Provincia Cosmica. Intervista a Effe Minelli, lo scultore che lavora ai piedi del Vesuvio
Nel nuovo appuntamento della rubrica “Provincia Cosmica”, l’artista Effe Minelli racconta il ritorno a Torre del Greco, tra memoria, scultura e vita ai piedi del Vesuvio. Un dialogo sul rapporto tra luogo, tempo e ricerca artistica
In un certo senso la scultura “obbliga” a restare; le opere possono essere ancore che costringono a fermarsi in un luogo. Effe Minelli – nome d’arte di Fabio Cirillo (Pompei, 1986) – ha scelto di tornare e fermarsi a Torre del Greco. Ai piedi del Vesuvio dà vita alle sue opere, con il vulcano sullo sfondo a ricordarne la caducità.

Intervista a Effe Minelli
Sei nato a Pompei nel 1986 e hai trascorso buona parte della tua vita lontano dall’Italia, tra Austria e Germania. Il ritorno in Campania è stata una scelta voluta?
Ho molti ricordi della mia infanzia e adolescenza tra Napoli e Torre del Greco. Molte cose belle, altre brutte, ma tutte ricordate con passione. A diciassette anni ebbi un grave incidente in motorino, a causa del quale la gamba destra rimase paralizzata per tre anni, periodo che trascorsi a casa di mia madre (i miei avevano già divorziato). Dopo molti interventi ricominciai a camminare, ricordo che avevo solo voglia di camminare e correre; presi una bicicletta e con quella andavo dappertutto; avevo i capelli lunghissimi e penso di non essere mai stato così magro come in quel periodo. Avevo vent’anni, la salute, ma ancora non avevo l’amore: è stata senz’altro quella la ragione e il sentimento che mi hanno portato a Berlino. Lì ho trascorso molti anni, ma ho incontrato il mio primo amore solo quando mi sono trasferito a Vienna. L’ho incontrato per caso, letteralmente il giorno in cui sono arrivato in città, ed è stato amore a prima vista. Peccato che lui il giorno successivo si sarebbe trasferito proprio a Berlino. Ma la mia voglia di muovermi ancora non si era esaurita. Per rivederlo cominciai a fare su e giù tra le due città, così il nostro rapporto è durato fantasticamente per circa quattro anni; ma siamo sempre in contatto e forse lo saremo sempre fino alla vecchiaia.
Parlami del tuo rientro in Italia.
Il mio rientro in Italia è avvenuto un po’ per caso, come quasi tutti gli eventi importanti della mia vita. Ero ad Amburgo quando la mia amica Kerstin Brätsch mi disse che aveva deciso di comprare casa a Napoli e che aveva bisogno di un aiuto per gestirla, dato che lei si trovava a New York. Così decisi di lasciare l’appartamento condiviso in cui vivevo con cinque tedeschi.

Lo studio di Effe Minelli a Torre del Greco
Cosa ha significato, anche in termini lavorativi e di prospettiva, rientrare nel luogo d’infanzia? Come ci si confronta con un posto così legato al proprio passato, dalla prospettiva di adulto?
A volte mi sento un po’ come uno straniero in vacanza, forse anche come uno straniero nella propria vita; questo è dovuto al fatto di aver vissuto più “vite” diverse, e di aver considerato ogni luogo in cui vivessi come casa. Ho sempre costruito narrazioni che mi legassero a ogni luogo dove abitavo. Credo che Torre del Greco sia principalmente il luogo dell’infanzia, il posto dove vive mia madre, uno dei miei principali legami qui, insieme alla casa in cui vivo, al mio amico David e ai miei due cani, Amore e Psiche, trovati in uno scatolone nella spazzatura. Il tempo ovviamente è molto più dilatato, con pochissimi impegni mondani. Fondamentali restano il rapporto con la pittrice e amica Giorgia Garzilli, che vive a Milano e con la quale mi scrivo quasi ogni giorno, le mille visite ai musei e la possibilità di viaggiare, di ricercare e nutrire le mie idee. Anche il confronto con i galleristi è importante: su tutti Alessandro Bava e Fabrizio Ballabio.
Che contesto hai intorno a te?
Il contesto principale è quello di casa mia: un luogo in cui ho raccolto tutte le mie cose, dove riesco a proiettare le mie idee, dove ho anche il mio studio, che cerco di far funzionare come luogo di incontro, ospitando amici e amici di amici. Si trova su un rizoma periferico di Napoli, lungo la costa del Vesuvio, tra Ercolano e Pompei. Torre del Greco è un’antica città di pescatori; ancora oggi gran parte dei giovani si imbarca come marinaio o macchinista su battelli e navi. La città fu in gran parte invasa dalla lava durante l’eruzione del 1794; i pescatori al largo videro le proprie case scomparire nell’arco di una notte. Ciononostante, nei giorni seguenti cominciarono a ricostruirle sulla lava ancora incandescente. Credo che questo evento descriva bene la caparbietà degli abitanti della zona, caratteristica che perdura ancora oggi.

Limiti e possibilità della scultura nella visione di Effe Minelli
Sei un artista multidisciplinare, ma la scultura è il tuo linguaggio principale; un medium che obbliga, in un certo senso, a scegliere il posto in cui stare e in cui avere il proprio studio. Quanto questo aspetto ha influenzato le tue scelte di vita fino a oggi?
Come scultore ho imparato a reimpiegare, trasformandole, molte delle forme in gesso che ho creato negli anni e che utilizzo per il colaggio della porcellana. Purtroppo ho dovuto lasciare molte forme in Germania, per questo la possibilità di avere adesso uno studio dove archiviare il mio lavoro mi rasserena. Devo però sempre mettere dei limiti, altrimenti rischio di riempire lo spazio con lavori “non finiti” e che poi non ho il coraggio di toccare. Vorrei poter un giorno presentare solo lavori non finiti, non cotti; la considero sempre una via di fuga dalla pesantezza della scultura, l’accettazione della sua fragilità naturale, del valore temporale del gesto. Mi affascina la materia cruda e la sua caducità. In generale sperimento molto, accumulo materiali che poi fondo tra loro. Lo studio rassomiglia sempre di più al macabro laboratorio di J.F. Sebastian in Blade Runner, con parti del corpo, volti e piedi giganti.
Quanto invece il luogo orienta la ricerca? La geografia è un fattore determinante nella produzione di un artista? In altre parole: se avessi continuato a vivere a Berlino faresti quello che fai ora?
Credo che esistano più luoghi che abitiamo allo stesso momento. Pur stando nello stesso posto, c’è sempre un luogo interiore a cui faccio riferimento, ed è quello che influenza veramente il mio lavoro. Ovviamente il fatto di vivere alle pendici di un vulcano attivo mi porta spesso a pensare al tempo, ai limiti dell’arte e a quanto sia effettivamente possibile valicarli per riuscire a raccontare e trasmettere un’esperienza vissuta tra realtà e immaginazione. L’arte è sempre un tentativo di comunicare e trovare un linguaggio comune, una mediazione tra mondi alieni: non sai mai se il messaggio che stai mandando possa essere percepito come un segnale di pace o di guerra. Per questo, e per tutti gli altri motivi che ho elencato, credo che importi poco il luogo fisico dove ci si trova. Personalmente so che continuerò a cercare di valicare questo limite anche se dovessi avere a mia disposizione solo fogli e matite.
Alex Urso
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