Provincia Cosmica. Intervista al pittore Matteo Fato: “ecco perché ho scelto di restare a Pescara”
“Provincia Cosmica” fa tappa a Pescara per incontrare Matteo Fato. Con Alex Urso, l'artista ripercorre il legame con la sua città, riflettendo su pittura, memoria e identità, nel segno di Ennio Flaiano
Flaiano definiva l’Abruzzo “un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere”. E qui Matteo Fato ha scelto di abitare. Artista – anzi, pittore – tra i più riconoscibili della sua generazione, ha fondato il suo studio nell’area industriale di Pescara. Città in cui è nato nel 1979, e che spesso racconta nelle sue opere.
Intervista a Matteo Fato
Negli ultimi anni si parla di Pescara sottolineandone la vivacità culturale. E in effetti sono nate nuove istituzioni, fondazioni, project room (senza contare il recente percorso che l’ha portata tra le città finaliste per il titolo di Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026). Percepisci questo entusiasmo? Quanto c’è di vero?
C’è tutto di vero; è una città che potrebbe vivere un importante cambiamento culturale, soprattutto (ma non solo) per quanto riguarda l’ambito dell’arte contemporanea. Credo che il motivo per cui se ne parla, al di là di quello che sta accadendo adesso o che potrà accadere, riguarda anche la presenza di una memoria riemersa. Una “rovina” dissotterrata, che il fascino estetico della malinconia da cui siamo circondati oggi ha permesso di far riemergere. Pescara è stata una grande protagonista della storia dell’arte recente, dagli anni Settanta in poi: Lucrezia De Domizio Durini e Mario Pieroni al Bagno Borbonico; Cesare Manzo con la sua storica galleria; FuoriUso con Giacinto di Pietrantonio (e tanti altri); Convergenze, e altro ancora. Adesso molte cose stanno tornando alla memoria collettiva, e questo crea entusiasmo.
Non pensi che questo sguardo rivolto al passato porti con sé anche dei rischi?
Sì, produce anche grande pericolo; questo fascino per ciò che è stato ci seduce a tal punto da farci pensare che non saremo mai più in grado di esserne all’altezza. Simone Weil ne Il bello e il bene ci ricorda che “l’uomo vive in tre modi: pensando, contemplando e agendo”. Ovviamente il rischio è sempre quello di fermarci alla contemplazione, di diventare collezionisti di ricordi di storie accadute, di aneddoti per riempire il presente. Quello che, appunto, non vorrei fare in questa intervista; per questo non mi dilungherò sulle cose accadute.
Questo rischio lo corriamo sempre, in ogni ambito e in ogni situazione; ma nell’arte contemporanea ancora di più, perché ci sono sensibilità nude, e perché in Italia gli artisti devono imparare a essere egoisti per sopravvivere. Come potrebbero fare altrimenti, in un Paese che continua a nutrirsi della carcassa del proprio passato e ignora quasi del tutto ciò che di straordinario accade oggi – e quanto sia miracoloso che accada ancora? Ecco quindi: nel cosmo della provincia accadono delle cose.
Per esempio?
Accade che si crei un micromondo, e quindi anche una micro-memoria collettiva, che oltre al fascino di cui parlavamo raccoglie anche una sacralità. Quello che è accaduto non è più un aneddoto, ma è una piccola leggenda. E ti assicuro che lo è davvero. Come possiamo allora agire in questa cosmologia della provincia leggendaria? Come muoversi in questa galassia di ricordi per non perderci del presente? Mi piace molto la parola che hai scelto: “cosmica”, rende benissimo il senso dei territori. La provincia (come l’arte contemporanea, dalle parole di Gianni Garrera) è una “cometa”. Siamo noi a decidere di vederla, e a credere cosa essa sia o cosa possa essere. Questa comunità di essenza fa sì che nella provincia l’arte contemporanea possa brillare maggiormente. Ma tutto ciò avviene se decidiamo di agire. Gli artisti possono fare molto, ma non possono fare tutto. In provincia possono esserci notti più splendenti e possono incontrarsi personaggi imprevedibili, che ti convincono a sfidare il torcicollo del presente e continuare ad alzare la testa al cielo.
