L’architettura contemporanea e la questione di genere. Parola ad Atxu Amann

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Co-fondatrice dello studio che sta realizzando il Padiglione Spagna all’Expo 2020-2021 di Dubai, l’architetta e docente madrilena Atxu Amann si racconta in questa video-intervista. Ricostruendo anche l’esperienza di “Becoming”, il progetto da lei curato e presentato dalla Spagna alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2018.

Nella carriera dell’architetta spagnola Atxu Amann la tesi di dottorato dal titolo El espacio doméstico: La mujer y la casa ha rappresentato il primo, fondamentale passo del percorso di ricerca, ancora in corso, sulla questione di genere in ambito architettonico. Laureatasi nel 1987 all’Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Madrid e fondatrice, nello stesso anno, con i colleghi Nicolás Maruri e Andrés Cánovas, dello studio Temperaturas Extremas Arquitectos, Amann si è avvicinata a questo tema già negli anni Novanta. È partita dall’esame dei ruoli assegnati a ciascun genere nello spazio domestico “tradizionale”, arrivando poi ad analizzare i vincoli esistenti nello spazio pubblico e le disparità in atto nell’esercizio in tutti gli ambiti della professione. “Mi definiscono attivista, nel senso che non mi occupo solo di architettura. La questione di genere è trasversale a tutte le mie attività”, racconta nell’intervista rilasciata a Itinerant Office per il ciclo Past, Present, Future: about being an architect yesterday, today, and beyond.

TRA PROGETTAZIONE, DIDATTICA E RICERCA

A ben guardare, infatti, Atxu Amann appare come una professionista appassionata e inarrestabile, che porta avanti l’attività dello studio – più volte premiato, pubblicato in tutto il mondo e noto soprattutto per gli interventi in ambito residenziale -, in parallelo con la didattica e la ricerca. “Con i miei studenti di dottorato, dedico molto tempo a ragionare sul concetto di dualità come qualcosa da distruggere. Non crediamo che il mondo sia diviso in donne e uomini. Abbiamo 24 generi secondo Facebook, ed è importante sviluppare una nuova consapevolezza nello studio sui generi. La diversità è ciò che sta accadendo ora, in tutte le categorie e, quindi, l’architettura non può essere governata da norme che dipendono dalle dualità: privato e pubblico, notte e giorno, gratuito e costoso. Il genere è diventato un modo per capire il mondo...”, afferma la progettista, che nel 2018 ha curato il progetto Becoming, presentato nel Padiglione Spagna alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2018. “La cosa interessante è che all’inizio non ero molto consapevole di questo argomento. Vivevo tra gli uomini perché era naturale. All’università eravamo 14 ragazze in una classe di circa 200-250 persone. All’epoca non avevo notato la differenza: era abbastanza comune in Spagna che le donne non avessero accesso a questo tipo di professioni.

ATXU AMANN ALLA BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA 2018

La prima cosa da ricordare è che il padiglione spagnolo dell’edizione precedente è stato il vincitore; quindi era impossibile che vincessimo due volte di seguito. Pertanto, quando sono stata nominata curatrice, mi sono sentita molto libera di fare quello che volevo. La mia casa è l’università, e qui all’università lavoro con il presente non con il passato, e non voglio lavorare con il futuro. Voglio concentrarmi sul tempo attuale, che è un presente prolungato”, afferma Amann, ripercorrendo l’esperienza della 16. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Un atteggiamento che si è tradotto nella scelta di coinvolgere, tramite un’open call, gli studenti nel processo di genesi del padiglione, e, nella successiva fase allestiva, nella sovrapposizione di un layer informativo relativo a 400 opere sull’architettura progettata da Vaquero Palacios nel 1952. “Mi è venuta l’idea di creare una raccolta di termini che potessero qualificare l’ “altra architettura”. Alla fine, siamo arrivati a 54 parole. È stato un processo collettivo, nel senso che sono stati coinvolti molti soggetti e non tutti architetti”. Sollecitata sulle prospettive della professione negli anni a venire e sul ruolo trasversale degli architetti nella società, la progettista riconosce che “si finge che l’architettura sia un’attività neutra. Non c’è neutralità nel nostro mondo. Potresti costruire una casa di 20 metri quadrati e abitazioni di 1000 metri quadrati. Dentro c’è l’ideologia. Ognuno deve decidere la propria posizione”. La sua? La chiarisce lei stessa: “Non sono solo un’architetta. Sono femminista, sono antirazzista, anti-corrida, atea e favorevole all’aborto…”.

– Valentina Silvestrini

L’intervista integrale è visibile sul sito
www.pastpresentfutureproject.com

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.