavi, e lo temevi anche: c’era un rapporto di scambio anche brutale. Adesso quanto è comodo dire ‘bravo’ a un artista, dirgli sì; voglio dire, non è che l’artista può replicare o controbattere. Questo tipo di atteggiamento è chiaramente uno stratagemma, non lascia spazio alla crescita, a un contraddittorio, a un dibattito”.
Eh, ma lei anche contro questo si scagliava: e comunque chiamava riconoscimento o approvazione proprio questo tipo di atteggiamento, di riflesso condizionato. È la contemplazione che non lascia scampo né all’autore né allo spettatore, perché in trappola entrambi nei rispettivi ruoli ‒ “li immobilizza” ‒ e ne impedisce definitivamente la crescita. Ciò che la Lonzi voleva dire – o almeno una parte di ciò che voleva dire – è che invece la relazione paritaria, il rapporto biunivoco, proprio perché è così instabile e fragile e precario, consente uno scambio vero, autentico – nel quale consiste la forma più sana e umana di creatività.

PAROLA ALLE ARTISTE CONTEMPORANEE

L’operazione esperienziale si costruisce attorno a questi due gesti: la stretta di mano e l’abbraccio. Sarò presente per il pubblico che si avvicina e vuole condividere l’azione. Il foglio che verrà interposto tra di noi assorbe una duplice valenza: quella di proteggere il contatto e quella di ricordarlo. A rendere la drammaticità dell’azione/opera saranno i cumuli di carta che si formeranno nel corso della giornata man mano che abbraccerò o stringerò la mano a chi si avvicinerà a me. L’azione è rischiosa perché si riprende quello che spetta di diritto all’anima nonostante vada contro le convenzioni del momento in cui viviamo.  Mi protegge una pagina che diventa testimone. (…) Il resto è carta stropicciata. Una traccia visibile di tante connessioni fisiche, alte frequenze in uno spazio chiuso, il ricordo di un gesto che finalmente prende tutta la sua importanza e la sua attenzione” (Laura Cionci).
Come Saturno divora tutti i suoi figli appena nati, per evitare di perdere il potere, allo stesso modo, l’accanimento brutale sul materiale riflette il timore di perdere il controllo sul mio lavoro. In Saturno questa brutalità, questo apparente disprezzo si trasforma in un gesto d’amore sublime, in una forma di possesso, attrazione, dominio e relazione con e del/sul lavoro, una sensualità indispensabile per rappresentare il mondo concreto, quasi a volerlo materialmente viscerale, come accade quando si desidera un amante oltre il sentimento, un impulso oltre il contatto fisico” (Serena Fineschi).
“Senzazioni è un’opera collettiva fatta di idee, risate, silenzi, imbarazzi, incontri e separazioni. (…) È stata un’occasione preziosa, intima, per vedere l’altro e riconoscerlo profondamente. Senzazioni è una foto di gruppo ‒ nel tempo e nello spazio ‒ che racconta una certezza: alla base della vita e dell’arte ci sono i rapporti umani, capaci di far ammalare ma anche in grado farci guarire” (Emanuela Barilozzi Caruso).
“… e dici bene a dire Fragile. La fragilità ci salverà, se non letteralmente, almeno sarà un tratto distintivo, come la debolezza, l’inefficienza, la lentezza, l’incertezza. (…) Quei grumi, quegli abissi, non si possono evitare. Certo, mi dirai. Ma ci sono aspetti che bisogna nominare, per conoscerli. Per partecipare a una realtà più viva, che non vuol dire più eccentrica, o più dinamica. Ma discontinua, diversificata. Che cos’è, poi, l’io? A volte penso sia l’inganno più grande della storia. C’è per me, semmai, un ‘sé’, non un ‘io’. Un ‘io’ sarà sempre un’isola; un ‘sé’ una radura assolata… Poi se tu ascolti bene, e dici ‘io’, prendi la forma di un palo, o di un ago; se dici ‘sé’, la voce va fuori di te, il petto si apre sulle soglie del mondo…” (Serena Semeraro).

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Fuoriuscita (I). L’arte aperta
Fuoriuscita (II). Artista e spettatori
Fuoriuscita (III). Carla Lonzi e il rifiuto del successo
Fuoriuscita (IV). Relazioni e reciprocità
Fuoriuscita (V). Gli artisti e la contraddizione
Fuoriuscita (VI). Il metodo dell’incertezza
Fuoriuscita (VII). Critica e coscienza
Fuoriuscita (VIII). L’arte per tutti
Fuoriuscita (IX). Vuoto e costruzione
Fuoriuscita (X). Nuovo capitolo del saggio su Carla Lonzi

Dati correlati
AutoriCarla Accardi, Serena Fineschi, Emanuela Barilozzi Caruso , Laura Cionci, Serena Semeraro
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).