Le storie di piccoli e grandi luoghi di produzione e fruizione culturale del capoluogo piemontese, a rappresentare il contesto italiano, animano questa panoramica su un settore – quello delle arti performative, del cinema e della musica dal vivo – che da oltre un anno paga lo scotto altissimo della pandemia.

[…] l’apertura al pubblico di musei e luoghi della cultura”. Era il 2015 quando l’allora Ministro della Cultura Franceschini aggiungeva esattamente questa dicitura all’interno della legge n. 146 del 1990, modificando l’elenco dei servizi e prestazioni essenziali e indispensabili, paragonando i musei alla tutela della salute o all’approvvigionamento energetico. Seppur introdotta nel quadro della regolamentazione del diritto di sciopero, la modifica equipara concettualmente la visita agli Uffizi al servizio di pronto soccorso e alla fornitura di energia elettrica.
Come ben sappiamo, il piano di contenimento della pandemia non ha ritenuto essenziali i medesimi servizi descritti nell’articolo, identificando priorità diverse, con la conseguenza che il comparto culturale è stato tra i più colpiti dalla crisi derivata dalle restrizioni imposte per il contenimento dei contagi.
Sono oltre 4.900 le strutture (musei, aree archeologiche, monumenti e ecomusei) distribuite sul territorio nazionale che dal 9 marzo 2020 sono ‒ anche se in maniera discontinua ‒ chiuse al pubblico. Si tratta di uno spettro molto ampio che va dai musei archeologici alle collezioni di arte contemporanea e ai monumenti religiosi, in grado di mobilitare complessivamente circa 130 milioni di visitatori all’anno, di cui quasi la metà stranieri.
Che il turismo sia un’importante fonte di sostentamento per molte strutture museali è un dato di fatto, così come attuale e condivisa è la necessità per il comparto culturale di saper raggiungere una sostenibilità economica. In alcune realtà, tuttavia, questa interpretazione del ruolo della cultura volge al suo eccesso quando il legame tra turista e funzione culturale diventa imprescindibile. Emblematico in questo senso è il caso di Venezia, la cui vocazione turistica ‒ croce e delizia della città ‒ sta distorcendo tanti aspetti sociali ed economici e a queste dinamiche non sfugge il contesto culturale. Così come il mercato immobiliare e il diritto alla casa sono ormai preclusi ai veneziani, la pandemia, con la conseguente chiusura agli spostamenti, ha rivelato che anche i musei lo sono. In un periodo, quello di gennaio 2021, in cui il governo italiano rilassava le restrizioni permettendo l’apertura infrasettimanale dei musei in zona gialla, il Sindaco di Venezia con delega alla Cultura prolungava la chiusura dei Musei Civici fino al primo aprile, palesando come la funzione economica legata al turismo possa prevalere su quella culturale, a discapito dei cittadini.

Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino. Photo © Marco Marucci
Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO Museo d’Arte Orientale di Torino. Photo © Marco Marucci

