L’ottimismo? È essenziale per essere architetti. Intervista a Enrique Sobejano

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Nel nuovo appuntamento con il ciclo di video interviste a cura di Itinerant Office a prendere la parola è l’architetto madrileno, docente e co-fondatore dello studio Nieto Sobejano Arquitectos, che recentemente si è aggiudicato il concorso per uno dei più ambiziosi interventi del programma Grand Paris: quello per il nascente polo culturale Cité du Théâtre

L’architettura, come molte cose nella vita, ha a che fare con il modo di comunicare”. A sostenerlo è l’architetto madrileno Enrique Sobejano, che dal 1985 guida con la collega Fuensanta Nieto lo studio che riunisce le loro firme. Progettista e professore presso l’Universität der Künste Berlin, confessa di aver iniziato ad acquisire consapevolezza in merito alla centralità delle doti comunicative durante il suo perfezionamento universitario negli Stati Uniti, alla Columbia University di New York, all’inizio degli anni Ottanta. Si trattava una fase storica in cui la maggior parte dei docenti statunitensi “era ossessionata dall’architettura postmoderna”, mentre in Spagna il dibattito oscillava tra gli estimatori di Aldo Rossi e quanti osservavano con interesse l’esperienza dei New York Five, con particolare riguardo per Peter Eisenmann. All’epoca, ammette Sobejano, “l’essere bravo nel disegno o in matematica contribuiva a farti diventare un architetto. Era così semplice. Ora, con i miei studenti, insisto sul fatto che la professione ha più a che fare con il parlare, comunicare le proprie idee, convincere le persone…”.

INSEGNARE E PROGETTARE? SONO SINONIMI

Intervistato da Itinerant Office nell’ambito della serie video Past, Present, Future: about being an architect yesterday, today, and beyond, l’architetto solleva l’attenzione sul rilevante ruolo dell’Europa nella sua carriera. “Tutta la nostra generazione di architetti, in Spagna, ha avuto l’incredibile fortuna di lavorare nella fase in cui il Paese stava entrando nell’Unione Europea. C’erano molti soldi pubblici, concorsi e interesse per l’architettura”. Uno slancio che ha portato il suo studio ad aprire una seconda sede a Berlino, oltre a quella di Madrid, e più in generale a contribuire alla progressiva apertura dell’architettura contemporanea spagnola su scala globale grazie a coraggiosi edifici pubblici, tra cui il pluripremiato Contemporary Art Center di Córdoba e, più di recente, l’Arvo Pärt Centre in Estonia. “Durante la nostra evoluzione professionale non abbiamo davvero deciso dove andare, piuttosto abbiamo deciso dove non andare. Sarebbe stato pretenzioso dire che avremmo voluto costruire solo edifici culturali o musei. È successo perché abbiamo deciso di rinunciare ad altri progetti”, riconosce Sobejano, che con il suo studio si è recentemente aggiudicato il concorso per La Cité du Théâtre, ovvero uno dei più ambizioni interventi del piano Grand Paris, che vedrà riunite tre prestigiose istituzioni culturali francesi negli Ateliers Berthier progettati da Charles Garnier. Provando a rivolgere un consiglio alle generazioni emergenti, l’architetto riflette sull’opportunità unica di aver parallelamente lavorato e svolto l’attività di docente: “insegnare e progettare sono sempre stati, per noi, sinonimi. Anche il modo in cui lavoriamo in ufficio non è così diverso dal modo in cui opero con i miei studenti, prima in Spagna e ora in Germania. Avere studenti per così tanti anni, mi ha permesso di mantenere una visione molto ampia. La mia raccomandazione principale è essere ottimisti, che è qualcosa di profondamente connesso all’essere un architetto. Penso che sia l’unico modo per affrontare la vita, che è sempre difficile. L’unico modo per maturare le tue convinzioni e idee è attraverso l’ottimismo. In caso contrario, nessuna tua idea funzionerà. È grazie all’ottimismo che il tuo lavoro cambia positivamente il modo di vivere di molte persone, sia che tu sia interessato a progettare alloggi, strutture culturali oppure stai lavorando sugli interni di una piccola scuola!.In uno sorta di slogan conclusivo: “Everything becomes a reward in your life, as long as you’re optimistic. If you’re pessimistic, you’d rather not study architecture.”

Valentina Silvestrini

L’intervista integrale è visibile sul sito
www.pastpresentfutureproject.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.