Le Corbusier e Parigi. 4 architetture da andare a vedere

Prima del lockdown, i due giovani architetti baresi Antonio Giannoccaro e Davide Bertugno sono partiti alla volta della capitale francese per visitare quattro opere di Le Corbusier. Il risultato è questo reportage, che descrive un dettagliatissimo itinerario parigino sulle tracce del celebre architetto. Tra interni d’autore e iconiche architetture.

A cento anni esatti da quando il giovane Charles-Édouard Jeanneret-Gris scelse quello pseudonimo divenuto immortale, l’architettura firmata “Le Corbusier” resta incagliata in un’eterna attualità che rende quegli oracoli di vetro e cemento da lui immaginati opere ancora oggi sviscerate e imitate in ogni angolo del mondo. A quattro progetti “parigini” del maestro abbiamo dedicato i tempi lunghi del viaggio come approfondimento e studio, con l’auspicio di poterli raccontare con la dovuta semplicità ed efficacia.

Antonio Giannoccaro

1. MAISON LA ROCHE –JEANNERET, 1923-25

Le Corbusier, Maison La Roche Jeanneret, Parigi. Luglio 2019. Foto di Davide Bertugno

La prima tappa del tour si trova in un bel quartiere residenziale del XVI arrondissement: si tratta della casa-galleria d’arte che l’illuminato banchiere svizzero Raoul La Roche commissionò nel 1923 al connazionale, incuriosito dalle sue radicali teorie sull’abitare. Maison La Roche, una “fabbrica” a forma di L dalle geometrie nitide e dal delicato colore ocra pallido, è posta alla fine di una piacevole stradina semi privata alberata che si imbocca da Rue Doctor Blanche. Il volume convesso che come una quinta scenica accoglie frontalmente il visitatore è quello contenente la galleria d’arte, sospeso su pilastri incredibilmente snelli e ritmato da aperture a nastro i cui sottili telai conferiscono alle finestre a bilico la grazia accattivante delle ballerine dell’Opéra Garnier che piroettano disinvolte sulle punte dei piedi. Pura esaltazione del vuoto, l’atrio a tripla altezza a cui si accede dal portone principale in acciaio fa da punto nodale per l’intero edificio, separando in maniera netta la funzione residenziale da quella espositiva. L’atmosfera tecnica e asciutta, quasi “industriale”, del vestibolo d’ingresso pervade anche ambienti di servizio più intimi come i bagni, templi dell’igiene dalle dimensioni minime con tubature a vista e piastrelle bianche: una sorta di “essenzialità di lusso” la cui pragmatica eleganza ricorda quella degli abiti di Coco Chanel che, in quegli stessi anni, liberavano le donne parigine dai corsetti e dagli svolazzi superflui della Belle Époque. La galleria al primo piano è uno spazio a doppia altezza, illuminato naturalmente da due finestre a nastro nella parte superiore dei lati lunghi e insaporito dall’uso di una tavoletta di colori che va dal terra scuro della rampa al grigio chiaro e ocra tenue per le pareti, sino alle varie tonalità di blu di mobili e impianti. Salendo la rampa, le cui forme strette e sinuose esaltano il movimento elevandolo a forza creatrice dello spazio architettonico, si supera il ballatoio sospeso sull’atrio d’ingresso per giungere nella parte residenziale dell’edificio, la quale si distingue per un’atmosfera più raccolta. Il color arancio ricopre pareti e soffitto della sala da pranzo definendone la vivace intimità, mentre le ampie finestre orizzontali, oltre a lasciar entrare la luce naturale marezzata dalle pieghe di leggere e trasparenti tende bianche, permettono alle ombre irregolari delle chiome degli alberi all’esterno di coniugarsi con le ben definite geometrie dello spazio interno, rendendo queste ultime cangianti di momento in momento.

MAISON LA ROCHE –JEANNERET
8-10 Square du Dr Blanche

2. CASA STUDIO LE CORBUSIER ALL’IMMEUBLE MOLITOR, 1931-34

Le Corbusier, Casa studio Le Corbusier all’Immeuble Molitor, Parigi. Luglio 2019. Foto di Davide Bertugno

