Riscoprire la Città Eterna del ‘500 nei disegni di Maarten van Heemskerck. La mostra a Roma
Fino al 7 giugno, una mostra all’Istituto Centrale per la Grafica restituisce il fascino che Roma esercitò sul pittore olandese Maarten van Heemskerck, che visitò l’Urbe negli Anni Trenta del Cinquecento. E la ritrasse in numerosi e preziosi disegni
Non c’è alcun testo o dipinto che meglio dei disegni di Maarten van Heemskerck (Heemskerk, 1498 – Haarlem, 1574) possa restituire lo stupore che gli spiriti colti d’Oltralpe provavano, in età moderna, una volta giunti a Roma. Magari una Roma sognata e agognata per anni, conquistata a fatica, e per questo amata e anche mitizzata più di quanto poteva o voleva chi, tra quelle rovine, c’era nato o c’era arrivato presto, avendole già in qualche modo nel proprio DNA culturale. Il senso di grandiosità, ma anche di nostalgia per un passato perduto e ormai in frantumi, affascinante ma pure quasi incomprensibile, che quei fogli restituiscono perfettamente è lo stesso di un altro disegno scolpito nell’immaginario collettivo, quello del giovane artista impressionato e disperato di fronte ai frammenti colossali della statua di Costantino nel cortile del Palazzo dei Conservatori (1778/80 circa), invenzione geniale di un altro forestiero d’eccezione, Johann Heinrich Füssli.

La permanenza di Maarten van Heemskerck a Roma
L’olandese Van Heemskerck, nato nei pressi di Haarlem nel 1498, si mise in viaggio alla volta dell’Urbe nel 1532, quando era già un pittore affermato. Ad attestarlo è il San Luca dipinge la Vergine che egli lasciò ai confratelli della sua gilda (oggi al Frans Hals Museum) perché fosse ricordato nelle loro preghiere: un capolavoro della pittura ‘romanista’, plastico e giganteggiante, sorprendente atto di fede nel michelangiolismo da parte di chi Michelangelo non lo aveva ancora visto. Maarten si era però formato con Jan van Scorel, il primo degli olandesi che si erano messi in viaggio per scoprire le novità della nuova Roma di Leone X e Clemente VII, e quindi egli attendeva solo conferme per la propria vocazione. Nell’Urbe rimase quattro anni, non pochi, nel corso dei quali incontrò niente meno che Giorgio Vasari (“studiò in Roma Martino Emskerck, il quale conobbi in Roma mentre io serviva il cardinale Ippolito de’ Medici”), e magari lo stesso Michelangelo, che quando egli lasciava la città si era messo al lavoro da non molto al Giudizio Universale della Sistina.
La mostra di Van Heemskerck a Roma
Van Heemskerck non dipinse nulla per Roma, ma copiò le sue antichità con un’attenzione e uno scrupolo che non hanno confronti: i fogli del cosiddetto ‘piccolo libro di disegni’, un taccuino di studi oggi conservato al Kupfertichkabinett dei musei di Berlino, sono la prima fonte a nostra disposizione per ricostruire l’aspetto delle collezioni antiquarie di una Roma che si direbbe fosse uscita pressoché indenne dal trauma del Sacco del 1527. Riprodotti infinite volte, una nutrita selezione di questi sono ora esposti a Palazzo Poli, nell’Istituto Centrale per la Grafica (Maarten van Heemskerck e il fascino di Roma, fino al 7 giugno; a cura di Tatjana Bartsch, Rita Bernini, Giorgio Marini), in una mostra di primissimo livello, quasi una seconda tappa di quella organizzata nella stessa Berlino nella primavera-estate del 2024, quando il taccuino è stato scomposto per eseguire indagini diagnostiche. Era giusto, opportuno, che questa mostra si tenesse anche a Roma, ed era giusto e opportuno che fosse organizzata all’Istituto, dove i disegni di Van Heemskerck, esposti efficacemente recto-verso, con suggestivi effetti di trasparenza, sono introdotti da numerose incisioni cinquecentesche con quegli stessi soggetti che conquistarono l’attenzione dell’artista olandese, dal Laocoonte al Colosseo, dalla basilica di San Pietro ancora in costruzione, alle rovine del Foro. Lo stesso Van Heemskerck sarebbe stato a sua volta un protagonista del mondo dell’incisione, una volta tornato in patria (morì nel 1574), e Vasari nelle Vite ricordava proprio quelle sue stampe. È insomma un mondo tutto in bianco e nero, e forse un po’ dispiace che non ci sia alcun dipinto del maestro, dall’Autoritratto con il Colosseo del Fitzwilliam Museum di Cambridge alla Tauromachia in un’antica arena (ovvero un Colosseo in rovina) del Musée des Beaux-Arts di Lille, che a Berlino era esposto.

