Rencontres d’Arles 2021. Guida alla visita

Dopo un anno di sospensione, con l’annullamento dell’edizione 2020, si è aperta il 4 luglio la 52esima edizione del mitico festival fotografico “Les Rencontres d’Arles“. Ogni estate, da più di mezzo secolo, i Rencontres sono un appuntamento importante e il riferimento mondiale per avere il polso della creazione contemporanea, della sperimentazione e della pratica fotografica. Qui trovate una guida approfondita e ragionata per non perdere la bussola tra le mille mostre ed eventi.

L’edizione di questa estate dei Rencontres si è aperta in una Arles singolare: atmosfera post-pandemica, clima stranamente fresco e piovoso, pubblico di oltreoceano quasi completamente assente (nel 2018 per il cinquantenario sono stati 140mila gli spettatori), panorama urbanistico in completa trasformazione e un sindaco nuovo dopo diciannove anni del comunista Hervé Schiavetti. Solo una settimana prima dell’inaugurazione, dopo anni di polemiche, è stata aperta la torre della Luma Foundation, coperta di specchi e che si ispira nelle forme alla notte stellata di van Gogh, come sostiene l’architetto Frank Gehry.
Tra i cambiamenti, anche il direttore del festival: Christophe Wiesner è l’ex direttore artistico di Paris Photo e profondo conoscitore del mercato dell’arte. Le sue linee programmatiche sono un festival aperto sul femminismo, la storia post-coloniale, l’ecologia, ma per ora sono apparsi evidenti soprattutto gli elementi di continuità rispetto alla precedente direzione di Sam Stourdzé. Alla presentazione della “sua” edizione, Wiesner riprende anche il tema scelto da Stourdzé per l’edizione 2020, la resistenza della fotografia, che – come ha affermato dall’ex direttore – “si alza, si oppone, denuncia [… ] re-incanta”.
Per presentare il festival, Wiesner usa la metafora delle lucciole che Georges Didi-Huberman ha tratto da un testo geniale di Pier Paolo Pasolini, La scomparsa delle lucciole, in cui si evidenzia la tensione tra le potenti luci del potere che minacciano i superstiti barlumi dei contro-poteri. Pasolini, in polemica con Franco Fortini, faceva una breve ma illuminante analisi del periodo storico tra la fine del fascismo e gli Anni Settanta, usando come sintomo e metafora le lucciole, scomparse dalle campagne a causa dell’inquinamento già nei primi Anni Sessanta. L’obiettivo è “riconoscere nella minima lucciola una resistenza, una luce per ogni pensiero“.
La fotografia continua a emettere segnali luminosi e ad aprire spazi a nuove modalità di resistenza. Nel cuore dell’estate di Arles, come afferma Wiesner, Georges Didi-Huberman sarà come una costellazione, fatta di mille luci che illustreranno la diversità dei punti di vista, la polifonia delle storie che simboleggiano la sopravvivenza attraverso l’immagine della speranza e della consapevolezza. In effetti, l’edizione 2021 resiste malgrado i tempi difficili con oltre venti mostre (rispetto alle cinquanta dell’edizione del cinquantenario), metà delle quali facevano parte della programmazione 2020.

– Elisabetta Villari

www.rencontres-arles.com

1. SABINE WEISS – UNE VIE DE PHOTOGRAPHE

Sabine Weiss, New York, 1955

La retrospettiva A Photographer’s Life di Sabine Weiss è curata da Virginie Chardin. La fotografa svizzera, che il 23 luglio compirà 97 anni, è l’ultima rappresentante della scuola umanista francese e unica donna in un gruppo in cui figurano celebrità come Robert Doisneau e Brassaï. Ad Arles scherza su questa etichetta di “fotografia umanista” dicendo ironicamente che, se ora è qui e ha potuto vivere del suo lavoro, è grazie alle foto “di frigoriferi e di bebè” per la pubblicità. E anticipa il progetto di un grande spazio espositivo permanente dedicato al suo lavoro a Losanna, spiegando come abbia accettato di lasciare il suo archivio agli svizzeri perché “come al solito sono venuti non con i soldi ma con i cioccolatini”.
In pochi conoscono a fondo la ricchezza e la diversità del suo lavoro, conservato intatto nella casa-atelier di Parigi dove vive dal 1949 e di cui comincia solo ora a svelare i tesori. La retrospettiva, presentata nella cappella del Museon Arlaten, recentemente restaurata, mette in luce i tratti dominanti di una grande empatia con i soggetti, ma tiene conto della sua attività poliedrica: reportage, illustrazione, moda, pubblicità, ritratti di artisti, lavoro personale. Weiss ha affrontato tutti gli ambiti della fotografia come una sfida, un pretesto per incontri e viaggi, uno stile di vita e un modo di esprimersi. Attraverso una rinnovata selezione di immagini, filmati e documenti personali, la mostra cattura questa passione di una vita, proponendo immagini scattate tra il 1945 e il 2007.

