Fuoriuscita (II). Artista e spettatori

A partire dalla critica di Carla Lonzi e dalla sua rottura con il mondo dell’arte, Christian Caliandro parla del rapporto tra artisti e spettatori. Un rapporto che, per essere in equilibrio, deve basarsi sulla reciprocità.

Luciano Fabro, In cubo, per Carla Lonzi, 1966. Photo Giorgio Colombo, Milano
Luciano Fabro, In cubo, per Carla Lonzi, 1966. Photo Giorgio Colombo, Milano

Nella riflessione che Carla Lonzi porta avanti per tutti gli Anni Settanta, a partire dall’esperienza di Autoritratto (1969), dalla frattura del 1970 segnata dal suo abbandono della critica d’arte, l’aspetto centrale è il profondo ripensamento e il ribaltamento del punto di vista sull’artista e sul critico: “Da vittima dello strapotere della critica, l’artista si trova adesso nella posizione privilegiata di chi manipola gli altri, ingannandoli e riducendoli al ruolo di comprimari. Di converso, il critico, precedentemente descritto come colui che seleziona e giudica, diventa ora la vittima femminilizzata di un’impostura architettata dall’artista. Il fallimento di Autoritratto è una conseguenza della mancata rispondenza da parte degli artisti che, contrariamente a Lonzi, non sono disposti a rimettere in questione il loro ruolo. La rispondenza, o risonanza, definisce infatti per Lonzi la relazione che fa esistere il soggetto. Il mito dell’arte necessita invece l’elevarsi dell’uno a discapito degli e delle altre, all’opposto di ciò che la composizione del libro tentava di sperimentare” (Giovanna Zapperi, Carla Lonzi. Un’arte della vita, DeriveApprodi, Roma 2017, p. 180).

ARTISTA, OPERA, PUBBLICO

L’artista e l’opera istituiscono rapporti asimmetrici e squilibrati, all’interno dei quali lo spettatore/la spettatrice assiste impotente alla liberazione del soggetto che si esprime, ma rimane ingabbiato nel ruolo che gli è stato assegnato; questo schema dunque impedisce per la sua stessa natura a chi guarda di liberarsi, di costituirsi e costruirsi cioè in quanto soggetto.
Attraverso l’esplorazione della prospettiva femminista, Carla Lonzi scopre nella “rispondenza” la chiave, l’esperienza e la pratica centrale per portare avanti quella diserzione dei ruoli che era stato l’obiettivo ultimo, e mancato, di Autoritratto – l’origine vera della sua disillusione. E della fine dell’amicizia nel 1973 con Carla Accardi, che non aveva voluto rinunciare al suo ruolo di artista e alla sua identificazione con esso.
Contro le relazioni gerarchiche e inautentiche che legano artista e spettatore/spettatrice, Lonzi comincia a immaginare una modalità creativa che sia realmente in grado di costruire e far vivere relazioni orizzontali: “Nel corso degli anni Settanta l’artista le appare infatti sempre più chiaramente come un soggetto che agisce in conformità con i valori patriarcali, approfittandone per il proprio riconoscimento sociale” (99). Questa altra creatività si modella sulla pratica dell’autocoscienza femminista, che si basa proprio sull’abbandono dei ruoli sociali tradizionali che definiscono l’identità: la ricostruzione del soggetto passa necessariamente attraverso il “vuoto” di cui la donna fa esperienza in questa fase, e la successiva espressione di sé in gruppo, attraverso ascolto, partecipazione e condivisione.

Contro le relazioni gerarchiche e inautentiche che legano artista e spettatore/spettatrice, Lonzi comincia a immaginare una modalità creativa che sia realmente in grado di costruire e far vivere relazioni orizzontali”.

La liberazione dunque non è vissuta più di riflesso, ma si conquista insieme: “Dove io parlo sempre del problema fra lo spettatore e l’artista, che l’artista fa il vuoto di creatività attorno a sé, che lo spettatore è uno che dimentica se stesso proiettato sull’altro, questo qui è un rimuginio che va avanti dal ’72 alla fine…” (dattiloscritto di un testo inedito conservato presso il Fondo Rivolta Femminile della Fondazione Jacqueline Vodoz e Bruno Danese a Milano, datato 24 aprile 1980).
L’esperienza della comunità è centrale, e il processo di cui parla Lonzi tiene insieme il livello individuale e collettivo, pubblico e privato. Laddove l’artista istituisce – anche tramite l’opera e la sua esibizione ‒ un rapporto sbilanciato che esclude l’autenticità perché ha come base il riconoscimento sociale e il prestigio, e l’arte si manifesta dunque come “mito culturale”, l’altra creatività si fonda invece sulla reciprocità, in cui i soggetti si definiscono proprio attraverso questa indefinizione e questo scambio dei ruoli in cui ognuno, a turno, esprime il sé e riceve, recepisce. La rispondenza si presenta come il territorio ideale in cui realizzare l’autenticità, un termine fondamentale nel pensiero di Carla Lonzi, che anno dopo anno si approfondisce e si fa più complesso e articolato.

AUTENTICITÀ E FUORIUSCITA

Se infatti in Autoritratto l’autenticità era attribuita idealmente alla figura dell’artista, attraverso la fuoriuscita immediatamente successiva dal mondo dell’arte come superamento della polarizzazione artista/spettatore ‒ che si riflette anche sull’opera così come viene creata, fruita e mediata all’interno del sistema che ora viene rifiutato ‒, l’autenticità da recuperare e ricostruire si identifica sempre più con la relazione orizzontale e paritaria, in cui nessuno dei soggetti è subordinato e costretto a riflettersi e a identificarsi in un ‘protagonista’, ma tutti sono ugualmente impegnati nella propria liberazione e ricerca identitaria: “La mia delusione con gli artisti è stata questa, che non mi hanno ricambiato, che mi hanno lasciata spettatrice. Io li avevo capiti e sostenuti quando nessuno, o quasi, li ascoltava. Li ho ascoltati pregustando di riuscire a sbocciare io stessa nella reciprocità invece nessuno me l’ha confermata, ho dato forza a loro e tutto è finito lì” (in Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).