LA GAM, IL MAO E PARATISSIMA

Contemporaneamente, il resto del comparto culturale chiedeva a gran voce (anche attraverso le associazioni di categoria) di restituire alla cittadinanza i luoghi di produzione e diffusione della cultura, riconoscendo il ruolo educativo e sociale e il loro rapporto con la comunità, nel soddisfare i bisogni delle persone di un territorio, conservando e perpetuando la storia e l’immaginario dei luoghi.
A Torino la GAM, la più antica Galleria di Arte Moderna in Italia, che ospita importanti collezioni dell’Ottocento e Novecento, ha ribadito la propria funzione educativa, moltiplicando i canali con cui mantenere attivo il dialogo col pubblico. Rivolgendosi a un bacino prevalentemente locale e nazionale, Riccardo Passoni, direttore della GAM, sottolinea il ruolo educativo e sociale di un museo profondamente radicato sul suo territorio. Numerose sono le collaborazioni con le scuole e le iniziative didattiche che si sono reinventate per fornire contenuti e laboratori culturali in epoca di DAD.
È fondamentale che le persone vengano al museo”, dichiara Passoni. Di fronte a una perdita di fatturato che nel 2020 si è attesta intorno al 75%, la sfida centrale della riapertura sarà ristabilire il rapporto diretto coi visitatori: ricostruire le relazioni precedenti e recuperare quel pubblico che in anni di lungo e costante lavoro si era avvicinato ai luoghi della cultura e che oggi rischia di cristallizzare quei comportamenti che lo tengono chiuso dentro le proprie abitazioni e in preda a nuove abitudini per il tempo libero. Come spiega il direttore, con le opere di de Chirico, Picasso, Modigliani, Warhol, Fontana, la GAM è pronta alla riapertura: le efficienti procedure di sicurezza secondo le linee guida ministeriali (dalla prenotazione obbligatoria ai nuovi percorsi di visita che garantiscono il distanziamento) sono già collaudate e le tre mostre temporanee allestite lo scorso anno devono ancora essere inaugurate.
La centralità della funzione educativa dei musei nel rapporto col territorio è sottolineata anche da Marco Guglielminotti Trivel, direttore del MAO, Museo d’Arte Orientale di Torino. Situato nel quartiere multietnico di Porta Palazzo, il MAO, che esibisce millenni di storia e arte islamica, indiana e cinese, ha, per sua natura, una vocazione multiculturale e dalla sua fondazione nel 2010 persegue una missione di integrazione sociale e coinvolgimento delle comunità straniere del territorio. Il MAO è una realtà museale locale, che non compete con i principali musei torinesi orientati al pubblico nazionale e internazionale, ma il suo impatto sul territorio si manifesta nei progetti di integrazione attraverso la cultura, iniziative in collaborazione con le comunità di nuovi cittadini e con le scuole, percorsi condivisi di apprendimento, reciproca conoscenza e crescita.

Lorenzo Germak, amministratore delegato di Paratissima. Photo © Marco Marucci
Lorenzo Germak, amministratore delegato di Paratissima. Photo © Marco Marucci

Diversa è la realtà di Paratissima, un’organizzazione culturale o, come la definisce Lorenzo Germak, l’amministratore delegato, “un incubatore di artisti emergenti”. Nata nel 2005 a Torino, Paratissima organizza annualmente e a livello nazionale esposizioni di arte contemporanea, promuovendo occasioni di incontro con nuovi pubblici, fatti di galleristi, curatori e potenziali acquirenti, dedicati ad artisti emergenti. “Nomade” per scelta, Paratissima propone i suoi eventi valorizzando storici luoghi dismessi e non più aperti al pubblico e, nel suo girovagare ogni anno in location diverse, nel 2020 ha ottenuto la concessione dell’ex-artiglieria reale nel pieno centro di Torino, con un progetto ambizioso e impegnativo e una programmazione di mostre d’arte lunga un intero anno. Le attività si sono fermate quasi subito, con l’arrivo della pandemia.

I TEATRI A TORINO

Al netto di una brevissima e rigida apertura estiva, sono ormai chiusi da un anno anche i teatri. Ma Cristina Voghera ci racconta che, nonostante l’apparente paradosso, al Baretti non si sono mai fermati. Al numero 4 di via Baretti, nei locali di un teatro le cui origini risalgono a inizio Novecento, è attiva dal 2001 l’Associazione Baretti, “un vero presidio culturale” come la definisce Cristina, la direttrice artistica. Non solo cinema e teatro, ma anche scuola di teatro, scuola di musica popolare, sensibilizzazione ambientale, luogo di incontro, confronto e dialogo. Dall’inizio della pandemia, il Teatro Baretti ha chiuso le porte al pubblico ma non hai mai smesso di essere presente, dando continuità alla varietà di offerta culturale che lo caratterizza e adattandosi alle nuove condizioni: dalle lezioni di violino online al cartellone teatrale dirottato su una piattaforma di streaming appositamente implementata e moltiplicando le serate di cinema all’aperto, in modalità silent-movie e distanziata.