Tu ne hai incontrati?
Sì, per questo sono ancora qui: Cesare Manzo in passato (nonostante ci siano state tempeste, ma che hanno anche creato onde belle da ricordare) e Ottorino La Rocca con la sua Fondazione adesso, che in qualche modo mi ha aiutato a dipanare quel buio del presente di cui parla anche Agamben per ricordarmi che la provincia può aiutarci a vedere luci nel cielo prima ancora che si faccia notte. La verità è che io vivo la città sempre in studio; non sono un pensatore della città, ma un pittore e parlo come dipingo, come ci ha insegnato Philip Guston. Per fare un dipinto tocca pensare come un dipinto. E io non voglio fare una città. Perdona i miei voli cosmici, ma so rispondere solo così.
Il rapporto tra Matteo Fato e Pescara
Abbandoniamo il cosmo e restiamo con i piedi per terra: che rapporto hai con la tua città? E com’è cambiato nel tempo?
Qualche anno fa ho dipinto (per la seconda volta in tanti anni) un paesaggio di Pescara, e l’ho intitolato: Posso amare solo ciò di cui non sono innamorato (un attimino prima di dormire). Il rapporto con la città è sempre stato un po’ questo. Anche se come sempre è stata la pittura – o meglio il “fare pittura” – a farmelo capire. Come ti dicevo la mia è una visione da pittore della città, quindi molto probabilmente non lucida, e un po’ egoistica, ma di sicuro sincera. Alla fine Pescara è la città in cui ho scelto di restare dopo un po’ di anni di pensieri fuggitivi. Ti dico sinceramente che la scelta di restare è anche dettata dalle mie possibilità: qui dove sono posso avere uno studio molto grande a cifre umane; così come umani sono i rapporti con il cielo e la terra. Volendo essere banale c’è il mare e la montagna, come diceva Ennio Flaiano: “un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne che non è possibile ignorare, monumentali e libere”. Detto questo, il rapporto con la città è quello che si crea nelle frattaglie di tempo che scandiscono l’entrata e l’uscita dal mio studio. Ma Pescara mi piace. Ovviamente, come sempre accade, sono dovuto andare molto lontano per capirlo, per ricordarmi che quel rosa di cui parla anche Spalletti è difficile ritrovarlo altrove. Inoltre è una città che mi ha regalato anche la possibilità di fare quello che faccio; e non è assolutamente poco. Se ci pensi non succede ovunque di ritrovarti coinvolto a ventitré anni a parlare con David Hammons che viene a Pescara per trovare Cesare Manzo (lui non parlava italiano e Cesare non parlava inglese, ma si capivano lo stesso); oppure di finire come soggetto in uno specchio di Pistoletto; fare nottata con Maja Bajevic per aiutarla a concludere il montaggio di un video per FuoriUso; essere invitato da Nicolas Bourriaud a ventisette anni a partecipare come artista a FuoriUso (dopo aver lavorato gratis come tuttofare per cinque edizioni); ma soprattutto incontrare un grande teorico come Simone Ciglia, un amico con cui sono cresciuto condividendo follie della provincia che però ci hanno permesso oggi di essere. Io sono rimasto, lui è meritatamente diventato professore universitario in Oregon, oltre a essere per me uno dei ricercatori più attenti e puri della sua generazione.