Non troppo distante dall’ex dimora di Monsieur La Roche (oggi sede della Fondazione Le Corbusier), al 24 di Rue Nungesser et Coli, di fronte all’enorme complesso sportivo di Parc des Princes, si trova l’edificio residenziale “Molitor”; disegnato da Corbu con Pierre Jeanneret, fu realizzato nei primi Anni Trenta. La grammatica del prospetto è ancora quella razionalista dei primi tempi, ma si fa più espressiva ricercando una trasparenza totale: l’uso del vetro-mattone smaterializza i pieni, mentre nelle ampie vetrate che dominano la facciata si riflettono i ghirigori parametrici dello stadio Jean Bouin progettato da Rudy Ricciotti.
La nostra seconda meta, raggiungibile attraversando spazi condominiali inondati di luce, è il duplex che occupa gli ultimi due livelli dello stabile, destinati dallo stesso Le Corbusier a propria residenza e studio. L’Atelier, delimitato sul lato nord da un muro di pietra lasciato a vista che tradisce un nascente gusto dell’architetto per l’imperfezione materica, è un ambiente “mediterraneo” coperto da una bianca volta a botte che, in questa trascrizione moderna, invece di scaricare il peso sopra pesanti setti lapidei, fluttua su leggere vetrate. Nascosto dietro una piccola libreria nell’angolo meridionale dello spazio, invece, lo studiolo di Corbu costituisce nella sua poetica semplicità un vero e proprio “fatto di architettura”: una finestrella illumina una piccola scrivania e una sedia in legno poggiate a una calda parete ricurva dello stesso materiale, la quale a sua volta incrocia un muro in mattoni rossi patinati dal tempo. Un’elegante porta a bilico conduce nella parte residenziale dell’appartamento, in un vestibolo dove l’atmosfera, tra superfici lignee a pareti blu cobalto, si fa immediatamente più raccolta. La sala da pranzo, voltata e aperta completamente alla vista esterna tramite un’ampia superficie vetrata filtrata da brise soleil in legno, ricorda un’architettura neo-mediterranea del modernismo catalano, con l’eccezione che, invece che sull’azzurro intenso del mare della Costa Brava, l’affaccio insiste sui disordinati tetti del quartiere Prince-Marmottan. Nella cucina sulla sinistra i mobili in legno scuro Okume tinto di grigio e coronato da top in peltro disegnati da Charlotte Perriand sono un gioco di volumi smussati agli angoli e parzialmente sospesi su sottili tubolari d’acciaio. Dal lato opposto il mobile rotante che dà accesso alla camera da letto è solo la prima delle soluzioni inusuali adottate in questo piccolo spazio: dal bagno “spacchettato” lungo il fianco settentrionale della stanza alla forma irregolare della porta sulla zona doccia, fino alle strane proporzioni allungate delle gambe del letto, pensate forse per meglio godere da sdraiati della vista sull’esterno. Tornando verso la zona di ingresso, una robusta scala a chiocciola dai gradini color antracite conduce al livello superiore in una minuta ed elegante stanza riservata agli ospiti contraddistinta dalla pioneristica scelta di lasciare gli impianti orgogliosamente a vista. Da questo piano si accede direttamente alla grande terrazza sul tetto e al suggestivo panorama sulla città.

CASA STUDIO LE CORBUSIER ALL’IMMEUBLE MOLITOR
24 Rue Nungesser et Coli

3. PAVILLON SUISSE, 1930-1933

Le Corbusier, Pavillon Suisse, Parigi. Luglio 2019. Foto di Davide Bertugno

Destinazione XIV arrondissement, dove si trova la Cité Internationale Universitaire. Qui, tra pittoreschi edifici in stile che ospitano le residenze universitarie e verdeggianti viali, richiama l’attenzione un manufatto moderno che alterna linee nette a movimenti fortemente plastici: è il Padiglione Svizzero realizzato e costruito da Le Corbusier e Jeanneret tra il 1930 e il 1933.
A dominare la composizione dei volumi è il rigido parallelepipedo ospitante il dormitorio, che si stacca dal suolo non più con la grazia di leggeri pilotis ma tramite forti braccia di cemento. Le proporzioni dunque si fanno massive e il linguaggio dei prospetti diventa più materico, come è evidente dall’uso del calcestruzzo lasciato grezzo, dal rivestimento tanto in lastre lapidee modulari quanto in pietra naturale, nonché dall’increspato pavimento in brecciato. L’unica facciata che rimane “leggera” nella sua espressione è quella sud del dormitorio, le cui ampie vetrate sono studiate per catturare la luce da mezzogiorno. Alla rigidità geometrica del blocco contenente le camere si contrappone la sinuosità delle linee che delineano i volumi degli ambienti comuni e dei servizi, le cui facciate curve modellano le ombre rendendole più morbide. Entrando negli spazi conviviali al pian terreno si viene avvolti da un mondo fatto di luce, curve e soprattutto colori: dal senape delle piastrelle che pavimentano tutti gli ambienti, passando per i verde smeraldo, giallo e blu chiaro di mobili e pareti, fino a giungere alle tante sfumature cromatiche che infiammano sia il grande murale realizzato dallo stesso architetto nella sala comune, sia le tavolette in ceramica, anch’esse impreziosite dai disegni del maestro, che rivestono parte del mobilio. Salendo nel dormitorio, un lungo corridoio di distribuzione, secondo uno schema uguale in tutti i livelli, dà accesso a contenute camere a pianta aperta con affaccio a sud le quali hanno come unico elemento divisorio un mobile tra la zona letto/studio e l’angolo igiene fornito di doccia e lavabo (le toilette sono in comune in un ambiente separato in ogni piano).