Cristina Voghera, direttrice artistica del Teatro Baretti di Torino. Photo © Marco Marucci
Cristina Voghera, direttrice artistica del Teatro Baretti di Torino. Photo © Marco Marucci

I biglietti staccati nei brevi periodi di apertura al pubblico ‒ durante l’estate del 2020 ‒ sono stati un misero sostegno per le casse del teatro: con il contingentamento e solo la metà delle poltrone utilizzabili, il Baretti ha comunque scelto di mantenere la propria politica di prezzi popolari. Ma è grazie alle iniziative online e al supporto dei ristori elargiti dal governo che il bilancio economico è stato messo in salvo. “Aver potuto garantire il lavoro agli attori, professionisti e in erba, alle maestranze e agli insegnanti è stato in questi mesi un vero successo, così come aver saputo mantenere il collegamento con il pubblico”, racconta Cristina con la voce rotta dall’emozione.

IL COORDINAMENTO C.AR.PE.

Adattamento e innovazione non si sono manifestati solo nelle nuove modalità di offerta culturale e di interazione col pubblico, ma anche a livello di organizzazione interna del comparto culturale torinese. L’urgenza dettata dalla pandemia ha infatti portato alla nascita di C.AR.PE., un coordinamento di artisti, attori, compagnie teatrali, associazioni e operatori culturali, dando la spinta a un dialogo attivo già da tempo per cercare soluzioni collettive ai tagli ai contributi per la cultura. C.AR.PE. riunisce oggi oltre 50 piccole realtà territoriali, con l’obiettivo di mettere in rete le proprie risorse e capacità progettuali per fare massa critica e interloquire con un’unica voce con le istituzioni e la pubblica amministrazione. Lo scopo è anche far conoscere le dinamiche e il funzionamento di un settore eterogeneo e frammentato, la cui voce si disperde nella molteplicità delle professionalità coinvolte e che sfugge alle politiche e ai dialoghi istituzionali.

Luigi Orfeo, presidente di Teatro Casa Fools. Photo © Marco Marucci
Luigi Orfeo, presidente di Teatro Casa Fools. Photo © Marco Marucci

Di questo comitato fa parte anche Luigi Orfeo, presidente di Casa Fools, compagnia teatrale che nel 2013 da Roma si è trasferita a Torino.
C’è una costante che va al di là del danno economico, ovvero la consapevolezza che il comparto culturale non rientra nelle scelte strategiche delle politiche di governo”. È quanto racconta Luigi, con il suo accento che svela le origini napoletane, la gestualità di un attore che da troppo tempo è lontano dal palco e l’entusiasmo di chi ha lavorato tanto negli anni, costruendo qualcosa che ora in poco tempo rischia di venir giù, crollare come un castello di carte sotto il vento delle restrizioni. “Non è una novità, ma una consapevolezza che prende forza, schietta e sincera come solo un momento di difficoltà come questo poteva svelare”. Si sfoga, Luigi: “La dura legge dell’economia regola anche il mondo della cultura e chi non sa stare in piedi da solo non viene aiutato. E quindi si è costretti a fare delle scelte commerciali, e le scelte culturali ne sono solamente delle conseguenze. La cultura, la sua fruizione, è stata relegata alla stregua dello svago, un’attività da tempo libero, ma la cultura è prima di tutto crescita personale. È educazione, dialogo e dibattito ed è ciò di cui al momento si sente più bisogno per poter sopravvivere alla crisi della democrazia e arginare l’insorgere di una rabbia sociale”. Luigi continua: “I bandi sono poca cosa e il movimento C.AR.PE. nasce proprio per far voce unica, grossa, e per ridistribuire quelle briciole che ai più piccoli non arrivano. Legarsi al presente, trasformarsi e rimanere attaccati al motivo (oltre che ai valori) per condividere cultura, contrastare la solitudine e le disuguaglianze sociali attraverso la cultura stessa. Trasformarsi, evolversi e trovare nuovi strumenti e modalità innovative è l’unica chiave per sopravvivere oggi. Chi non è stato in grado di farlo, non ha superato il primo lockdown. E quindi Casa Fools ha dirottato le energie su podcast, varietà in streaming, newsletter poetiche e giochi di socialità”.