Quindi nel tempo il tuo rapporto con questo luogo è cambiato…
Pescara l’ho odiata da piccolo come si odiano tutte le città di provincia quando si comincia a prendere coscienza del mondo; quando si studia e si comincia a capire da dove veniamo e dove vorremmo andare. L’ignoranza c’è come c’è ovunque, ovviamente; ma c’è anche una grande qualità della vita e soprattutto una sensibilità della vita. Quella dei marinai. Che per me è indispensabile per fare. E c’è, come dicevo prima, una memoria/meteora sospesa sulla città che attende di essere “ri-scoperta” e valorizzata con l’agire sul presente. Una cosa che mi piacerebbe è avere uno studio non più separato in zone industriali (come sempre accade per avere spazi grandi e spendere meno) ma in città, e aprirci anche un laboratorio di incisione (sempre privato ma aperto a possibilità). Mi viene da pensare che l’idea dello studio di un artista che convive con la città e non la rifiuta rifugiandosi in spazi più accessibili ed economici, dovrebbe essere il presupposto o la metafora della cultura che non deve sempre lottare per sopravvivere.

L’omaggio di Matteo Fato alla “sua” Pescara
La tua ultima mostra diffusa (Il difficile è dimenticare ciò che si è visto per casa, a cura proprio di Simone Ciglia) è un grande omaggio a Pescara, e forse un modo personale per fare i conti con il tuo senso di appartenenza a questo territorio. Quanto è stato difficile e stimolante raccontare attraverso l’arte il luogo in cui vivi?
La mostra di cui parli, a ripensarci adesso a distanza di dieci mesi dall’apertura (giugno 2025) è stata una meravigliosa follia. Possibile solo grazie alla condivisione di questa follia con Ottorino La Rocca e con tutta la Fondazione che ha promosso e prodotto per intero il progetto, e con l’eroico Simone Ciglia che l’ha curata, ridefinendo ai miei occhi il significato della parola “curare”. È stato un progetto che ha visto esposte più di duecento opere, divise in quindici luoghi pubblici e privati e altre sedi sparse in città (tra cui Fondazione La Rocca, Museo dell’Ottocento, Museo delle Genti d’Abruzzo, Convento Michetti, il lungomare e altri spazi, coinvolgendo supporti di varia natura). Tutto è nato con l’intento condiviso dalla Fondazione e da Simone, di prendersi l’occasione di non fare semplicemente una mostra in cui “si entra e si esce”, ma di far entrare la città in una possibilità.
Ovvero?
Essere una collezione permanente della propria storia. Come dice Sokurov in Francofonia, “una città è circondata dal mare, ogni persona ha un oceano in sé”. Questo oceano produce infinite maree di possibilità. Tutto il progetto era colmo di omaggi e ricordi. Senza ovviamente negare il piacere personale di poter fare un’operazione del genere nella città dove sono nato e dove ho deciso di tornare e restare. Inoltre è stata la prima mostra dopo sedici anni qui; questo per tanti motivi, ma principalmente perché l’ultima era stata da Cesare, e dopo quella esperienza ci sono state tante ragioni – anche sentimentali – che mi avevano fatto pensare non avesse più senso operare a Pescara, scegliendo di rivolgermi altrove pur vivendoci.
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Hai usato toni quasi leggendari per descrivere il passato di questo luogo. C’è qualcosa che a tuo avviso la città ha dimenticato della propria storia?
Questo non sono sicuro di essere in grado di dirlo. Ma, dalla mia esperienza, sembra che non ci si sia ancora resi conto – o ricordati – dell’importanza di non dimenticare ciò che è accaduto in ambito culturale. Come ti dicevo però qualcosa si sta muovendo, anche se purtroppo (o per fortuna) sempre grazie alla visione di privati.
Il ruolo dell’accademia e quello dei giovani artisti
Parallelamente al tuo percorso di artista sei insegnante all’Accademia di Urbino, un’istituzione storica e con un grande passato, ma spesso considerata “secondaria” rispetto a scuole più blasonate. Anche le istituzioni scolastiche, in fondo, soffrono il tema della marginalità.