PAVILLON SUISSE
7K Boulevard Jourdan

4. MAISON DU BRÉSIL, 1953-1959

Le Corbusier, Lucio Costa, Maison du Bresil, Parigi. Luglio 2019. Foto di Davide Bertugno

A pochi passi da questa iconica architettura si trova la quarta e ultima tappa del nostro itinerario: Maison du Brésil, un edificio facente parte dello stesso complesso residenziale universitario, realizzato tra il 1953 e il 1959 da Le Corbusier, modificando un progetto iniziale del grande architetto brasiliano Lucio Costa. Venendo dal Padiglione Svizzero, la prima facciata che ci si ritrova di fronte è quella nord, ermetica, compatta e rivestita da pannelli prefabbricati di grandi dimensioni in cemento granigliato. Il prospetto sud invece è molto più aperto e ricamato, e richiama inequivocabilmente quello dell’Unité d’Habitation, inaugurato a Marsiglia solo l’anno precedente: un fitto reticolato di logge che si ripetono identiche fra loro, fatta eccezione per il cangiante colore delle pareti interne, il quale contrasta con l’uniformità cromatica del cemento armato grezzo che egemonizza la facciata. Il ritmo ordinato dei pesanti elementi in calcestruzzo domina il piano terra in un sistema in cui la tensione psichica della composizione si concentra negli incroci dei pesi fra travi e pilastri, elementi le cui proporzioni sono ormai quelle massicce e sovradimensionate del brutalismo. Il gusto per il decorativismo materico è ormai sempre più vivo nell’architetto e si fa palese nel gioco, impresso nel cemento, di alternanza nella disposizione dei listelli in orizzontale e in verticale utilizzato per le casseforme in legno. Il raffinato pavimento in pietra basaltica scura dall’esterno penetra, senza soluzione di continuità, nell’interno dell’edificio al piano terra, dove si collocano gli ambienti comuni. Sorprende, entrando, l’altezza ridottissima a cui si trova il soffitto che, comprimendo lo spazio, genera una “tensione” quasi drammatica. Le vetrate policrome colorano e fanno vibrare la luce, creando una sorta di atmosfera “sacrale” enfatizzata anche dalla presenza di un pesante tavolo in cemento che, come un laico altare moderno, diventa punto focale dell’intero ambiente. Il tour si chiude in uno squisito auditorio di piccole dimensioni ricavato in uno spazio trapezoidale all’interno di una più vasta area a pianta libera costellata di sottili pilastri in calcestruzzo a vista e circondata di pareti bianche, ocra e verde smeraldo. Due “scatole” dalle superfici curvilinee, contenenti gli spazi di servizio e colorate l’una di un rosso vivo e l’altra di un blu molto chiaro, galleggiano tra lo scuro pavimento in pietra e il soffitto in grigio cemento. Il nostro modesto “assaggio” dell’immensa opera di Le Corbusier finisce qui, ma non cederemo alla tentazione di trarre delle conclusioni: le architetture del maestro dagli occhialetti tondi, un po’ come i grandi classici della cinematografia, per quante volte possano essere viste e analizzate con la massima attenzione, avranno sempre la capacità di svelare all’osservatore nuove sfumature, dettagli e significati. Non resta dunque che aspettare la prossima proiezione.

MAISON DU BRÉSIL
7 L Boulevard Jourdan

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Autore Le Corbusier
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Antonio Giannoccaro
Antonio Giannoccaro (Bari, 1991), architetto freelance innamorato dei dettagli e dei materiali. Dopo qualche anno di bohème formativa tra Spagna e Portogallo, è tornato in Puglia per realizzare il sogno di svolgere la professione nella propria terra. Ama raccontare i luoghi: scrive di architettura per varie testate giornalistiche online.