Lorenzo Ventavoli, Cinema Romano di Torino. Photo © Marco Marucci
Lorenzo Ventavoli, Cinema Romano di Torino. Photo © Marco Marucci

I CINEMA E LA PANDEMIA

Se per le arti performative la diffusione dello streaming può rappresentare un salvagente (e qualcosa ne rimarrà, in un’innovata offerta culturale), per i cinema sta invece rappresentando la principale minaccia di un processo che la pandemia ha solo contribuito ad accelerare.
Seduto in prima fila nella Sala Uno del Romano, il cinema d’essai più antico d’Italia, Lorenzo Ventavoli, nipote del famoso storico e critico cinematografico di cui porta il nome, ci racconta come a 15 anni il nonno gli insegnasse a leggere le statistiche degli incassi su Cinetel. Da allora non si è mai allontanato da questo mondo e oggi gestisce insieme alla famiglia tre cinema d’essai a Torino.
Nei brevi periodi di apertura del 2020 il timore del pubblico a recarsi nelle sale si è fatto sentire e, soprattutto per i cinema di nicchia come il Romano, si prevede che a una futura riapertura la ripresa del pubblico sarà più lenta. Lorenzo ci spiega che i cinema come il suo oggi sono salvi grazie a una legge del 2016, che introduce incentivi significativi e un tax credit vantaggioso per i cinema d’essai, i più vulnerabili in un mercato fortemente colpito dalla crisi e che globalmente ha registrato -71% di incassi nel 2020 rispetto all’anno precedente.
Tra le innovazioni digitali più interessanti per il settore, la piattaforma d’essai culturale MioCinema si distingue per non volersi sostituire all’esperienza della sala, ma distribuire contenuti complementari di approfondimento, come interviste e documentari, che possano affiancare e promuovere i film proiettati sul grande schermo. “Esempi come questo possono far ancora sviluppare il cinema”, ci spiega Lorenzo. Durante questa pausa forzata, al cinema Romano fervono i lavori di ristrutturazione delle sale per riammodernare le poltrone, nell’attesa che davanti alle sue porte tornino a formarsi le code di appassionati, che prima dello spettacolo si ritrovano a chiacchierare con uno sconosciuto o con l’amico abituale a proposito della pellicola che per una settimana hanno aspettato di vedere sul grande schermo.

Mauro Boglione, socio fondatore di Hiroshima Mon Amour, Torino. Photo © Marco Marucci
Mauro Boglione, socio fondatore di Hiroshima Mon Amour, Torino. Photo © Marco Marucci

LA MUSICA: HIROSHIMA MON AMOUR E SPAZIO211

Noi non produciamo solo cultura, noi produciamo assembramento”, racconta scherzando Mauro, seduti all’ingresso della sala vuota dell’Hiroshima Mon Amour. La storia di questo luogo, che è stato protagonista di tante generazioni torinesi, ce la racconta proprio lui, Mauro Boglione, che è stato parte di quel gruppo di giovani della sinistra torinese, che nel 1986 ha fondato l’associazione culturale, conosciuta da sempre nel mondo musicale come Hiroshima. In un periodo storico infervorato dal dibattito antinucleare, dai movimenti operai e dal ritmo del punk inglese, a Torino un riferimento che mettesse insieme questi fermenti sociali e culturali ancora mancava. Furono un centinaio, tra singoli e collettivi, legati tanto al mondo della politica quanto a quello della cultura, a decidere di fondare un’associazione culturale che guardava, sognante, ai modelli e alle proposte di organizzazioni già esistenti e affermate nelle grandi città nord europee, come Londra e Amsterdam, e che potesse proporre su un unico palco un’offerta completa: concerti, teatro, cabaret  e cinema.
Ben presto l’Hiroshima è diventata una tappa immancabile per i tour di musicisti italiani e internazionali, colmando un vuoto importante in un’epoca di grandi trasformazioni e cambiamenti. Legato ai movimenti underground, negli anni il ruolo dell’HMA nella promozione della cultura giovanile è stato compreso anche dalle istituzioni locali, con le quali si sono aperti dei canali di dialogo, oltre l’accesso ai finanziamenti del comparto.
Seduti ai piedi dell’enorme scritta che sovrasta l’ingresso di questo tempio torinese della musica, Mauro ci spiega: “Da diversi anni gli spazi culturali stanno soffrendo della crisi economica e dei tagli che le istituzioni hanno applicato al sostegno ai festival e alle rassegne. L’unica strada è andare avanti e, adattandosi, trovare nuove idee e soluzioni”.
Dall’inizio della pandemia, la musica dal vivo che punta sull’esperienza e sul contatto del pubblico con l’artista ha dovuto reinventarsi e affrontare dei reali cambiamenti nelle modalità di fruizione, per preservare l’esperienza live. All’Hiroshima Mon Amour il pubblico, che nella sala interna era sempre a centinaia, durante l’estate 2020 è stato spostato in una piccola arena esterna che contava 150 posti. I concerti rock fatti di band numerose, amplificatori al massimo e folla accalcata sotto al palco a cantare fino a tarda notte si sono trasformati in un nuovo modello di performance all’aperto: volumi più bassi per rispettare il vicinato, piccoli palchi, band ridotte all’osso, sedie distanziate e orari da aperitivo.