2. CHARLOTTE PERRIAND – POLITIQUE DU PHOTOMONTAGE

Charlotte Perriand & Fernand Léger, Photomontage pour le pavillon du ministère de l’Agriculture, Exposition internationale des arts et techniques de la vie moderne, Paris, 1937

Frutto di una grande ricerca di archivio, la mostra documenta come Charlotte Perriand abbia dedicato la sua vita al miglioramento delle condizioni della vita urbana, creando un'”arte di vivere” in relazione alla territorio e alla natura. La fotografia diventa documento di studio, osservazione e analisi della realtà sociale, ma anche strumento per presentare progetti e difendere la concezione di un mondo nuovo e trasformato. In sintonia con preoccupazioni che sono ancora attuali, durante gli Anni Trenta ha usato un gigantesco fotomontaggio per denunciare un’urbanistica insalubre. I suoi “arazzi” fotografici sono le testimonianze della modernità del suo approccio, che si tratti di La Grande Misère de Paris (1936), della sala d’attesa del Ministro dell’Agricoltura (1937) o del padiglione del Ministero dell’agricoltura all’Esposizione internazionale delle arti e tecniche della vita moderna avvenuta a Parigi nel 1937, composta con Fernand Léger. L’esposizione permette un’immersione nel suo archivio, un Bilder Atlas warburghiano per la prima volta mostrato al pubblico.

3. SOUDAN, HISTOIRE D’UN SOULÈVEMENT

Ahmed Ano, Des civils escaladent d’énormes panneaux publicitaires pour crier « Liberté, paix et justice ». Sit in, quartier général militaire, Khartoum, 19 avril 2019

La storia recente del Sudan attraverso una mostra emozionante. Dopo trent’anni di dittatura religiosa e militare e anni di guerra civile, l’11 aprile 2019 i sudanesi hanno provocato la caduta di Omar al-Bechir, l’uomo che aveva imposto un colpo di Stato nel 1989. Sfidando il rischio di essere arrestati e torturati dalla polizia politica del regime, per cinque mesi i sudanesi sono scesi in piazza a migliaia. La curatrice della mostra è un’artista fotografa parigina, Juliette Agnel, che ha soggiornato in Sudan per un suo progetto ma ha tessuto con il Paese un solido legame. “Ho seguito gli eventi da lontano, meglio che potevo. La rivolta ha ricevuto pochissima attenzione da parte dei media in Francia e mi sono ritrovata a guardare i canali arabi, anche se non riuscivo a capire la lingua“. Agnel è riuscita a mantenere i contatti soprattutto con Duha Mohammed, che le ha inviato i nomi dei fotografi da seguire e che è diventato il co-curatore di questa mostra. Con Juliette Agnel hanno selezionato cinque donne e tre uomini e creato un progetto espositivo basato sugli screenshot dei social network. “Era impossibile entrare in contatto con i fotografi. La connessione non funzionava più. Erano in isolamento: niente voli, niente Internet”. La mostra si concentra soprattutto sui primi mesi della rivolta, sul ruolo delle donne, sui “momenti di giubilo, gioia, rivolta”, prima che le cose prendessero una piega sinistra con la strage del 3 giugno 2019, quando l’esercito e le milizie Janjaweed (le stesse truppe paramilitari coinvolte, tra l’altro, nelle atrocità in Darfur) hanno attaccato i rivoluzionari sudanesi. Spinta dal desiderio di documentare la resistenza e la repressione, si è distinta una nuova generazione di fotografi. Hanno tra i diciannove e i trent’anni, trasmettono le loro immagini sui social network e sono sia attori che osservatori di questo momento storico.

4. ÉTAT D’ESPRIT AFRICAIN. VILLES HYBRIDES

La mostra è tratta da un lavoro più ampio e completo del critico e curatore britannico Ekow Eshun: Africa state of mind offre un panorama della produzione fotografica africana contemporanea. La mostra lascia un unico rimpianto, perché avrebbe meritato uno spazio espositivo più adeguato e di essere proposta ad Arles nella sua integralità, mente si tratta di una sola sezione, con sedici artisti provenienti da undici Paesi diversi che interrogano le idee di “africanità” attraverso rappresentazioni altamente soggettive della vita e dell’identità nel continente, rivelando lungo il percorso che l’Africa è uno spazio psicologico tanto quanto un territorio fisico.

