Da Amsterdam al mondo. Caroline Bos ripercorre la storia di UNStudio

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Co-fondatrice UNStudio con Ben van Berkel, la progettista olandese racconta in questa video-intervista passato, presente e futuro di una realtà professionale che nell’arco di un trentennio ha esteso la propria attività su scala globale. Partendo dai primi schizzi sul tavolo della cucina di casa

Con la video-intervista a Caroline Bos, fondatrice nel 1988 di UNStudio con Ben van Berkel, il ciclo Past, Present, Future: about being an architect yesterday, today, and beyond, ideato e curato da Itinerant Office, ci consente di indagare la genesi e l’attività di uno dei maggiori studi di architettura nati nei Paesi Bassi, che oggi conta un team di oltre 200 professionisti attivi negli uffici di Amsterdam, Shanghai, Hong Kong e Francoforte.
La formazione universitaria di Bos e Van Berkel è avvenuta nella Londra degli anni Ottanta, all’AA – Architectural Association, definita “La Mecca dell’educazione all’architettura”. Allo studio entrambi affiancano ben presto l’attività giornalistica e di ricerca, iniziando a recensire mostre d’arte e di architettura in corso nella capitale del Regno Unito, destinate a essere pubblicate sulle riviste olandesi. Una modalità che li conduce a “presentare nei Paesi Bassi tutti gli architetti in cui credevamo fortemente in quel momento, come Zaha Hadid, di cui abbiamo scritto almeno due importanti articoli a tutta pagina per un grande quotidiano olandese. Ma anche Daniel Libeskind e Coop Himmelb(l)au” e che, più in generale, testimonia come per entrambi, fin dagli esordi, “l’architettura equivalga a uno sforzo culturale, una disciplina completamente legata alla cultura nel senso più ampio”.

ARCHITETTURA COME INNOVAZIONE

Tornati in patria, la situazione che si trovano a fronteggiare presenta un’ambivalenza: “da un lato eravamo in una posizione molto forte, perché in qualche modo avevamo già un nome, visto che avevamo pubblicato così tanto e facevamo parte del circuito culturale architettonico del Paese. Ma d’altra parte, eravamo fortemente svantaggiati e privi di una rete di contatti”. Soprattutto, ammette candidamente Bos, nel settore chiave dell’architettura olandese dell’epoca – il social housing – “tutti gli altri erano molto più bravi di noi”, avendo ricevuto una specifica formazione negli atenei locali per “ottenere il massimo da ogni singolo centimetro degli alloggi”. Presa consapevolezza di tale posizione, “per necessità, abbiamo dovuto individuare temi di interesse e di specializzazione completamente diversi”, finendo poi per convincersi pienamente che la loro strada sarebbe stata quella di “non seguire una tipologia predefinita: anziché diventare esperti in una nicchia ben nota, ci siamo interessati ai territori in cui l’architettura può essere innovativa”. E, ancora, “non volevamo parlare di forma o stile: si tratta di organizzazione”.

LA SMATERIALIZZAZIONE DELLA PROFESSIONE

Il risultato è uno studio che si presenta oggi “estremamente diversificato, innovativo e sempre alla ricerca di opportunità di cambiamento”, nel quale operano per la maggior parte “architetti, ma anche designer industriali e designer di interni; abbiamo un’unità urbana formata da urbanisti”. Rispetto al contesto attuale, Bos rivendica l’aver promosso, da sempre, “un approccio relazionale. Siamo molto stanchi di vedere l’economia come il parametro più importante” e, di conseguenza, “cerchiamo di sperimentare altri modelli di definizione dell’architettura in relazione all’economia”. All’evoluzione del ruolo dell’architetto nella società, UNStudio ha dedicato la pubblicazione Knowledge matters, uscita nel 2016, in cui si evidenzia “una sorta di dematerializzazione della professione, che non riguarda più solamente il prodotto finito, ma ha a che fare con la gestione del tempo, da quando il progetto inizia a quando viene concluso”. Pur rinunciando a mettersi nella posizione di chi si avvale della propria esperienza per rivolgere un messaggio univoco alle generazioni emergenti di architetti – “la nostra storia mostra che dovevamo imparare facendo, e doveva esserci anche un’opposizione in atto”, precisa – Caroline Bos non ha dubbi circa gli interrogativi che dovranno animare la pratica professionale nel prossimo futuro, contraddistinto dall’impiego delle tecnologie. “Diventa sempre più importante chiedersi: perché? Cosa comporterà in termini di salute per le persone e per il pianeta?

– Valentina Silvestrini

 

L’intervista integrale è visibile sul sito
www.pastpresentfutureproject.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.