Andrea Terzuolo e Alessandro Dalla Vecchia, soci di Spazio211 a Torino. Photo © Marco Marucci
Andrea Terzuolo e Alessandro Dalla Vecchia, soci di Spazio211 a Torino. Photo © Marco Marucci

Per lo stesso motivo, in un quartiere periferico dal lato opposto della città, anche allo Spazio211 stanno aspettando l’arrivo dell’estate, per poter sfruttare l’area all’aperto: “Una fortuna che non tutte le sale concerto hanno”, ci spiega Andrea Terzuolo. Lo Spazio211 è una sala concerti di musica indipendente e per il contesto in cui si trova è un vero presidio per il territorio, dove organizza festival internazionali, offre sale prove, studi di registrazione, laboratori e corsi musicali. Pochi giorni prima della nostra intervista, nello Spazio211 chiuso ormai da mesi, è stata rubata buona parte della strumentazione, evento che ha generato un importante danno economico in un momento già molto difficile. Alla rabbia e alla frustrazione iniziale dei soci è seguita una meravigliosa gara di solidarietà: alla denuncia e all’appello dello Spazio211 ha risposto, compatto e generoso, il mondo della musica dal vivo e il pubblico ormai fedele, offrendo donazioni economiche e materiali.
Il mondo della musica dal vivo è molto vasto e sfaccettato e non possiamo ignorare la molteplicità di maestranze che lavorano nel comparto con contratti intermittenti, professionisti indispensabili per far funzionare questo complesso meccanismo e che spesso restano invisibili: trasportatori, montatori, tecnici audio e video, allestitori e scenografi, facchini, elettricisti, macchinisti, backliner…”. Mauro dell’Hiroshima racconta le storie di tante persone con cui ha lavorato: “Una babele di contratti che ha escluso questi professionisti dalla possibilità di beneficiare dei ristori del governo”. Per far fronte alla difficoltà del settore, è nata dal basso #ChiamateNoi, una piattaforma che mette a disposizione alte competenze e professionalità, offrendo agli iscritti occasioni di ricollocamento temporaneo in altri settori.
Cosa succederà dopo? E che aspetto avrà la nuova normalità? Mauro è preoccupato, soprattutto pensando a come possono essere cambiate le abitudini del pubblico.

‒ Elisa Copertino e Marco Marucci

Dati correlati
CuratoriRiccardo Passoni, Marco Guglielminotti Trivel
Spazi espositiviGAM - GALLERIA D'ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA, MAO - MUSEO D'ARTE ORIENTALE, CINETEATRO BARETTI, CINEMA ROMANO, HIROSHIMA MON AMOUR, SPAZIO 211
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Marco Marucci
Marco Marcucci è nato a Milano nel 1982 ma è cresciuto a Bari, dove ha vissuto quasi vent'anni. Dalla curiosità per questa terra e la voglia di ritrarla, a 18 anni è nato il suo interesse per la fotografia. Analisi del territorio e reportage sociale costituiscono gli interessi di un occhio sempre più affamato e impegnato nella ricerca ed espressione della sua personale visione della realtà. Pubblica regolarmente con diversi web-magazine indipendenti europei. Vive ora a Torino e collabora con Phom e Keystone.