5. THE NEW BLACK VANGUARD

Daniel Obasi, Instants de jeunesse, Lagos, Nigeria, 2019

Parlare delle pratiche sociali e culturali del corpo e della moda in Africa e nelle comunità afroamericane vuol dire assumere una complessità di storie di contatti, influenze, scambi – di articolazione locale, regionale, globale. La mostra sull’immagine e l’identità del corpo nero è ordinata dal curatore e critico Antwaun Sargent, nato nel 1988 a Chicago e autore di The New Black Vanguard: Photography between Art and Fashion (2019) ed editor di Young, Gifted and Black: A New Generation of Artists (2020), nonché collaboratore di Gagosian. Nella mostra, Sargent racconta la rivoluzione attualmente in atto nel campo della moda afroamericana e della sua rappresentazione e interroga il ruolo assegnato al corpo nero nel mercato della moda oggi. Nel 2018, il 23enne Tyler Mitchell è stato il primo fotografo nero a firmare la copertina di Vogue America con Beyoncé: una data decisiva, che darà slancio a una giovanissima generazione di artisti provenienti da Stati Uniti, Nigeria, Regno Unito, Etiopia e Sudafrica, unita sotto la bandiera di una “new black avant-garde”. Parlare dei mondi sociali ed estetici africani del vestire significa fra l’altro porre l’accento sul piacere sensoriale e sull’uso creativo (incluse le pratiche di riciclo) di ornamenti, indumenti e tessuti – indossati e incorporati come strumenti per l’azione personale e adoperati nelle maniere più estrose per sostenere il linguaggio e la prestazione del corpo. E ancora, parlare del fenomeno dell’abbigliamento è anche, e forse più di ogni altra cosa, pensare il corpo come supporto della rappresentazione estetica e come potente strumento di autoaffermazione. Significa pertanto iscrivere il corpo nel gioco dei rapporti di forza e degli effetti del potere. Sfidando l’idea che il mondo black sia omogeneo, le opere servono come forma di attivismo visivo e rompono degli stereotipi.

6. JAZZ POWER!

Giuseppe Pino, Roy Ayers, Montreux (Suisse), 1969 ca. Archives Jazz Magazine

La mostra ci ripercorre i primi vent’anni della rivista francese Jazz Magazine, che ha lavorato per introdurre il jazz in Francia, per sviluppare la rappresentazione delle donne jazz nere e, più in generale, quella della comunità afroamericana. Al tempo delle leggi sulla segregazione razziale negli Stati Uniti (in vigore fino al 1964) e del difficile processo di decolonizzazione avviato in Francia, la rivista ebbe un ruolo importante, mettendo in copertina Billie Holiday, Abbey Lincoln, Mahalia Jackson, Thelonious Monk, Dizzie Gillespie e John Coltrane. Il giovane team di Jazz Magazine, fondata nel 1954 da Nicole e Eddie Barclay, si fece fin dall’inizio apostolo dei prestiti musicali e degli scambi culturali, testimoniando ardentemente le lotte per i diritti civili in America, nonché le discriminazioni subite dagli afroamericani su entrambe le sponde dell’Atlantico. Il mensile divenne rapidamente il campo di sperimentazione e posizione dei due direttori, che dal 1956 furono Frank Ténot e Daniel Filipacchi. Circondati da appassionati, partecipano attivamente alla costruzione di “leggende” in Francia, tra sacralizzazione e umanizzazione, tra allontanamento dalle stelle e rivelazione controllata dietro le quinte di questo jazz club molto esclusivo.

7. MASCULINITÉS

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Curata da Alona Pardo, femminista americana, e prodotta dal Barbican Centre di Londra, la mostra esplora in sei capitoli e attraverso il lavoro di 55 artisti – tra cui venti donne – la questione della rappresentazione del corpo maschile. Questa grande rassegna racconta come la mascolinità sia stata creata, codificata, interpretata e socialmente costruita dagli Anni Sessanta ai giorni nostri, attraverso il cinema e la fotografia. Esamina le rappresentazioni della mascolinità riunendo più di cinquanta fra artisti, fotografi e registi internazionali, tra cui Laurie Anderson, Isaac Julien, Catherine Opie, Robert Mapplethorpe e Annette Messager. Affronta temi quali potere, patriarcato, identità queer, politica razziale, percezioni femminili degli uomini, stereotipi ipermaschili, tenerezza e famiglia, ed esamina il ruolo critico che la fotografia e il cinema hanno svolto nel costruire la mascolinità per come è immaginata e compresa nella cultura contemporanea.