Questa è una bellissima riflessione, ma vale quanto già detto. Urbino soffre la sua posizione geografica, ma possiede qualcosa che compensa questa difficoltà. Insegno lì da quasi vent’anni e ci ho anche studiato: è come una seconda casa, senza però aver mai voluto stabilirmi definitivamente. Mi piace proprio perché resta un po’ al limite della sopportazione; forse, vivendoci, finirei per odiarla. Questa condizione la sento pienamente, eppure non ho mai voluto lasciarla. C’è infatti qualcosa di unico: il dialogo che una realtà come Urbino permette con gli studenti. L’Accademia di Belle Arti è uno degli ultimi baluardi di sopravvivenza “dell’inutile”, e va difesa.
Spiegami meglio…
Nel sistema artistico contemporaneo italiano le accademie sono spesso considerate secondarie; molti artisti le definiscono inutili senza rendersi conto che è quasi un complimento. Forse è giusto che l’accademia resti marginale: non un luogo di dominio estetico, ma poetico, quel posto di cui parla Flaiano dove si può ancora camminare con i piedi appoggiati sulle nuvole. Immagina un mondo senza scuole d’arte pubbliche, solo private e accessibili a pochi: l’arte diventerebbe semplice riflesso della posizione sociale. Urbino appare marginale, ma in realtà non lo è. Il dipartimento di Grafica, dove insegno Tecniche dell’incisione, è tra i migliori in Italia per tradizione e qualità dei laboratori. Siamo probabilmente l’unica accademia che fornisce agli studenti tutti i materiali necessari, particolarmente costosi nell’incisione. Da quest’anno è attivo anche un nuovo biennio di Grafica d’Arte per le Arti Visive, che esplicita la nostra visione: la grafica come strumento per comprendere i linguaggi del contemporaneo a partire dalla tradizione. È inoltre nata una collaborazione con la storica stamperia 2RC, che ha aperto a Urbino un laboratorio dove gli studenti lavorano alla tiratura di edizioni di grandi maestri.
È chiaro che, come molti artisti, insegno anche per sopravvivere: perché siamo dei fantasmi per lo Stato, che si ricorda di noi solo quando dobbiamo pagare le tasse. Amo insegnare, ma il sostegno che questo lavoro mi offre non è solo economico, è anche dell’anima. Ecco, mi viene da dire che Pescara dovrebbe avere una sua Accademia di Belle Arti, sarebbe perfetto come territorio in tutti i sensi. Un’accademia trasforma il tessuto poetico della città.
Quanto pensi sia importante far crescere artisti consapevoli del proprio ruolo sul territorio e nelle comunità? È giusto sentire fin da giovani una responsabilità in questo senso?
Fondamentale. Importantissimo. Perché l’unica soluzione per fare l’artista dovrebbe essere sempre quella di scappare? Scappare da cosa, poi? Da noi stessi? Siamo nati in luoghi che per la maggior parte della vita odiamo, e poi cerchiamo per tutta la vita di tornarci. Non voglio assecondare questo sistema. Oggi si può fare l’artista di provincia senza esserlo.
Pur lavorando con gallerie e istituzioni di primo piano del panorama nazionale, hai scelto di avere il tuo studio a Pescara; negli anni hai partecipato in maniera attiva a Straperetana, manifestazione diffusa nel piccolo paese di Pereto. Senti di avere un ruolo attivo sul territorio abruzzese?
L’unico ruolo che spero di avere sempre è quello del pittore. Poi da quello mi prendo la responsabilità di tutto ciò che ne deriva; come è accaduto con Straperetana, che è stata una bellissima esperienza. Una città incantata condivisa con Paola, Delfo, Saverio e tutti gli artisti con cui abbiamo lavorato. Ma sono cose che mi portano sempre a voler mantenere, poi, il semplice ruolo di pittore.
Il medico va dall’ammalato, si dice. Vivere in provincia è una missione?
Ma sai, la missione ce l’ho già con la pittura, non mi sembra il caso di accettarne altre. La provincia è una pressione. Pressione positiva, come quella del torchio per l’incisione; che mette al mondo un pensiero. E come ha detto Flaiano, l’intelligenza è nulla senza pressione.
Alex Urso
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