Ritrarre Roma, tra romanticismo, romanismo e titanismo
Il pubblico romano, però, è stato preparato alla visita a Palazzo Poli dalla mostra Ville e giardini di Roma: una corona di delizie, che ha chiuso al 12 aprile scorso a Palazzo Braschi, dove nella prima sezione erano esposte altre immagini mitiche di quei giardini di antichità che rendevano l’Urbe un luogo unico al mondo, a partire dal Giardino di Palazzo Cesi di Hendrick van Cleve (1584; Galleria Nazionale di Praga). Di nuovo, si noti, il dipinto di un Oltramontano, quasi gli italiani fossero sempre incapaci di restituire per intero la verità di quei contesti, con le statue immerse nella natura e nella città. Van Heemskerck spesso eseguiva le sue vedute on the spot, lavorando davanti alle rovine, e le sue immagini del Colosseo ripreso dall’Aracoeli, o di tutta la città ammirata dal Gianicolo, con la piccola Piramide Cestia vicino al Monte dei Cocci (Testaccio), sono al contempo capolavori di fedeltà topografica e di evocazione romantica. Protagonisti, però, rimangono i Nobilia opera, quelle sculture allora ancora in larga parte prive di qualunque intervento di restauro o integrazione, che sembra conquistassero l’artista olandese proprio perché frammenti capaci di accendere la sua immaginazione, evocando una grandiosità tanto più magniloquente quanto meno afferrabile e misurabile. Come giustamente osservato da Bartsch, “ne risulta il paradosso per cui, negli studi di Van Heemskerck sulle statue antiche, il frammento appare nella sua totalità, mentre la figura intera è spesso visibile solo in parte”. Per questo ho parlato di romanticismo ante litteram, sebben sia forse più opportuno parlare di romanismo – quella corrente della pittura dei Paesi Bassi cresciuta nel mito del michelangiolismo – o meglio ancora, sulla scorta di Roberto Longhi, di titanismo. Commentando l’altezza aurea dello stile maturo di Raffaello, sintesi serena di natura e idea, il grande studioso scriveva infatti che di fronte a tanta perfezione “i fiorentini scadono di validità universale, ridiventan provincia… o, per drammatica salvazione, come Michelangelo, devono buttarsi alla polemica col titanismo, del mondo come ‘torso’”.
La poetica del frammento nell’arte romana del Cinquecento
È ben noto, infatti, come Buonarroti avesse da subito, all’inizio del Cinquecento, studiato e imitato il torso per eccellenza, quello del Belvedere, per i suoi ignudi della Sistina; e ne fa fede Ulissa Aldrovandi (1556), secondo il quale “è stato questo busto singularmente lodato da Michel’Angelo”. In uno dei disegni di Van Heemskerck quel torso è addirittura a terra, quasi ad enfatizzare il suo statuto di frammento erratico, accanto, incongruamente, a un altro frammento, quello di un obelisco che si trovava in realtà in Campo Marzio, in un’associazione evocativa e misteriosa, quasi surrealista. Del gruppo del Laocoonte l’artista ritrae il volto sofferente del sacerdote troiano in un close up potentissimo, e così anche quella testa diventa quasi un frammento. E quando si ritrova di fronte una statua moderna, completa, il Bacco di Michelangelo oggi al Bargello di Firenze, ma allora a Roma nel cortile di Casa Galli, circondato da torsi che sembrano quasi abbandonati disordinatamente, Van Heemskerck rompe anche quella, mostrandola priva della mano che solleva la tazza. Forse l’olandese non avrebbe sottoscritto per intero l’adagio ‘Quanta Roma fuit, ipsa ruina docet’: a quelle rovine in fondo non mancava nulla, Roma era grandissima e indimenticabile proprio così come si presentò ai suoi occhi nel 1532.
Stefano Pierguidi
Roma // fino al 7 giugno 2026
Maarten van Heemskerck e il fascino di Roma
ISTITUTO CENTRALE PER LA GRAFICA – Via della Stamperia, 6
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