8. SÉBASTIEN LIFSHITZ – GARÇONS SENSIBLES

Fino alla fine degli Anni Sessanta l’omosessualità era tabù, assente da ogni rappresentazione e perfino da ogni evocazione della televisione francese. Fu solo all’inizio degli Anni Settanta che fu prodotto per la prima volta un programma sull’omosessualità e che finalmente fu pronunciata la parola. Tuttavia, nonostante la censura televisiva, l’omosessualità riuscì a trovare la sua strada. Certo, queste rare manifestazioni erano codificate, piene di allusioni. Si poteva incarnare nella testimonianza di una personalità illustre (uno scrittore, un pittore, un attore) oppure attraverso cantanti popolari o sketch burleschi, spesso omofobici, ma che rivelavano un certo punto di vista sull’omosessualità. La mostra di Sébastien Lifshitz racconta le resistenze di un tempo non così lontano, quando l’omosessualità non aveva alcun diritto.

9. PIETER HUGO – ÊTRE PRÉSENT

Pieter Hugo, Shaun Oliver, Le Cap, 2011, dalla serie Kin. Courtesy l’artista

Being Present riunisce più di cento ritratti prodotti da Pieter Hugo ai primi Anni Zero, offrendo un’ampia panoramica dell’impegno dell’artista in questa particolare tradizione. Le fotografie selezionate si avvicinano ai lessici della criminologia, della sorveglianza e delle tipologie, mantenendo al centro un forte umanesimo. Nelle parole di Hugo: “Il mio lavoro riguarda l’essere straniero: sento di abitare questo spazio da solo e di adottare questa nozione per interagire con le persone che fotografo. Comincio quasi sempre il mio lavoro presentandomi: guardo e la gente ricambia lo sguardo. Quando crei un ritratto, il cinismo scompare per un breve momento. C’è bellezza nell’essere trattenuti nello sguardo dell’altro. Da questa presenza emerge un’intimità, e ciò che emerge da queste immagini è un momento di quiete e di connessione separato da tutto ciò che è accaduto prima o dopo”. Nato nel 1976 a Johannesburg, Pieter Hugo è cresciuto in Sudafrica, compiendo diciotto anni nel 1994, anno in cui l’Apartheid legislativa finì e Nelson Mandela salì al potere. Fotografo autodidatta, ha ricevuto la sua prima macchina fotografica, un regalo di suo padre, intorno ai dodici anni e si è rivolto alla fotografia come mezzo per guardare e interrogare le proprie condizioni. Negli ultimi due decenni Hugo ha affrontato le strutture della narrazione sociale, concentrando il suo obiettivo sulla periferia della società non solo nel suo Paese natale e in Africa, ma anche negli Stati Uniti, in Cina e, più recentemente, in Messico.

10. DÉSIDÉRATION

Smith, Sans titre, dalla serie Désidération, 2000-21. Courtesy Les Filles du Calvaire

Désidération è un progetto a geometria variabile, fondato dall’artista Smith, dallo scrittore Lucien Raphmaj, dallo studio Diplomates e dall’astrofisico Jean-Philippe Uzan. Ad Arles ha coinvolto il compositore Gaspar Claus, gli interpreti François Chaignaud e Adrian Gebhart e la designer tessile Zélia Smith. Désidération tratteggia il pensiero di un’umanità interstellare alla ricerca del suo legame con il suo cosmo originario, suggerendo la possibilità di un’altra storia, di un altro destino della specie umana, al crocevia tra arte, performance, filosofia, scienza, narrazioni speculative e architettura. Installazione, laboratorio, tempio, clinica, osservatorio, palcoscenico radiofonico, il progetto si incarna in un’architettura in continua evoluzione che accoglie le sue molteplici declinazioni come tante terminazioni nervose: conferenze, riti, fotografia, video, scultura, danza, letteratura. Radio Levania, programma tecnoradiofonico, incarna e diffonde il progetto: la sua creazione per France Culture si ascolta in podcast.

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AutoriCharlotte Perriand, Pieter Hugo
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Elisabetta Villari
Elisabetta Villari, docente all’Università di Genova (DIRAAS), dove insegna Antropologia dell’immagine del mondo greco e antropologia del mondo antico. È stata invitata all’ENS a Parigi e all’UCSC in California come visiting professor. Ha tenuto seminari anche all’EPHE, all’INHA a Parigi e all’EHESS e ha svolto conferenze in molte università straniere. Dal 2005 ha organizzato a Genova una serie di incontri internazionali: le Giornate Warburghiane in collaborazione con istituzioni italiane e straniere. Ha collaborato con il Manifesto. Ha curato e scritto articoli per riviste straniere e libri, fra i quali “Walter Benjamin, Il viaggiatore solitario e il flâneur” (Melangolo 1998), “Musica corporis” (Brepols Turnhaut 2008), “Aby Warburg antropologo dell’immagine” (Carocci 2014), “Il paesaggio e il sacro” (De Ferrari 2013), “Politeismi antichi” Gup 2019.