Un buon architetto risolve problemi. Video-intervista a Stéphane Beel

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Con all’attivo numerosi edifici nel suo Paese, l’architetto e docente universitario Stéphane Beel ricostruisce la propria propria parabola professionale, riconoscendo la grande determinazione che fin dall’inizio lo ha spinto verso una carriera indipendente. Proprio negli stessi anni in cui i suoi amici e colleghi preferiva i grandi studi come OMA…

Tappa in Belgio, nella città di Gent, per la serie di video interviste Past, Present, Future: about being an architect yesterday, today, and beyond, a cura di Itinerant Office. A ripercorrere, fin dagli esordi, la propria carriera questa volta è l’architetto belga Stéphane Beel, classe 1955. Fondatore all’inizio degli anni Ottanta dello studio Stéphane Beel Architecten, di cui sono recentemente diventati partner Sophie Deheegher, Tom Ryckaert e Tom Cortoos, ha all’attivo residenze private, complessi scolastici, uffici ed edifici a carattere culturale. Fra questi ultimi, il padiglione della Rubens House ad Anversa, il Museo Roger Raveel a Machelen-Zulte e il Museum of Middle Africa di Tervuren, il più grande museo al mondo dedicato all’Africa Centrale, in cui intervento di ampliamento e rinnovamento si è concluso nel 2018. “Mi sono chiesto tante volte cosa mi abbia portato a decidere di studiare architettura. Quando hai più o meno sedici anni e pensi a cosa farai nel tuo futuro, se scegli architettura non sai cosa significhi davvero”, afferma.

FOLGORATO DA LE CORBUSIER E DUCHAMP

La definitiva “folgorazione” per la disciplina avviene direttamente sul campo, quando con i compagni anziché seguire le lezioni a scuola predilige la conoscenza diretta degli edifici e della città. A partire da Parigi, dove racconta di aver visitato Villa Savoye e di essere rimasto sbalordito di fronte alla mostra su Marcel Duchamp, allestita al Centre Pompidou. Una predilezione, quella per la “conoscenza diretta” e in prima persona, ribadita anche nella primissima esperienza professionale. “Non volevo andare a lavorare in un grande studio, volevo imparare da solo. Tuttavia, dovevo guadagnare… Quando ho ricevuto l’incarico per una piccola casa, ho chiesto ai miei clienti se potevo realizzarla da solo: hanno accettato. Non ero un muratore, ma l’ho davvero costruita, impiegando materiali comuni”. L’importante premio ricevuto per questo edificio apre le porte alla sua carriera architettonica.

GLI ARCHITETTI DOVREBBERO LAVORARE CON LE PERSONE

Oltre a focalizzarsi su alcuni dei progetti più rappresentativi e ambiziosi dello studio, fra cui il museo di Tervuren, nel corso dell’intervista Stéphane Beel esamina il metodo di lavoro all’interno della sua azienda: “per ogni commissione che otteniamo, un progettista è responsabile di tutto e si occupa di trattare direttamente con il cliente. Si lavora su un progetto dall’inizio alla fine: ecco come siamo organizzati. È meglio per il progetto e per gli architetti stessi”. Commenta poi il ruolo del progettista nella società contemporanea. Frequenti, in particolare, i richiami alla necessità di risolvere efficacemente i problemi, così come gli inviti affrontare gli ostacoli e le complicazioni che possono presentarsi con i clienti e con le amministrazioni. Ammette: “C’è sempre stato uno scollamento tra gli architetti e i loro progetti per le persone. Dovremmo lavorare con le persone. Dobbiamo capirle e imparare da loro. È necessario essere molto umili e assicurarsi di non imporre nulla. Bisogna capire la società, leggerla e anche connettersi con le persone”.
Infine, provando ad analizzare il future riconosce che sebbene la tecnologia avanzi velocemente, gli architetti dovranno sempre mantenere la peculiare capacità di leggere e capire lo spazio e le sue qualità. “Devi usare le mani e non fare affidamento esclusivamente sulla tecnologia. Devi essere libero con le tue mani, essere comunque in grado disegnare. È il modo più primitivo e più libero di progettare”. Un principio di autonomia e indipendenza che ha a lungo divulgato anche ai suoi studenti in qualità di docente nelle università di Gent e Bruges.

Valentina Silvestrini

L’intervista integrale è visibile sul sito
www.pastpresentfutureproject.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.